Adriano Stabile

Di Nicola Pietrangeli tennista si sa quasi tutto, di quello giocatore di calcio un po’ meno. Con la racchetta in mano è stato probabilmente il più forte nel nostro Paese, unico italiano ad aver conquistato due Roland Garros (1959, 1960) e altrettanti Internazionali d’Italia (1957, 1961), nonché primatista mondiale di presenze in Coppa Davis (164 partite, con 78 vittorie in singolare e 42 in doppio tra il 1954 e il 1972) e capitano non giocatore degli azzurri che conquistarono l’insalatiera d’argento nel 1976.

Il calcio di Nicola Pietrangeli: «La Lazio? Un sogno»

Gioviale, sorridente e sempre appassionato di sport, a 83 anni splendidamente portati, Pietrangeli rivendica con un pizzico di orgoglio anche la sua bravura sui campi di calcio. Prima di diventare un delizioso tennista, è stato pioniere del calcetto a Roma, quando aveva 15 anni. Ci racconta questo e tanto altro, in esclusiva, per “Il Posticipo”.

Nicola Pietrangeli calciatore

Helenio Herrera con Pietrangeli e Giorgio Chinaglia negli anni ’70

Da dove viene la sua passione per il calcio?
«Ho iniziato a giocare a pallone da ragazzino a Tunisi, dove sono nato. Poi, quando i francesi ci hanno mandato via, ho continuato anche in Italia; mi piaceva. Ho praticato contemporaneamente il tennis, scimmiottando mio padre, e il calcio fino ai 18 anni. Ero bravo anche con il pallone tra i piedi».

Lei è considerato uno degli inventori del calcetto (o calcio a cinque) a Roma.
«Accadde nell’inverno 1948-49, al vecchio Circolo Parioli di viale Tiziano. Ci sono ricapitato proprio in questi giorni: mancavo dal 1959. Eravamo dieci matti: quando pioveva non potevamo giocare a tennis e allora tiravamo fuori il pallone. Là vicino c’era la Rondinella, il campo di allenamento della Lazio, e una volta organizzammo una partita cinque contro cinque dietro la porta da calcio. Facevamo le porte con le cartelle e le sedie».

I vecchi soci del Parioli vi guardavano male…
«Sì, perché iniziammo a giocare a calcetto sul campo centrale di tennis di quel circolo che all’epoca era probabilmente il più snob d’Italia. Qualcuno ci consigliò di evitare di “infangare” il centrale  e così ci adibirono un altro campetto da tennis per farci giocare a pallone: nacque così il calcetto».

«Al Circolo Parioli giocavamo a pallone sul campo centrale tra l’orrore dei vecchi soci. Così ci diedero un altro campo e inventammo il calcetto»

È vero che ha militato nelle giovanili della Lazio?
«Ci ho giocato per tre anni, ero centravanti. Poi non ho voluto più continuare con il calcio perché la Lazio mi voleva dare in prestito, ma non avrei preso soldi. Scelsi definitivamente la racchetta: anche qui non c’erano soldi, ma perlomeno mi dava la prospettiva di poter viaggiare. È così che mi sono lanciato nel tennis… per mia fortuna».

Durante la sua carriera da tennista professionista le capitava di giocare a calcio, magari tra amici?
«Certo, ho sempre continuato».

Le è mai capitato, quando era un campione del tennis, di farsi male giocando a pallone?
«Soltanto in una circostanza. Presi una tacchettata che mi aprì il ginocchio fino all’osso, però non ho avuto conseguenze particolari sulla mia attività da tennista. Un’altra volta mi presentai a Mario Belardinelli, il nostro coach, con il dito ingessato. Gli raccontai che mi ero fatto male giocando in porta e lui iniziò a disperarsi. A quel punto gli dissi: “Io, per la Coppa Davis, mi tolgo anche il gesso” e così fu. Era semplicemente uno scherzo».

«Mi sono allenato per tre anni nella Lazio di Maestrelli, che era un allenatore straordinario, bravo psicologo. Partecipavo alle mitiche partitelle contro Chinaglia, ma noi non potevamo mai vincere»

Nicola Pietrangeli

Nicola Pietrangeli tennista

Si ricorda anche un suo doppio impegno calcistico e tennistico nello stesso giorno.
«Accadde a Milano, dove avevo portato il calcetto. Venivo da una partita a pallone, ma mi vollero far disputare anche l’ultimo incontro di Coppa Davis contro la Spagna, nonostante il risultato fosse già acquisito. Vinsi in cinque set dopo aver giocato trequarti d’ora a pallone».

Ci conferma che giocava in una squadra chiamata Fleming, dal nome dell’omonimo quartiere romano?
«Ho anche giocato in una squadra con questo nome, il Fleming, ma la mia era soprattutto quella del Canottieri Roma, con cui disputavamo il Caravella Tricolore. Era un torneo molto competitivo, non per “scapoli e ammogliati”, ci partecipavano tanti calciatori veri. Con noi giocò anche Giorgio Chinaglia».

 Cosa ricorda del periodo in cui si è allenato con la Lazio campione d’Italia di Maestrelli?
«È stato un periodo bellissimo. Ho iniziato quando ero a fine carriera nel tennis e ho continuato ad allenarmi con loro, tutti i giorni, per tre anni, a Tor di Quinto. Se mi hanno tenuto con loro per così tanto tempo si vede che non giocavo poi così male».

Si è divertito con la Lazio?
«Fu fantastico, ero uno come loro. Avevo la mia divisa, se arrivavo in ritardo pagavo la multa come gli altri, venivo insultato come accadeva tra di loro. Non amo molto il tifo, ma in quelle occasioni ero davvero tifoso: della mia squadra di “amici”».

E in quella Lazio notoriamente divisa in due, in quale squadra finiva Nicola Pietrangeli?
«Ero in squadra con Martini e Re Cecconi. Dall’altra parte c’erano Chinaglia, Wilson e Pulici. Le partitelle erano battaglie ogni volta, sempre. Non si facevano prigionieri. Ricordo le botte che si davano. Ogni tanto pensavo: “adesso qualcuno si spacca una gamba”».

Con chi ha legato di più in quella squadra?
«Con Gigi Martini sicuramente. Ci sentiamo ancora. Ogni tanto vedo Pulici per questioni legate all’attività del Coni. Giorgio Chinaglia è stato per anni socio del Canottieri Roma. Tempo fa ho rivisto pure Nanni, per caso».

Lei è laziale.
«Certo. Ho visto il derby vinto la settimana scorsa: la Lazio gioca davvero bene. Simone Inzaghi si sta dimostrando un ottimo allenatore. Il calcio di oggi però non mi piace: ne fanno di cotte e di crude. I calciatori guadagnano troppo: è vero che hanno una carriera breve, ma alcuni stipendi sono esagerati. E poi fateli giocare con le maniche lunghe».

Perché?
«Tutti questi tatuaggi non mi piacciono, sono brutti. Sembra che glieli abbia ordinati il dottore».

I tennisti sono più eleganti.
«Credo di sì. Ce ne sono pochi tatuati».

Nicola Pietrangeli Lazio

Pietrangeli con Re Cecconi (dietro di lui)

Quale è il suo ricordo di Tommaso Maestrelli, l’allenatore della Lazio del primo scudetto, nel ’74?
«Era straordinario, un maestro, un bravo psicologo dello spogliatoio. Aveva la capacità di dire sì a tutti, di fare contenti i giocatori e poi di fare comunque di testa sua. Ed era bravissimo a fare in modo che la nostra squadra non vincesse le partitelle: potevamo al massimo arrivare al pareggio perché, quando Chinaglia perdeva, le partitelle non finivano… Si andava avanti finché Maestrelli non si inventava un rigore pur di far segnare la squadra di Chinaglia e concludere il match almeno in parità».

Pulici ha raccontato che lei gli ha fatto tanti gol.
«Ma no, non osavo fargli gol. Restavo dietro senza arrivare fino alla porta avversaria».

 Ha avuto esperienze con altre squadre?
«In precedenza mi ero allenato per un anno con la Roma. Ricordo che l’allenatore era Gunnar Nordahl, che era  socio del Canottieri Roma, il mio circolo. Così gli chiesi se potevo allenarmi con loro, sfruttando pure l’amicizia con il portiere giallorosso Fabio Cudicini con cui giocavo a tennis. Con la Roma ci allenavamo al campo degli Eucalipti, vicino viale Marconi. Sono sempre stato laziale, ma mai antiromanista».

«Alla Juventus, in allenamento, feci gol a Zoff con un pallonetto e tutti lo presero in giro. La volta successiva Francesco Morini mi riempì di calci»

Pietrangeli Franco Causio

Pietrangeli e Franco Causio su un campo di tennis nel 2010

E poi?
«Sono stato alla Juventus in un periodo, negli anni ’70, in cui ho vissuto a Torino (esaminando l’archivio de “La Stampa” ci risulta tra novembre e dicembre 1973, n.d.r.). C’erano Zoff, Causio, Francesco Morini, che conoscevo perché genero del direttore generale della Lancia, casa automobilistica per cui lavoravo. Conoscevo anche Causio e gli dissi di chiedere al mister Vycpalek se potevo allenarmi con loro. Una volta feci due gol a Zoff, di cui uno su pallonetto. Nello spogliatoio tutti lo presero in giro per quello smacco. La volta successiva Morini mi marcò strettissimo, mollandomi qualche calcione. Gli chiesi spiegazioni e lui, scusandosi, mi rivelò che glielo aveva chiesto Zoff».

Insomma, a pallone era bravo.
«Ripeto, se alla Lazio mi hanno tenuto con loro per tre anni evidentemente non colpivo il pallone con lo stinco».