Paolo Valenti

Mario Alberto Kempes è stato l’eroe di un’Argentina che, nel 1978, aveva terribilmente bisogno di lui per trovare una via di fuga ai pesanti problemi che la affliggevano. Ne aveva bisogno la giunta militare per la sua propaganda nazionalistica dentro e fuori i confini. Ancora di più ne aveva bisogno la gente, oppressa dalla dittatura e alla ricerca di un sogno che rendesse più sopportabile il peso di quei giorni. Mario fu il giocatore che seppe dare un volto solo all’intero paese: ma vinse per la gente più che per i militari, lasciando alla storia il gesto della mancata stretta di mano col generale Videla. Un atto oscurato, timido com’era lui fuori dal campo, Ma chiaro e senza equivoci come tutti i gesti accompagnati dal silenzio. I ragazzini come me all’epoca di queste cose non sapevano niente. Per loro Mario Alberto Kempes era “solo” l’attaccante della squadra campione del mondo e capocannoniere del mondiale, quello più imitato ed evocato nelle telecronache autoprodotte che accompagnavano le partitelle tra amici fatte quell’estate fino all’imbrunire. Oggi Kempes è un uomo appagato: commentatore per la ESPN, vive in Connecticut. Risponde con gentilezza e disponibilità alle domande che riguardano la sua vita: dall’Argentina a Valencia, dalla Champions League all’Italia.

intervista mario kempes

Mario Kempes calciatore con la maglia della nazionale Argentina insieme a Maradona nel 1982.

 

Intervista esclusiva a Mario Kempes

Mario, cosa è successo col Valencia? Ti hanno tolto il titolo di ambasciatore della squadra dopo qualche critica che avevi fatto.
Sì, è vero ma la situazione ora si è normalizzata e siamo sempre amici. Non cambierà mai quello che provo per il Valencia e tutto quello che ho fatto nessuno potrà mai dimenticarlo. Il mio sentimento è sempre quello di riconoscenza e se posso essere utile in qualche maniera lo faccio.

Oltre al Valencia, c’è una squadra argentina per cui fai il tifo?
In Argentina ho giocato in tre diverse squadre: l’Instituto de Cordoba, il Rosario Central e il River e per tutte e tre provo molto affetto. Chi mi ha dato una prima opportunità è stato l’Instituto de Cordoba, poi il Rosario Central e alla fine il River dopo che ero già stato in Europa. Apprezzo tutti e tre i club in modo differente, visto che hanno rappresentato delle tappe diverse della mia carriera calcistica.

Cosa ha significato il Valencia per te?
E’ stata una tappa molto importante perché mi ha dato l’opportunità di giocare in prima divisione quando nessuno mi conosceva: si prese il rischio. Col tempo io mi adattai perfettamente e i risultati furono molto positivi.

La gente lì ti ricorda ancora con grandissimo affetto.
Io ho avuto un grande rapporto con il Valencia e con Valencia. Forse perché vedevano che io in campo davo tutto e loro da fuori mi supportavano.

Parlando di Europa, il passaggio alla Champions League è d’obbligo. Credi che ci sia una squadra favorita per la vittoria finale?
Stando a quello che si era visto negli ottavi di finale, si poteva pensare al Barcellona, soprattutto dopo la rimonta con il Paris Saint Germain. D’altro canto sia il Real Madrid, con un gioco molto diverso ma pratico e vincente, che il Bayern, che è una squadra che arriva sempre in semifinale e ha bisogno di vincere nuovamente la Champions, possono essere considerate allo stesso modo. Tra le tre, comunque, credo che quella che oggi stia funzionando meglio sia il Bayern.

La Juventus ha delle possibilità di passare il turno?
Ci sono delle grosse possibilità (soprattutto dopo il 3-0 nella gara d’andata, ndr). Credo che la Juve sia una squadra molto competitiva perché già lo era due anni fa nella finale di Berlino. E’ la tipica squadra italiana che sa quello che fa, conosce i suoi limiti e gioca sempre nello stesso modo. Fare un gol alla Juve è comunque molto difficile: è una bella sfida tra due squadre molto diverse, una più pratica come la Juve e il Barca che tutti conosciamo.

Segui la serie A?
Si. Domenica ho visto Lazio – Napoli. Il calcio italiano mi sembrava molto noioso fino a 6-7 anni fa. Oggi è diverso, non si gioca più il catenaccio che è stato un sistema in passato molto buono per i risultati delle squadre e della nazionale italiana. Oggi ci sono squadre che giocano bene: è il caso della Juve, del Milan e dell’Inter ogni tanto, domenica il Napoli ha giocato bene. Non tutte le partite sono piacevoli, ma il calcio italiano è migliorato grazie all’apporto di giocatori diversi.

Pensi che ci siano delle squadre in grado di togliere lo scettro alla Juventus?
Oggi no, la Juve è tre-quattro passi avanti alle altre nonostante Roma e Napoli provino a superarla,  ma per il momento non riusciranno a raggiungerla. La Juve è, ripeto, una squadra molto competitiva e le manca solo la conquista della Champions per affermarsi appieno.

Vuoi raccontarci della tua esperienza in Italia?
Fu molto breve: nel 2001 mi portarono come direttore tecnico assieme a una ventina di giocatori argentini e uruguagi, però non funzionò, né col Fiorenzuola né a Casarano. Mi sarebbe piaciuto rimanere perché stavo molto bene, ma per una ragione o per l’altra non si riuscì a realizzare ciò che si sarebbe voluto fare, motivo per il quale tornai in Spagna. E’ stato un peccato. Mia figlia, che ora ha 17 anni e allora ne aveva 3, se fossimo rimasti avrebbe imparato perfettamente l’italiano!

Sei stato un giocatore amato dai tuoi tifosi ma anche da quelli avversari. Come è stato possibile questo?
Semplicemente comportandomi come una persona normale , sapendo rispettare l’avversario fuori e dentro il campo, specialmente con le parole. A volte offende più una brutta parola di un calcione. Io credo di aver sempre saputo distinguere ciò che accade dentro e fuori dal campo: ricordiamoci che a volte un avversario diventa un tuo compagno in nazionale.

Quarant’anni fa sapevi giocare a calcio in modo moderno: eri forte fisicamente, cominciavi le azioni lontano dalla porta senza dare riferimenti ai difensori avversari. Te lo insegnò qualcuno o erano doti naturali?
No, era del tutto naturale. Io cominciai a giocare a centrocampo. Sapevo di avere un buon controllo di palla, ero piccolino ma con il passare del tempo sono cresciuto, così mi spostai sulla sinistra e dopo essere diventato più potente non riuscivo a muovermi bene negli spazi brevi. Arrivai a giocare da 9 con tecnica e forza fisica.

C’è stato, o c’è oggi, un attaccante che ti somiglia?
No, direi di no. Io sono stato un goleador ma non potevo rimanere a lungo in area perché non era il mio modo di giocare. Dovevo partire da lontano e mantenere un contatto costante con la palla, altrimenti mi raffreddavo o uscivo dalla partita.

Cosa pensi dell’esonero di Bauza?
E’ un peccato che l’Argentina torni ai vecchi tempi del nervosismo e dell’incertezza.

Pensi che Icardi meriti la Seleccion?
E’ da tanto tempo che dico che Icardi merita di essere chiamato in nazionale, è un giocatore che ho sempre difeso.

Chi è il più grande numero dieci dell’Argentina dopo Maradona? Mario Kempes?
Ogni tempo ha i suoi giocatori: oggi il dieci è Messi, prima di lui c’è stato Diego e prima ancora molti buoni giocatori che hanno vestito quella maglia e sono stati anche campioni del mondo.

Hai un compagno di squadra con cui sei rimasto amico?
Tutti, ma in particolare Ardiles. Anche Passarella, con cui ho giocato assieme nel River. Poi Fillol, Tarantini, Olguin che erano compagni nel ’78 e dopo lo sono stati nel River: con tutti ho sempre mantenuto una buona relazione.

Oggi vivi negli USA. Cosa ti manca degli ambienti latini?
Niente, perché qui ci sono latini ovunque! Certo, quando vado nel mio paese o in Spagna ritrovo la mia famiglia. Io sono sempre stato contento di vivere dove c’è il lavoro e se la mia famiglia sta bene, ancora meglio.

Come si sta sviluppando il calcio negli USA?
Stanno provando a farlo crescere, facendo maturare gente giovane di 22-23 anni e non solo acquistando giocatori a fine carriera.

La nazionale americana si qualificherà per i mondiali del 2018?
Ora vanno meglio, sono riusciti a vincere con l’Honduras e a pareggiare con Panama. Gli Usa, assieme al Costarica e al Messico, sono sempre i favoriti per qualificarsi ai Mondiali in questa regione.

Hai ancora un sogno da raggiungere?
No, tutto quello che mi è capitato sono riuscito a coglierlo, ora sono in una fase tranquilla della mia vita.  Magari, se mi arrivasse una proposta da parte di una squadra, la potrei allenare. In ogni caso, sto bene così.

A destra, Kempes in una foto di qualche anno fa insieme a Stoitchkov.