Paolo Valenti

Nino Benvenuti, un’icona dello sport italiano che sembra non subire i colpi del tempo. Da pochi giorni, a 79 anni appena compiuti, ha ricevuto dalla Federazione Pugilistica Italiana la carica di ambasciatore del pugilato nel mondo. L’ennesima onorificenza di una carriera costruita su valori che hanno mantenuto la sua immagine evergreen fino ad oggi. Come rimarrà evergreen la storia dell’Olimpiade del 1960 e quel decennio nel quale l’Italia conobbe uno sviluppo che sembrava inarrestabile. Abbiamo ripercorso con lui le tappe fondamentali del lungo cammino che l’ha condotto a questa ambita onorificenza.   

Intervista esclusiva a Nino Benvenuti

Sei stato insignito del titolo di ambasciatore del pugilato italiano nel mondo dalla FPI. Quali sono i valori che intendi evidenziare e trasmettere assumendo questo nuovo ruolo?
Intanto fammi dire che sono molto onorato per avere ricevuto questa carica che mi riempie d’orgoglio. Adesso starà a me utilizzarla al meglio per ridare importanza ad uno sport che ora non è più in auge. Vogliamo far si che il pugilato sia uno sport più popolare di quanto non lo sia in questo momento.

C’è qualcosa di diverso nell’essere pugile oggi rispetto a quando lo eri tu?
Si, c’è qualcosa di diverso perché allora il pugilato era più in voga rispetto ad oggi. C’era più gente che era al corrente di quanto accadeva nella boxe. Era attenta, seguiva il pugilato, non c’era nemmeno bisogno di leggere i giornali o di sentire la radio per informarsi. La boxe era nell’aria, se ne parlava più di quanto se ne parli oggi.

Questo perché c’è meno attenzione verso questo sport o perché oggi nel pugilato ci sono meno personaggi rispetto al passato?
Entrambe le cose. Allora c’erano dei personaggi che interessavano il pubblico e il pubblico seguiva tutto ciò che facevano proprio perché erano dei personaggi importanti, campioni che facevano vedere un pugilato più interessante di quanto non lo sia oggi. Così la gente seguiva tutto ciò che accadeva.

Nino Benvenuti, oro olimpico nel 1960 e campione del mondo dei pesi welter e medi

Alì il più grande di tutti

Facciamo un gioco: immaginiamo che tocchi a te descrivere a un marziano che viene sulla terra chi erano alcuni campioni della boxe. Cominciamo con Ali.
Bella domanda. Anche oggi basterebbe un Alì per coprire tutto il resto, perché la grandezza di quest’uomo era tale che sarebbe bastato lui solo per giustificare qualsiasi attenzione e parlare per giorni interi. Era un uomo fuori dal comune e una volta che se l’è preso il cielo è diventato ancora più grande perché la sua grandezza così è stata glorificata. In qualche modo la storia della sua vita è diventata leggenda perché nessuno è paragonabile a lui. È stato così grande che faccio fatica a pensare che oggi possa esserci un altro che possa toccare i livelli a cui è arrivato.

Ci vuoi raccontare della tua rivalità con Griffith, che è stata anche una grande storia di amicizia?
Voglio dire una cosa che di Griffith non è mai stata sottolineata: lui era un peso welter, tanto che è stato campione del mondo di categoria. Ora, il peso welter arriva a 67 chili mentre un peso medio ne fa 72. È una differenza enorme, tale che è quasi impossibile pensare che un welter possa battere un medio. Lui invece li batteva tutti anche se erano più pesanti di lui e questo non sempre è stato precisato. Io invece voglio sottolinearlo col pennarello rosso perché quello che ha fatto lui ha dell’incredibile. È un po’ come se un maratoneta vincesse una gara di velocità. 

Monzon un vero animale, Hagler non faceva paura

Cosa puoi raccontare di Monzon? La prima volta che lo incontrasti ti aspettavi quel tipo di pugile?
Assolutamente no, fu una sorpresa totale. Forse prima avrei dovuto studiare meglio il personaggio, capire di più quello che era perché Monzon aveva davvero qualcosa più degli altri pesi medi. Intanto aveva una statura fisiologica superiore agli altri, una lunghezza di braccia incredibile. Inoltre veniva da una vita che lo aveva reso selvaggio: un duro senza rispetto per gli altri. Sul ring diventava veramente un animale, uno che sapeva menare le mani con una tale potenza e velocità che gli altri si trovavano a disagio. C’era qualcosa di selvaggio in lui, non c’era competizione: se volevi batterlo con le tue armi eri sconfitto in partenza, se ti mettevi sul suo piano la lotta diventava quasi impossibile, come è stato impossibile per me.

benvenuti monzon

Nino Benvenuti contro Carlos Monzon

Andando a tempi un po’ più vicini ai nostri: il tuo parere su Marvin Hagler.
Hagler era un bel pugile, un bel peso medio. Però uno di quelli che a me non avrebbe particolarmente impressionato. O meglio, mi sarei preparato per incontrarlo ma senza la paura di perdere perchè non aveva le qualità che possedeva Monzon. A cominciare dalla statura, che era quella di un welter, non di un peso medio: anche questo è importante. E poi tutte le qualità che servono per essere un campione assoluto, quelle che aveva Monzon e che invece Hagler si arrangiava a trovare durante un combattimento per mettere in difficoltà l’avversario. Alla fine ci poteva anche riuscire, per la grande potenza di cui morfologicamente era dotato e per la velocità che possedeva. Ma alla fine mancava di qualcosa che non riesco nemmeno bene a definire, forse perché non l’ho mai incontrato sul ring. Insomma, sicuramente era un bel peso medio ma non confrontabile con Monzon.

Alziamo i chili: Tyson.
Tyson era una forza della natura. Era dotato di una struttura che gli consentiva di non sentire i colpi dell’avversario, che lui affrontava come una testuggine, a testa bassa, sapendo di essere così potente da affrontare l’avversario direttamente, senza cercare vie traverse per trovare una soluzione pericolosa. Lui andava sui testa a testa, e siccome la sua era più dura delle altre alla fine vinceva!   

Chi è stato l’avversario che hai ammirato di più?
Senza dubbio Alì è stato colui che ha saputo portare un grande rinnovamento: da lui hanno attinto tutti, me compreso. Lo dico con piacere: lui faceva le cose un attimo prima che noi le pensassimo. È la caratteristica dei grandi campioni quella di fare prima degli altri le cose che poi tutti tentano di fare. Lui ha fatto pugilato in maniera bella, pulita, chiara. È stato veramente un grande.   

La medaglia d’oro olimpica non ha paragone

Quale vittoria ti ha dato più gioia?
La vittoria di Roma nel 1960: quando ho vinto la finale mi sono sentito campione OLIMPICO. Era quello che sognavo. Tutti sogniamo di raggiungere qualcosa nella nostra carriera: io sognavo una vittoria olimpica. E quando ho vinto quell’oro, credimi, mi sono venute le lacrime perché avevo realizzato il mio sogno da bambino. Sono le cose belle che regala lo sport e io sono stato fortunato perché alla fine le cose belle rimangono mentre quelle brutte alla fine si dimenticano.   

Nino Benvenuti e suo padre alle Olimpiadi del 1960

Ecco, a proposito di cose brutte: come andò quel combattimento in Corea, quando, mentre stavi per vincere il match, il ring collassò e alla fine perdesti?
Ecco, quella è appunto una cosa che ho quasi dimenticato. Se ti dovessi raccontare come si è svolto quel match oggi non sarei in grado tanto ho detestato quell’incontro. Non tanto per il mio avversario ma per quanto gli organizzatori fecero per farmi perdere. Ma davvero, se ti dovessi raccontare come andò non saprei farlo, ho cancellato tutto dalla memoria. So solo che mi sentii derubato.  

Tornando al discorso dei valori: che insegnamento dà la sofferenza nello sport? Tu più di una volta combattesti con le costole rotte.
Direi che nessuno sport ha un contatto così diretto con la sofferenza come il pugilato. Quando combatti con una mano fratturata piuttosto che con una costola incrinata che non ti consente di respirare, arrivi ad avere un respiro in meno per fare un’azione in più. Sono cose che riviste oggi dopo tanti anni mi fanno rendere conto di avere provato la sofferenza fisica come non l’ho più provata nella vita. In tutti i sensi, anche psicologicamente. E questo ti fa capire che anche il dolore più forte si può superare. Per farlo, però, è necessario avere la tigna, altrimenti non ce la fai. Il dolore ti impedisce di ragionare e invece devi pensare che devi andare avanti, andare contro il dolore che ti pervade il cervello. È tremendo, ma del resto il pugilato è uno sport di grande sofferenza e di grande insegnamento, perché quando si superano questi passaggi poi ci si rende davvero conto di aver fatto delle cose straordinarie. Così, quando nella vita trovi dei momenti che ti fanno provare tanta sofferenza, avendola in qualche modo già sperimentata, diventa più facile superarla. 

Durante un match due pugili se le danno di santa ragione. Poi, fuori dal ring, capita spesso che i contendenti si rispettino molto. A volte sono addirittura amici. Come si riesce a spiegare il fatto che la boxe avvicina i contendenti?
È semplice: tutto ciò che accade sul ring
 finisce sul ring. Tutto ciò che è doloroso rimane circoscritto lì, termina con la fine del match. Dopo si riprende il rapporto su una base completamente diversa: può essere una profonda conoscenza, una stima, un’ammirazione, un’amicizia. Più è stato doloroso il confronto e più diventa grande il rapporto con chi ti ha provocato quel dolore.   

benvenuti nino

Benvenuti durante un incontro

C’è uno sportivo di una disciplina diversa dalla boxe che hai ammirato molto?
In questo momento non ti saprei dire, non mi viene in mente un numero uno assoluto. In generale posso dirti che io amo tutti gli sport, in particolare le gare di corsa, le maratone. Ecco, le maratone sono di una sofferenza incredibile: penso a quando si arriva verso la fine ma il traguardo è ancora lontano e ti vengono a mancare le energie fisiche e mentali. In quel momento il cervello ti abbandona, non va oltre, si ferma. A quel punto superi il cervello e arrivi all’anima perché vai oltre il limite che ti da il tuo corpo. È come se il corpo scomparisse e rimanesse solo l’anima a sostenerti e a portarti fino alla fine. 

Abbiamo ricordato prima che sei stato campione olimpico a Roma. Ci puoi descrivere l’atmosfera che si respirava allora in Italia e a Roma in particolare? Erano gli anni sessanta, quando sembrava che il progresso dovesse continuare come una parabola ascendente, senza soluzione di continuità.
Posso dirti che il mio ricordo del Palaeur durante le Olimpiadi è straordinario: fu come scoprire qualcosa di nuovo, di diverso. Eravamo felici e contenti già per il fatto di poter fare i combattimenti a casa nostra, in un palazzo dello sport che era un tempio dove non potevi non sentirti più grande di quello che non fossi in realtà. Io combattei ancora altre volte al palazzo dello sport ma i combattimenti delle Olimpiadi, quelli che inaugurarono quel tempio, mi sono rimasti dentro in maniera differente da quelli che ho fatto dopo sempre lì all’Eur. C’era qualcosa di particolare in quei match olimpici, erano dei momenti diversi anche dagli incontri che feci successivamente nei campionati del mondo. E parlo di match da quindici round, battaglie incredibili. Ma mancava l’anima: le Olimpiadi al Palaeur sono state la fortuna di chi ha potuto esserci e parteciparvi.