Patrizio Cacciari

La fotografia più recente di Serse Cosmi vista dagli italiani è quella in cui in lacrime viene abbracciato da Massimo Oddo dopo lo spareggio tra Trapani e Pescara. L’allenatore umbro ha sfiorato ancora una volta l’impresa, il sogno di tornare in serie A, in quel calcio che ama, ma di cui non condivide il modo di agire e di pensare. Serse Cosmi è un allenatore atipico, visceralmente legato alla sua terra, al suo metodo di lavoro e alla sua idea di sport, fatta di rapporti umani e di lealtà. In questa lunga intervista si racconta in esclusiva a Il Posticipo, toccando diversi argomenti, dalla Nazionale, alla Serie A, fino a quel capitolo ancora tutto da scrivere.

Mister, sul suo profilo di WhatsApp c’è scritto “Un uomo può essere ucciso, ma mai sconfitto”.  E’ una frase di Hemingway de “Il vecchio e il mare”, un romanzo ambientato a Cuba che racconta la storia di Santiago, un pescatore che da solo lotta contro la natura, che viene sconfitto senza però morire. Perché in fondo c’è sempre una speranza. E’ la storia di Serse Cosmi?

“Non ho la presunzione di paragonarmi a uno straordinario personaggio come quello del romanzo di Hemingway, ma la frase è in riferimento a un preciso momento (la sconfitta nello spareggio promozione tra Trapani e Pescara, ndr), alla sconfitta sportiva, a un dato aritmetico, ma di grande appagamento emotivo, di condivisione di un sentimento forte, anche se di sofferenza”.

Serse Cosmi anche dopo un ko esce tra gli applausi di tutti. Perché?

“Mi era già successo a Lecce, non so se sia una coincidenza legata alla mia persona. Mi affidano missioni molto complicate, non voglio dire impossibili, ma a me piace viverle con la consapevolezza di voler dare sempre tutto. Il risultato è relativo a volte, conta di più la voglia di voler concludere insieme quell’avventura, che può diventare festa, un po’ come la considerazione del concetto di morte secondo alcune religioni. Alcune sconfitte le ho vissute così. Tranne quella contro la Fiorentina del 2004 (sulla panchina del Perugia, lo spareggio-salvezza, ndr). Quella non  mi è mai andata giù”.

Tutta l’Italia calcistica l’ha vista in lacrime nel famoso abbraccio con Oddo. Rivedere quell’immagine che sensazioni le suscita?

“Con Oddo ho un rapporto speciale, è stato un mio giocatore, ma c’eravamo conosciuti anche in vacanza. Sapevamo che alla fine della sfida, il vincitore sarebbe andato dallo sconfitto per portargli gli onori. E’ stata una bella scena, è difficile vedere oggi come oggi un allenatore più giovane andare a congratularsi con uno più vecchio. E’ un’immagine che dice tanto non solo del nostro rapporto, ma mostra quello che dovrebbe essere l’epilogo dello sport, un modo bello per celebrare l’avversario, un gesto che diventa un segnale preciso: si può vincere e perdere conservando dei contenuti umani”,

Oddo, Gattuso, che ne pensa Cosmi di questi allenatori nuovi con una brillante e recente carriera da calciatori alle spalle?

“Credo che fare l’allenatore sia un mestiere e  non un’appendice di un’altra carriera come quella di calciatore. Tutti dovrebbero avere la possibilità di mostrare il proprio valore partendo da uno stesso livello. Alcuni grandi calciatori hanno un po’ saltato le varie tappe, partendo subito da panchine importanti. Questo avviene anche perché nel calcio di oggi contano molto i rapporti, le persone che conosci. A volte sono gli ex compagni a scegliere gli allenatori. Aver fatto il calciatore non dovrebbe essere un merito o un privilegio, perché per allenare si deve ricominciare. Prendete Ancelotti, lui è il mio preferito, nonostante lo straordinario campione che è stato in campo, ha iniziato una carriera da allenatore completamente nuova, migliorandosi, completandosi e andando a vincere tutto”.

Sta guardando i campionati Europei? 

“In maniera molto distratta, ho staccato un po’ dopo una stagione molto intensa. Guardo le partite come se fossero dei cartoni animati, così almeno mi rilasso”.

La Nazionale di Conte le piace?

“L’Italia ha avuto un impatto molto positivo. Quando non abbiamo i favori del pronostico entriamo subito nel vivo della competizioni, troviamo la giusta concentrazione, probabilmente è nel nostro Dna. Se non ci danno attenzioni, diventiamo squadra e troviamo l’unità facendo gruppo”.
E’ un po’ il segreto dell’Italia, il gruppo unito e la difesa, con i famosi  “3 dietro” alla Serse Cosmi…
“Nel calcio non si inventa nulla (sorride, ndr). Conte è stato bravissimo a fare esplodere un sistema di gioco che ha adottato al  Bari e poi alla Juve. La sua  grande qualità è quella di saper conoscere e interpretare sistemi  sistemi di gioco in base al materiale a disposizione. Noi italiani siamo forse i più bravi a farlo. Le innovazioni invece spesso arrivano da tecnici stranieri. Noi siamo più bravi nell’applicazione”.

Rispetto alla sua esperienza di Perugia, oggi che Serie A vede?

“Non c’è confronto. Per prima cosa ci sono due squadre in più e una retrocessione in meno. E poi all’epoca c’erano almeno sei squadre in lotta per lo scudetto, oggi ce n’è una e altre due che ci provano senza riuscirci. Il livello tecnico dei calciatori è molto più basso, faccio due nomi: Ronaldo e Zidane. Senza parlare degli allenatori: Lippi, Ancelotti, Eriksson, Mazzone, Guidolin. Quando arrivai io sembrava quasi che avessi profanato il campionato perché non avevo un passato importante”.

Lei si è sempre legato molto alle piazze dove ha lavorato, Arezzo, Perugia, Genova, Lecce, pur restando sempre legato alla sua terra. Come va a Trapani, così lontano?

“Mai avrei pensato di innamorarmi di una terra che subì dominazioni arabe, io nasco etrusco! Scherzi a parte, mi trovo molto bene, sono luoghi meravigliosi. Mi chiedo sempre quanto ci metterà l’uomo a rovinare queste straordinarie bellezze naturali. Speriamo che non ci riesca”.

Ha appena rinnovato il contratto per altri due anni… 

“Sono sincero, dopo questo campionato pensavo che mi sarebbe arrivata qualche proposta, invece non è stato così. Mi godo il mio rinnovo, una conferma meravigliosa di cui vado fiero. Chissà, forse mi hanno fatto arrivare fin qui per darmi l’ultima possibilità in un avamposto calcistico. Mi tengo quello che ho perché è prezioso”.

Lei è uno dei pochi allenatori ad aver scritto una biografia, “L’uomo del fiume”. Un libro scritto più di dieci anni fa. Che capitolo vorrebbe aggiungere?

“Quello era un libro dal capitolo finale brutalmente profetico. Ma all’epoca mi sentivo immerso in una centrifuga, ho disperso tante energie. Cercai di raccontare che si può fare calcio mantenendo i propri valori. Quello fu un decennio brutale: calciatori, presidenti e televisioni hanno utilizzato il calcio. Ma la natura quando viene violentata alla fine si ribella. La gente è stufa, gli stadi oggi si sono svuotati e se non hai la passione non vieni apprezzato”.

Qualche rimpianto?

“Meritavo una grande piazza, ne sono convinto. Bastava quello che avevo fatto a Perugia. Sì, è vero sono approdato a Genova, ma in serie B. Poi a Udine la grande occasione di giocare la Champions League. I dirigenti con cui ho avuto a che fare nella mia carriera si sono spaventati. Temevano il confronto con un allenatore che vuole rapporti umani veri, al di là degli interessi e dei numeri. La mia visione è distante dalla loro. Ho perso molto tempo a farmi convincere che dovevo essere più diplomatico, ma io non ci sto. Di base non cambierò mai”.

E’ la speranza che non muore mai. Allora Serse Cosmi è davvero il Santiago di Hemingway…

“Il giorno in cui non avrò più il fuoco dentro, quando dovrò crearmi delle illusioni per andare al campo ad allenare, allora capirò da solo che è arrivato il momento di smettere. Ma quel giorno è ancora molto lontano”.