Luigi Pellicone

Intervista a Gabriele Gravina, presidente della Lega Pro. La mission della Lega è valorizzare il prodotto e formare i giovani. Gli obiettivi a lungo termine: una rivisitazione della Legge Melandri, un nuovo format e lavorare a lungo termine per eliminare alcune criticità. In primis, stabilizzare il sistema.

Un nuovo formato un grande successo?

Adesso bisogna coltivare il progetto, fare tesoro dei punti di forza e di alcune criticità sopratutto riguardante l’aspetto organizzativo e di format. Qualcosa forse dobbiamo rivedere, però la Lega Pro è al passo con i tempi. Deve essere anche capace di implementarsi, eliminando le criticità. Qualcosa, l’anno prossimo, cambierà. C’è qualcosa da rivedere.

In questo contesto si inseriscono anche le difficoltà di iscrizione di diversi club? Ogni anno è un calvario.
“Il percorso che porterà all’inclusione delle squadre B non è semplice e necessita di tempo. Dobbiamo prima stabilizzare il sistema. É in atto una selezione naturale. É fisiologico registrare criticità economico finanziarie. Dobbiamo mantenere la barra dritta, lavorare in funzione della nostra mission: ridurre il rapporto costo del lavoro e di gestione, incrementare i ricavi. Serve una gestione sostenibile e trovare un’intesa sui contributi della Legge Melandri. Credo sia necessario rivisitarla.

La Lega Pro è tornata fucina di talenti. Il calcio italiano ne ha tratto beneficio. É questa la strada da seguire?
La mission è legata anche alla formazione. Dobbiamo lavorare in questa direzione. Non è semplice. Si parla di società di capitali radicate su un territorio vasto e variegate. Vi sono società medie, molto piccole e molto importanti. Piazze che chiedono di centrare attraverso investimenti importanti i loro obiettivi.

Lei parla di territorio: quest’anno 2 promosse su 3 sono di proprietà estera: Parma e Venezia.
Non possiamo impedire come avvenuto in A e in B, l’arrivo di investitori stranieri. Certo l’auspicio è un marchio doc. Un“made in Italy”. Siamo consapevoli delle difficoltà dell’economia e degli imprenditori italiani e dei costi eccessivi di gestione del mondo professionistico. Tutto ciò comporta l’esigenza di avere tutto.