Paolo Valenti

Un scorcio ampio e importante della storia del calcio italiano ti si schiude davanti quando senti nominare Sandro Mazzola. Figlio di Valentino, altra figura imponente del football nostrano, emblema e capitano del Grande Torino cancellato dalla nebbia di Superga, Sandro seppe interpretare il gioco offensivo con guizzi e accelerazioni che ne avrebbero consentito facilmente l’utilizzo anche nelle trame tattiche del calcio di oggi. Protagonista della Grande Inter di Herrera e della storia della nazionale tra i mondiali del 1966 e quelli del 1974, Mazzola traccia in questa intervista le linee guida del suo pensiero, in un giro d’orizzonte che spazia dalla nuova Inter in mano ai cinesi all’amore e il rispetto per la maglia che sembrano appartenere a contesti ormai fuori moda.

Intervista esclusiva a Sandro Mazzola

Sandro Mazzola, lei ha già un’idea di cosa potrà fare la nuova Inter di Suning?
Io credo che stiano lavorando bene, almeno questa è la mia sensazione. E’ gente che conosco abbastanza bene: fui io il primo a portare l’Inter in Cina nel millenovecento e rotti (ride, ndr)… Andammo lì verso la fine degli anni 70 e vidi gente che aveva una grande fame di calcio. Adesso sono riusciti a trovare una strada, hanno i soldi. Sono curioso di vedere la riuscita di tutto questo. Credo che sarà una buona riuscita da quanto posso vedere. 

Inter Cina 1978

Mazzola in Cina (Gazzetta dello Sport del 13 giugno 1978)

Che livello di competitività avrà l’Inter nel prossimo campionato? Sarà già in grado di lottare per vincere o potrà solo avvicinarsi alla vetta?
Se sarà capace di lottare per il titolo o meno dipenderà da tante cose. In ogni caso, secondo me sarà già da prime posizioni.

Ha fiducia nel lavoro che potrà fare un allenatore come Spalletti?
Spalletti lo conosco: è bravo, tosto, uno che entra nella testa dei giocatori.

In questo momento, se fosse lei il direttore sportivo, quali ruoli andrebbe a coprire per primi attingendo dal mercato?
A mio modo di vedere la squadra è già ben distribuita. In ogni caso penserei a un difensore che possa fare il centrale e anche l’esterno.

Il calcio italiano può tornare ai livelli che gli competono

Allarghiamo il discorso, parliamo della Champions League: il divario che si sta creando tra le squadre che vi partecipano e quelle che ne rimangono escluse non rischia di diventare troppo grande? Se è così, in futuro avrà ancora senso mantenere i campionati nazionali con le formule che hanno oggi?
Io non ritengo che ci sarà un cambio di formule. Penso, invece, che le piccole diventeranno sempre più forti facendo più investimenti sui giovani. Credo molto in questo.

Dopo le due ultime deludenti partecipazioni ai mondiali, la Federazione ha intrapreso la strada giusta per recuperare il livello di competitività che storicamente spetta al calcio italiano?
Mi pare che si stia facendo un buon lavoro. Dal mio punto di vista la partenza è stata molto buona per tornare ai livelli che ci competono.

Mazzola con la maglia della Nazionale assieme a Pelè

Secondo lei riusciremo ad andare in Russia? Eventualmente che ruolo saremo in grado di recitare?
Io penso di sì, credo che alla fine in Russia ci saremo. Per intuire quello che potremo fare sarà determinante il modo in cui partiremo. Da lì si potrà capire se i giocatori saranno stati mentalizzati, se saranno all’altezza, se non avranno paura. Comunque ritengo che noi abbiamo i calciatori adatti per andare avanti.

Gli schemi condizionano i ragazzi, difficile rivedere le ali di una volta

Si diverte ancora a vedere le partite del calcio attuale rispetto a quelle che si giocavano fino a una quindicina di anni fa?
E’ diverso ma è sempre calcio! Certo, spero sempre di vedere qualcuno durante la partita che sappia dribblare, che sappia dare bene la palla d’esterno e di interno. Questo è quello che mi aspetto io, però forse sono superato, non lo so…

Lei pensa che rivedremo prima o poi il giocatore di fascia? Non tanto il terzino che sale quanto l’ala che arriva a fondo campo e crossa in mezzo, che dribbla?
Io penso che sarà difficile rivedere giocatori così. Oggi gli schemi sono quelli che condizionano sin dall’inizio anche i ragazzi. Credo che ormai dovremo abitarci al terzino che viene su, non all’ala che scende. Io ho giocato con un tale che si chiamava Jair da Costa… era pazzesco, quando partiva era qualcosa di incredibile.

mazzola

Jair, ala della Grande Inter

Mi dica una cosa che le piacerebbe cambiare del calcio di oggi.
Io non farei tutte le sostituzioni che vengono fatte adesso perché quando un giocatore entra in campo e sa che prima o poi l’allenatore può farlo uscire, nel settanta per cento dei casi non fa la partita che si sente di fare. Questo secondo me non è giusto: le sostituzioni andrebbero limitate.

L’amore per la maglia è un valore che è andato perso

Torniamo a qualche considerazione legata al calciomercato. Il fatto di dire che un tempo c’era maggiore attaccamento alla maglia è una considerazione da nostalgici o aderisce alla realtà?
Io sono dell’idea che una volta l’attaccamento alla maglia c’era davvero. Con il desiderio della maglia tu ci crescevi, la volevi, aspettavi che te la dessero e alla fine ti ci affezionavi. Io ho ancora a casa la prima maglia dell’Inter che ho indossato: se oggi la dessimo da mettere a un giocatore sarebbe pesante come un’armatura. Una di quelle maglie di lana che pungevano la pelle ma che non darei via per niente al mondo.

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Sandro Mazzola e la maglia della sua Inter

A quale delle sue tante vittorie è rimasto più legato?
Ce ne sono due: una contro la Juve che praticamente decise il campionato (Juventus-Inter 0-1 del 28 aprile 1963, gol di Mazzola, ndr) e una col Real Madrid, che significava vincere la Coppa dei Campioni (finale del 27 maggio 1964 a Vienna, 3-1 con doppietta di Mazzola, ndr). Allora il Real era davvero una squadra mostruosa. La finale di Vienna rimane per me il sogno realizzato. 

Parlando sempre di finali, quella del Mondiale del 1970 col Brasile è stata un rammarico oppure arrivaste talmente stanchi all’ultimo atto, peraltro contro una squadra fortissima, che riusciste ad accettare meglio la sconfitta?
Accettarla mai! Però capimmo che c’era poco da fare. Arrivammo proprio sfiniti, giocammo sempre con un gran caldo e loro erano molto forti, davvero una grande squadra.