Oliviero Beha

Overath è una cittadina di circa 30 mila abitanti nella Renania-Vestfalia, Germania soda, che ruota intorno a Colonia e Bonn. Ma Overath è anche lui, Wolfgang, nato in zona il 29 settembre del ’43, quando in quel giorno aveva già avuto i natali Silvio Berlusconi e doveva ancora averli Pierluigi Bersani, nonché forse la più nota “Equipe ‘84” con la canzone colonna sonora degli anni ’60. Quando Overath era già famosissimo, il “loro Rivera” per intenderci. Ha giocato tre Mondiali, uno perso in finale per una traversa di Hurst trasformata benevolmente “in casa” in gol, uno perso nella leggendaria semifinale con l’Italia dell’”Arriba Messico”, uno finalmente vinto, quello casalingo del ’74 con lui sempre in campo, il classico 10 mancino bassetto, fascio di nervi, tecnica individuale sublime, grande visione di gioco, insuperabile nello stretto, ottima media di realizzazione senza rigori e rare punizioni.

Overath: da stella del calcio a uomo d’affari

Adesso è un affermato uomo d’affari, con famiglia serena ma sempre lì, nel reticolo di Colonia, squadra dove ha sempre giocato, e di cui è stato presidente finché la cosa ha presentato motivi di qualche interesse, per lui bandiera sempre e comunque. Poi basta, in un mondo che cambia, in un calcio che cambia. Non credo che abbiate bisogno delle mie domande. Sono sufficienti le sue risposte, gli occhi vividi, il senso delle parole che nemmeno la traduzione smarrisce, un’aria da musicista (“ma forse sono io che ho in testa il grande Ludwig Van, Beethoven essendo di qui, di Bonn”) nella sagomatura signorile. Non lo diresti un ex campionissimo, nella storia del calcio tedesco e non solo. Invece lo è anche nelle parole. Leggete qua, e immaginatevi le pieghe della conversazione.


PAROLA A WOLFGANG OVERATH
“Sì, è vero, fa effetto che io non sia mai andato a giocare altrove, che so, nel Real Madrid che mi voleva, nel pieno della carriera, o negli Usa a guadagnare cifre folli nel “cimitero degli elefanti” a fine corsa, a Chicago… Ma vede, era un altro mondo. Si sceglieva dove star bene, anche guadagnando meno, ci si divertiva di più. Altro che offerte cinesi… Era diverso il mondo, e il mondo del calcio. A me piaceva proprio giocare, anche adesso due volte a settimana in qualunque stagione devo giocare, a 73 anni… Sgombriamo il terreno dalle domande più frequenti, e poi veniamo a noi…”.
Il più forte di sempre? “Naturalmente Pelé, perché al contrario di Maradona e Messi, formidabili per carità, era una specie di “solista di gruppo”, poteva far tutto e davvero non sapevi mai se avrebbe fatto da solo o coralmente”.
La partita drammaturgicamente indimenticabile? “Beh, Italia-Germania, il 4-3 del ’70, quello di Rivera e poteva essere il mio, presi una traversa… Il mio ruolo? Non esiste più, ero un 10 classico, di quelli che facevano gioco saltando l’uomo oppure giocando di prima. Vede, oggi corrono come matti, l’atletica ha soppiantato il meglio del pallone, magari non ti stanno attaccati a metà campo come allora ma fanno massa. Così se allora superavi l’uomo si apriva un arco di possibilità, adesso se pure superi l’uomo ci sono muraglie umane, di atleti cui a volte la palla rimbalza addossoNon voglio sembrarLe troppo critico ma… Oggi mi annoio. Ho appena visto vincere il Colonia con il Wolfsburg, per un rigore forse fasullo… Qui vince sempre il Bayern perché è più organizzato, alla faccia degli sponsor e dei tanti soldi anche degli altri, sorprese con il Lipsia come il Leicester dell’anno scorso non ce ne possono essere”.
Tornando al campo, è tutta una gran marmellata muscolare… “Oggi forse il mio 10 è ormai monopolio striminzito dei 6, dei mediani che ispirano il gioco dalla difesa in avanti, ma è tutto imparagonabile. E poi i soldi, i cinesi, le scommesse…Tutto cambiato, i rischi di disaffezione per il pallone ci sono eccome, ma gli stadi qui sono ancora pieni perché comunque veder giocare (e per me soprattutto giocare) significa gioia e dolore, partecipazione emotiva straordinaria, insostituibile per i “fedeli” di questa religione. Comunque in Germania per legge non si può entrare nell’azionariato di un club oltre il 49%, per ora…” Vedremo. “Qui ha fatto un gran lavoro, intendo per il Bayern e per tutto il calcio tedesco, Uli Hoeness, sì, quello che è stato in galera per frode fiscale, temo pagando per altri… In altri tempi nella stessa Germania, o in Italia sempre, non sarebbe mai finito dentro. Invece è successo, ha pagato, ha la stima e il rispetto di tutti anche per questo, in definitiva anche così ha fatto del bene al calcio. E sono convinto che qualunque cosa abbia fatto Beckenbauer anche lui l’ha fatto per il calcio tedesco, per ospitare i Mondiali del 2006, non per vantaggi personali. Ma se adesso mi chiede di Blatter e di Platini non ho niente da dirle. Bastano i giornali. Su Michel preferisco tornare al campo, quando era un 9 e mezzo. Sa, i 10 sono sempre stati un’altra cosa…”.