Adriano Stabile

A quasi 37 anni Francelino Matuzalem continua a sudare e a illuminare il gioco nel Monterosi, alle porte di Roma, in Serie D. E pensare che il centrocampista brasiliano, piedi buoni e tanta grinta in un unico giocatore, è stato a un passo dal lasciare il calcio dopo la poco stimolante esperienza nel Miami FC. Poi, rientrato nella Capitale, si è fatto convincere a rimettere gli scarpini dal figlio 15enne che milita negli Allievi del Monterosi. «Visto che sei tornato a casa, perché non vieni a giocare con noi?» ha chiesto il giovane Matuzalem junior al papà, che in carriera ha militato, tra le altre squadre, nel Napoli, nello Shakhtar Donetsk, nel Saragozza, nella Lazio e nel Genoa.

Francelino Matuzalem sogna ancora nel Monterosi

Il “vecchio” campione c’ha pensato su, è andato a vedere come lavoravano nella società guidata dal presidente Luciano Capponi, e poi ha accettato la proposta, convinto dalla serietà di un club che in pochi anni è cresciuto tantissimo. Ancora adesso, a tre giornate dalla conclusione del girone G di Serie D, il Monterosi è in piena corsa per la promozione in Lega Pro, in una volata entusiasmante che vede l’Arzachena primo a 65 punti, seguito a una lunghezza dal Rieti e dai biancorossi del giovane mister David D’Antoni, 38 anni e una lunga esperienza da centrocampista tra Serie B (con Frosinone, Venezia, Genoa e Salernitana) e Serie C, con una sola apparizione in Serie A nell’Empoli nel 1998.

“Matu”, nelle ultime settimane, è stato alle prese con un problema muscolare, ma il peggio è passato e “Il professore” è ormai pronto per tornare in campo e dare una mano fondamentale nella fase decisiva del campionato. In questi giorni siamo andati a trovare Matuzalem dopo un allenamento al campo Marcello Martoni, quartier generale del Monterosi, e il centrocampista brasiliano c’ha raccontato tante cose in esclusiva per “Il Posticipo”: dagli stimoli ritrovati in Serie D dopo l’esperienza a Miami, alla carriera ricca di soddisfazioni fino ai dubbi sul suo futuro, ancora da decidere.

Come è nata l’avventura nel Monterosi?
«È nata tramite mio figlio. Dopo che sono rientrato da Miami mi ha detto “papà, visto che sei tornato a casa perché non vieni a giocare nel Monterosi? È una società buona e ben organizzata”. Ho verificato che effettivamente tutto funziona bene e allora ho deciso di riprendere a giocare qui».

Ti è piaciuta subito questa nuova esperienza?
«Sì, soprattutto perché così sto vicino a mio figlio che oggi ha 15 anni. Dopo tanto tempo lontano da lui, adesso, andare all’allenamento, è un’occasione per stare insieme».

Ti è capitato di allenarti con lui?
«Ancora no, mi “massacra” in macchina prima dell’allenamento (ride, n.d.r.) ma spero un giorno di giocare una partita insieme con lui».

In quale ruolo gioca Francelino junior?
«A centrocampo, in un ruolo simile al mio, ma mi piace molto anche quando gioca in difesa. Lasciamo decidere al suo allenatore…».

«Sono finito al Monterosi grazie a mio figlio che ha 15 anni. Mi ha detto “papà perché non vieni a giocare qui con noi”. La società mi è piaciuta e adesso vogliamo vincere il campionato in Serie D»

Ti piace l’idea che possa diventare un calciatore professionista?
«Lo spero. Sarebbe un sogno se lui arrivasse ad alto livello, prendendo con maggior impegno questo gioco. Mi piacerebbe andare allo stadio a vedere mio figlio che gioca a calcio. Vedremo, deciderà lui cosa fare».

Come è stato l’approccio con l’allenatore del Monterosi David D’Antoni? Tu sei un giocatore con un passato “ingombrante” e lui ha soltanto un anno più di te.
«È andato tutto bene, il mister è giovane, ma è molto preparato e si impegna tanto. Siamo stati bravi tutti e due: io rispetto il suo modo di pensare e di lavorare nonostante il mio passato. Mi sono messo al livello degli altri e qualsiasi cosa dica l’allenatore sono pronto a farla. Mi è piaciuta molto anche l’accoglienza positiva di tutto il gruppo».

Qual è il livello della Serie D in cui giochi quest’anno?
«In Serie A c’è sicuramente più tecnica e ci sono tempi di gioco diversi. Qui invece c’è un alto livello dal punto di vista fisico: tutti corrono tanto e questa non è una buona cosa per me. Correre dietro a un ragazzo di 20-25 anni non è facile, però riesco a gestire la situazione con la qualità, che alla fine esce fuori».

Ti dispiace esserti fatto male nel momento decisivo del campionato del Monterosi?
«Sì, tanto. Stavo dando una grossa mano ai compagni e all’allenatore in un momento delicato del campionato. Mancano poche partite e non possiamo più sbagliare. Non mi piace stare fuori, voglio stare in campo, allenarmi, sudare e prepararmi per la partita. Stare fuori, per un giocatore, non fa mai piacere».

Quindi senti ancora la voglia di giocare…
«A dir la verità, quando sono tornato da Miami, avevo deciso di smettere di giocare. Stavo in un bel posto, ma il livello del calcio là non era granché. Ti dico solo che oggi, in Serie D, mi diverto di più. Devo ringraziare due volte mio figlio perché, una volta arrivato qui al Monterosi, ho capito che senza pallone non posso stare».

Matuzalem Totti

Matuzalem e Totti nel derby di Roma del marzo 2011

Il bomber del Monterosi, Renan Pippi, è brasiliano come te. Avete legato in maniera particolare?
«È stato tutto molto naturale. È un ragazzo tranquillo e sereno, mi ha dato una mano a capire come si gioca a questo livello. Sono abituato a giocare con miei connazionali, mi è capitato spesso e mi sono trovato sempre bene con loro».

Recentemente la “tua” Lazio ha eliminato la Roma dalla Coppa Italia. Hai visto i due derby?
«Sì, li ho visti e, in questo caso, ho fatto il tifo per la Lazio. Mi sono tornati in mente tanti bei ricordi e l’adrenalina tipica di queste sfide. Di partite così ne ho fatte tante: penso al derby di Genova, a Napoli-Salernitana, a Shakthar-Dinamo Kiev e ad alcune sfide in Spagna. Il derby di Roma però resta il più bello e affascinante».

Tu hai anche segnato in un derby di Genova, nell’1-1 del 14 aprile 2013.
«Anche se in realtà volevo mettere il pallone in area (ride, n.d.r.). È stato un gol importantissimo perché non stavamo messi bene in classifica e non potevamo perdere quella partita. Eravamo sotto 1-0 e poi, non so come, ho inventato quella palla, che volevo mettere in mezzo per un movimento di un mio compagno e invece si è infilata lì dove nessuno poteva arrivare».

Ti aspettavi che Simone Inzaghi potesse diventare un bravo allenatore?
«Sì perché l’ho conosciuto come giocatore (abbiamo vinto la Coppa Italia e la Supercoppa insieme [nel 2009, n.d.r.]) e, chiacchierando con lui, si notava già la sua mentalità da allenatore. Giustamente è partito dal settore giovanile. Penso che qualsiasi allenatore, per diventare grande, debba iniziare da quel livello. Simone è diventato un tecnico importante in poco tempo per proprio merito: prima dei due derby di Coppa Italia gli ho mandato altrettanti messaggi, evidentemente gli ho portato fortuna».

«Il derby di Roma è il più bello e affascinante. Quando segnai in quello di Genova in realtà volevo mettere il pallone in area per un compagno. Il Napoli è la squadra italiana per cui tifo: ancora oggi mi dimostrano affetto e si ricordano quando feci gol all’Inter»

Sei legato alla Lazio, ma la tua squadra del cuore in Italia è un’altra, giusto?
«È vero, tifo Napoli perché quando sono arrivato dal Brasile, a 20 anni, mi è rimasta impressa l’accoglienza di questa società e della gente napoletana. Lì ho vinto un campionato di Serie B. Vado spesso a Napoli e tuttora mi vogliono bene. Si ricordano ancora un gol che ho realizzato all’Inter (il 18 febbraio 2001, successo del Napoli per 1-0, n.d.r.), forse perché è l’unico che ho fatto (sorride, n.d.r.). Ogni volta che gioca il Napoli tifo per loro».

Quale ricordo hai di Zdenek Zeman, che hai avuto per qualche mese nella seconda stagione al Napoli? È stato duro fare il ritiro estivo con lui?
«È stato duro perché non era abituato a quel tipo di lavoro. Ero giovane e a noi brasiliani non piace molto correre mentre con lui ho dovuto impegnarmi tanto. Però è stata una bella esperienza perché ho conosciuto un grande allenatore che ha un coraggio immenso per vincere le partite. Peccato che sia durato poco, poi è cambiata la società e Zeman è andato via».

A quale allenatore sei maggiormente affezionato?
«A Walter Novellino perché è stato il mio primo allenatore e ha avuto tantissima pazienza con me. Arrivavo dal Brasile con un’altra mentalità, ero giovane, volevo uscire la sera più che allenarmi, ho fatto tanti errori tipici dei ragazzi. Lui però ha avuto pazienza e mi è stato accanto spiegandomi cosa dovevo fare e come funzionava il calcio in Italia. Poi è andato a Piacenza e l’ho seguito».

Matuzalem Napoli

Francelino Matuzalem a 19 anni nel Napoli

Qualche anno fa, in un’intervista, hai detto che il calcio ti ha salvato la vita. Perché?
«È la verità. Sono nato e cresciuto in Brasile a due passi dalla favela, in una realtà povera piena di droga e di armi. Ho tanti amici là che sono finiti in galera o hanno comunque avuto problemi seri. Se non avessi giocato a pallone sarei rimasto con loro e non so se sarei ancora vivo».

Nel Brescia, dal 2002 al 2004, hai giocato con Roberto Baggio. Cosa ti è rimasto del “Divin Codino”?
«Ho un ricordo bellissimo di un grandissimo campione e soprattutto di una grande persona. Mi ha dato molti consigli. Ricordo bene la sua partita di addio (il 16 maggio 2004, Milan-Brescia 4-2, n.d.r.) perché feci due gol e perché a San Siro erano tutti in piedi ad applaudirlo. Secondo me è stato forse il più forte numero 10 italiano».

Quale gol nella tua carriera ricordi con più piacere?
«A parte quello, indimenticabile, nel Napoli che è stato il primo in Serie A, il più bello è il “colpo dello scorpione” che feci nello Shakthar contro il Siviglia (era il 15 marzo 2007, n.d.r.)».

Ai tempi dello Shakhtar hai realizzato tanti gol. Che sensazione ti è rimasta di quelle tre stagioni in Ucraina?
«È stato il periodo più bello della mia carriera. Avevo 24-25 anni ed ero al top: giocavo mezzala sinistra con Lucescu che è un eccellente allenatore e mi dava piena libertà di fare quello che volevo sul campo. Spesso stavo in area e facevo gol. Ne ho fatti pure in Champions League anche se il livello del calcio in Ucraina è più basso rispetto all’Italia e alla Spagna».

Cosa hai in mente per il tuo futuro? Farai l’allenatore o il dirigente?
«Sto pensando di diventare allenatore, magari dei ragazzini. Per ora non penso alla prima squadra perché, a parte la mia timidezza, non è facile combattere con 20 persone e 20 teste diverse. Serve una pazienza enorme. Dico sempre che quasi tutti gli allenatori sono esauriti».

C’è troppo stress?
«Sì, ne ho visti tanti dopo una sconfitta o in un periodo negativo dover affrontare i giornalisti che non sono sempre così carini. Vediamo cosa accadrà, voglio partire dai ragazzini».

Smetterai di spostarti dopo tanti anni in giro per il mondo?
«Non lo so. Finché mi diverto voglio giocare ancora anche se poi, quando ti infortuni come è capitato a me in questa stagione, ti butti un po’ giù e inizi a pensare che hai 37 anni e non è facile continuare. Qui sto bene, sono vicino a casa e a mio figlio, però magari, il prossimo anno, può accadere qualcos’altro».

Non ti senti ancora di dirci se nella prossima stagione sarai un calciatore oppure no?
«No, voglio pensare a quest’anno e a vincere il campionato. Devo ragionare su cosa è meglio per me anche perché non ho molta voglia di fare un altro trasloco. Ne ho fatti 200 in carriera (ride, n.d.r.). Del futuro… Non si sa mai…».