Paolo Valenti

E’ l’ora di pranzo di un giorno di fine maggio non ancora troppo caldo. Donald Trump ha ultimato gli incontri istituzionali previsti per la sua breve permanenza romana e, preceduto dalle sirene della scorta, è già sulla strada verso l’aeroporto a bordo della sua “Bestia”, l’auto in uso al Presidente degli Stati Uniti da 1,5 milioni di dollari. E’ un’eco lontana che mi ricorda che il mondo non ruota intorno ad un pallone. Ma di questo Gianni Rivera, nonostante popolarità e onori accumulati in oltre cinquant’anni di vita pubblica originati dalle sue capacità calcistiche, ne è da sempre consapevole. Tra i fondatori dell’associazione italiana calciatori, politico a livello nazionale con successivi ruoli di responsabilità anche all’interno della FIGC, alla soglia dei 74 anni ha deciso di aggiungere una nuova esperienza al suo curriculum: quella di allenatore di ragazzi, attraverso l’Academy che porta il suo nome e della quale, oltre a un gruppo di ex calciatori di primissimo piano (tra cui De Sisti, Bigon e Sormani), si occupa in prima persona.

La voce è quella di sempre. Le parole, affinate dall’esperienza politica, esprimono in scioltezza idee e valutazioni. Un cordiale saluto introduttivo e l’intervista può cominciare. 

Intervista esclusiva a Gianni Rivera

Da metà giugno a fine luglio si terranno a Roma dei corsi per ragazzi gestiti dalla sua Academy. Vuole spiegare perché è nata questa iniziativa e, soprattutto, quali sono gli obiettivi che persegue?
Con un po’ di amici ci siamo accorti che nei campionati italiani la tecnica individuale negli ultimi anni è peggiorata e quindi, per tornare a insegnarla, bisogna ripartire dai giovani. Qualche società ha capito che bisogna riprendere a lavorare sui settori giovanili. Noi siamo convinti che, avvicinando i bambini che cominciano a giocare a calcio, possiamo trasmettergli la prima parte di conoscenza tecnica: lavoreremo esclusivamente su quello. La parte atletica diventerà un problema di quando andranno nelle altre squadre ma lì nella nostra accademia vogliamo puntare a una conoscenza della tecnica individuale che è fondamentale, senza la quale non si può proseguire.

Nella pagina di presentazione consultabile sul suo sito web (www.giannirivera.it), viene evidenziato il fatto che nei corsi si insegnerà anche l’etica. Cosa può aspettarsi su questo tema un genitore che decide di far partecipare il proprio figlio alla Gianni Rivera Academy?
L’etica è fondamentale. Prima ancora che imparare la tecnica è importante imparare a vivere correttamente. All’Academy verranno date indicazioni su come comportarsi per fare squadra nel vero senso della parola, mettersi sempre a disposizione del proprio compagno, della società. Questo è fondamentale, aiuta a vivere meglio.

Rivera Pallone d'oro

Gianni Rivera con il Pallone d’Oro 1969

Facciamo un salto nel passato: 13 maggio 1979, Lazio-Milan 1-1. Scudetto della stella e ultima partita in rossonero. Ricorda come visse quella giornata?
Non sapevo che quella partita sarebbe stata l’ultima. Anche perchè, in realtà, l’ultima fu un’amichevole successiva in una tournee in Argentina. Ma nemmeno in quell’occasione sapevo che sarebbe stata la mia ultima partita col Milan. Solo quando ricominciò la stagione decisi di smettere. Probabilmente se Liedholm fosse rimasto avrebbe insistito perché io continuassi. Poi arrivò Giacomini, un allenatore giovane che aveva giocato con me e capii che avrei potuto creargli qualche problema, anche se secondo me sarei potuto stare tranquillamente negli spogliatoi e accettare le nuove regole del gioco. Ma alla fine, sentendomi già più dirigente, decisi di smettere ed entrai in società.

Da quel giorno sono passati quasi quarant’anni, durante i quali lei ha ricoperto molti altri ruoli di responsabilità. Nonostante questo, l’immagine di Gianni Rivera rimane principalmente quella legata alla sua carriera di calciatore. Lei a quale Rivera si sente più vicino?
La carriera di calciatore è irripetibile. Ho avuto tante soddisfazioni in altre attività: entrare in Parlamento, andare al Governo. Tutte cose molto importanti. Ma la vita di calciatore non è superabile, tanto è vero che alla fine ho deciso di fare l’allenatore, magari un po’ in ritardo rispetto al momento in cui avrei potuto cominciare. Ma sono ancora in tempo per dare indicazioni utili.

Lei è stato una bandiera del Milan ma sia sincero: davanti a un’offerta monstre avrebbe cambiato squadra? Sarebbe mai andato alla Juventus o al Real Madrid?
Ai miei tempi non c’erano le possibilità di avere queste offerte perché noi calciatori eravamo proprietà della società. Era loro che decidevano cosa fare, se tenerti oppure cederti. E tu non potevi opporti perché altrimenti smettevi di giocare. Ci fu l’eccezione per qualche giocatore: Riva, ad esempio, volle rimanere al Cagliari e la società decise di non cederlo perché aveva capito che sarebbe stato impopolare. Ma se la decisione fosse stata diversa, lui sarebbe dovuto partire.

Gianni Rivera ammira il Milan dalle tribune durante gli anni Ottanta

C’è stato, o c’è, un calciatore nel quale ha rivisto alcune delle sue caratteristiche?
No, ogni essere umano è un mondo a sé per cui, per quante similitudini ci possano essere, non è possibile fare paragoni. Magari c’è un tocco, un controllo, una visione che si possono somigliare ma vedere le tue caratteristiche in un altro non è possibile.

Esordio precocissimo in serie A, vent’anni di carriera con maglie pesanti come quelle del Milan e della nazionale. Poi ruoli in politica e in Federcalcio. La leadership è una dote naturale o un’arte che si impara?
Si può anche imparare però più che altro nasce dal tuo talento. Se tu sei destinato a percorrere una strada, se la fai nel modo giusto, corretto, sapendo come ti devi muovere diventa un fatto abbastanza naturale.

Lei e Berlusconi: due bandiere impossibili da legare?
Mah… all’arrivo di Berlusconi io sono rimasto a collaborare per un certo periodo. Quando ho visto che non c’erano più le condizioni per proseguire ho accettato di candidarmi con la DC che me l’aveva chiesto.

Gianni Rivera e Silvio Berlusconi durante i festeggiamenti del centenario del Milan

Riesce a capire cosa sarà il Milan da qui a tre-cinque anni?
No, non sono in grado di capire. Bisogna vedere come si muoveranno i dirigenti a partire dalla formazione della nuova squadra, gli indirizzi che verranno presi. Bisogna aspettare di vedere i risultati sul campo, per cui è necessario attendere l’inizio della prossima stagione.

Le sue grandi passioni sono state lo sport e la politica, che in qualche modo è riuscito a rendere sempre compresenti nella sua vita. Le va di raccontarci in breve come nacque l’idea di fondare il sindacato dei calciatori?
Abbiamo puntato a chiamarla associazione perché la parola sindacato era un po’ deviante. All’epoca si sapeva che c’erano grossi problemi per i calciatori più deboli. Noi che giocavamo in Nazionale eravamo facilitati perché potevamo decidere del nostro destino, però sapevamo che molti giovani delle squadre secondarie, di serie C e via a scendere, avevano spesso dei problemi: eravamo consapevoli che doveva nascere un’associazione che garantisse loro una tranquillità di attività. Pertanto in Nazionale, con Campana che aveva appena smesso di giocare e aveva coinvolto un po’ di giocatori, da Mazzola a De Sisti, Bulgarelli e altri, ci siamo riuniti e abbiamo deciso di fondare l’associazione calciatori. Abbiamo potuto garantire anche quelli che normalmente non riuscivano ad ottenere le cose corrette.

Crede che il sindacato sia riuscito a ottenere gli obiettivi per cui venne costituito?
Direi di si, quello che si doveva raggiungere si è raggiunto.

Albino Buticchi e Gianni Rivera.

Quando giocava lei si è distinto per idee spesso fuori dal coro e in anticipo sui tempi. Politicamente, invece, ha scelto posizioni moderate: c’è una contraddizione in questo?
Ma no, anche in politica quando c’era da dire qualcosa la dicevo. Infatti io appoggiai il Patto Segni e ne feci parte, un’azione che aveva il significato di voler salvare la Democrazia Cristiana. I vecchi dirigenti non lo capirono e preferirono cambiare il nome del partito piuttosto che metterlo nella mani di soggetti nuovi che avrebbero portato a riutilizzare la DC. Questo fu l’errore tragico di quel progetto che è caduto appena cambiò nome: quello del nuovo partito sparì dalla circolazione velocemente. Ci dovemmo chiamare Patto Segni ma avremmo voluto rimanere in una DC rimodernata. Preferirono farla morire piuttosto che cambiarla.

Torniamo alle questioni di campo. Il prossimo 3 giugno Juventus e Real Madrid disputeranno la finale di Champions League. Le chiedo se se la sente di spiegare cosa si prova alla vigilia di una partita così importante visto che lei ne ha disputate due. Come si gestisce la tensione?
Il tutto succede stando negli spogliatoi, con l’allenatore e gli altri compagni. Prima non se ne deve parlare più di tanto. Se ne parla prima della partita quando si va allo stadio ma è una vigilia come tutte le altre, non deve esserci una tensione superiore, altrimenti si rischia di consumare tutte le energie. Ci si concentra nel momento in cui si va allo stadio.

Lei ha vinto due coppe dei campioni. Sono le gioie più grandi che le ha regalato il calcio?
A me il calcio ha regalato vent’anni di grande partecipazione, divertimento, concentrazione e quindi li ricordo tutti con piacere, anche gli episodi meno positivi perché hanno significato la mia vita.

I dirigenti del calcio di oggi sapranno preservarlo dagli eccessi del business e salvaguardarne la sua forza ossia il legame con la gente?
Ormai la situazione è scappata di mano, non so se riusciranno a tornare indietro. Si pensa soprattutto al denaro, come in tutta la società che abbiamo costruito. Ci sono tanti approfittatori che economicamente sfruttano gli altri. C’è una frase di Cristo nel Vangelo di San Matteo che dice “o vinco io o vince Mammona”. Nel primo tempo ha vinto Mammona: speriamo che nel secondo vinca Cristo.