Patrizio Cacciari

Sandro Piccinini è uno dei giornalisti sportivi più apprezzati dal pubblico calcistico. Volto e voce storica di Mediaset, a lui si deve un modo nuovo di raccontare le partite, di esaltare il gesto tecnico attraverso l’entusiasmo. Non a caso vanta numerosi imitatori, ma la soddisfazione più grande è forse quella di riascoltare il suo stile narrativo anche per strada o nei campetti, dove i bambini accompagnano i loro calci al pallone con euforici commenti alla Piccinini: “Non va! Incredibile!”.

Intervista a Sandro Piccinini

Partiamo dalla fine, o meglio, dall’ultima partita disputata nel campionato italiano: Roma-Fiorentina. Giallorossi devastanti e Dzeko capocannoniere. Se lo aspettava?
“Non me lo aspettavo, sono sincero, è stato bravo Spalletti, anche se costretto a credere in Dzeko. In estate c’era stato probabilmente un tentativo di cederlo, operazione poi non andata in porto. Spalletti poteva scegliere il tridente leggero come nella scorsa stagione, invece ha lavorato sul bosniaco, in maniera esemplare, lo ha difeso, stimolato, aiutato. Le doti di Dzeko non si discutono, ma sembrava davvero che non riuscisse ad ambientarsi. Poi con una Roma che gira a mille credo che oggi sia ancora più facile per lui”.

Anche il Napoli gira a mille, eppure lo scudetto lo vincerà la Juve…
“E’ un campionato anomalo e ancora aperto. La Juve ha cambiato tanto e il suo obiettivo principale resta la Champions. Poi a causa di una serie di passi falsi delle inseguitrici si ritrova ad avere un margine inaspettato. Potrebbe vincere per inerzia il sesto scudetto consecutivo, aspettiamo di capire quante energie mentali le toglierà l’Europa. Non è un campionato chiuso”.

Juventus-Inter è stata contraddistinta dalle solite polemiche su errori arbitrali. Lei è un uomo di televisione e un commentatore. E’ favorevole alla moviola in campo?
“Sono concettualmente favorevole, ma in alcuni casi specifici non so quanto possa davvero aiutare. Prendiamo proprio Juventus-Inter. E’ esplosa una bufera clamorosa sopratutto per il comportamento degli uomini in campo. Pioli da questo punto di vista mi ha un po’ deluso. Racconto calcio da 40 anni, di cose ben peggiori ne ho viste. Gli episodi contestati non erano chiarissimi tanto che si è andati avanti per ore e ore con replay e commenti senza giungere a una conclusione chiara. Il giorno dopo inoltre tutti i moviolisti più esperti hanno dato la sufficienza a Rizzoli. Mi chiedo: la moviola in campo avrebbe aiutato?”.

La Serie A è spezzata in due: metà delle squadre non hanno più obiettivi. Come si può rendere il prodotto di nuovo appetibile? Che riforma le piacerebbe vedere?
“Vorrei una riduzione del campionato a 18 squadre. Inoltre, mi piacerebbe un modello in stile basket americano, dove ci sono dei contrappesi nella distribuzione degli introiti televisivi che potrebbero ridurre il gap tra le grandi squadre e le piccole, in base al bacino di utenza, alla grandezza degli stadi. Insomma, un conto, per fare un esempio, è una piazza tipo Napoli, un’altra Chievo Verona. In più ci vorrebbe una figura di spessore, che dia vita a un organismo super partes. Non credo che possano essere i presidenti delle squadre a ristrutturare il calcio”.

Ci vorrebbe Walter Veltroni alla presidenza della Lega Calcio?
“Perché no? Ci vorrebbe un presidente che non dipende dai club, ma scelto dalla Federazione, da organismi terzi, per una gestione meno condizionata”.

veltroni presidente lega calcio

Walter Veltroni, a un passo dalla presidenza della Lega Calcio.

Nel calcio italiano stanno arrivando nuovi capitali dalla Cina: cosa si aspetta? La preoccupano? Oppure aiuteranno il calcio italiano a risorgere?
“Non sono convinto che possa essere un aiuto. Thoir, per esempio, ha fatto una speculazione: ha comprato semplicemente per rivendere. Ma il calcio è un’azienda anomala, dove è centrale l’elemento passionale. In Europa i presidenti di Bayern, Barcellona o Real Madrid, sono sempre in qualche modo dei grandi manager legati al club o al mondo del calcio. Suning per adesso sembra un gruppo molto serio. Ma un conto è un presidente che conosce la storia di un club, un conto un miliardario che magari arriva da Hong Kong e intravede solo business”.

Il Milan?
“Vedremo, per ora ancora non si conosce bene l’identità del gruppo imprenditoriale. Cosa vorranno fare? Costruire uno stadio, comprare per rivendere? Credo che il calcio non sia solo quello. L’elemento storico si trasforma in un vantaggio, pensiamo a Moratti, Sensi, Berlusconi, io credo ancora in quella impostazione lì. La Juve di oggi è un esempio concreto di progetto vincente: dimensione del club europea, stadio di proprietà, ma chi c’è a capo? Un Agnelli. Tradizione rispettata dunque. E se un Agnelli comprende che spendere 90 milioni per Higuain può portare la squadra a vincere lo scudetto e magari la Champions, il solito manager di Hong Kong può fare altrettanto? Oppure bada solo che i conti siano a posto?”.

I trofei vinti da Berlusconi (ph. tratta da www.spaziomilan.it)

La Roma americana allora che esempio è: businness o tradizione?
La Roma è una via di mezzo che sta funzionando. Proprietà straniera che nel tempo ha capito il significato del calcio per i romani. Ha messo dirigenti capaci e risorse, e  pur non essendo presente in questa fase, sta impostando un lavoro a lunga scadenza. Un giusto compromesso tra affari e coinvolgimento emotivo. Le mosse di Pallotta non sono solo business, pensiamo al rinnovo di Totti”.

Chiudamo tornando al campo: la sorpresa e la delusione di questo campionato?
“La sorpresa – clamorosa – è Mertens centravanti. Nessuno se n’era accorto. Sarri aveva scelto prima Gabbiadini, poi Milik, poi di nuovo Gabbiadini, quando invece Mertens poteva giocare alla Messi e fare quello che sta facendo. Ha dato un’idea nuova al calcio, il Napoli ne sta giovando e ora mette paura al Real Madrid. Un’altra bella sorpresa è l’Atalanta di Gasperini. La delusione? Forse la Fiorentina e questo Milan che, seppur con le attenuanti del periodo storico, è entrato in un trend negativo”.