Adriano Stabile

In natura li chiamano “fossili viventi”, ma certamente Samuele Papi preferisce altri paragoni per la sua incredibile longevità nell’ambiente del volley. E allora è più appropriato dire che Samuele Papi sta alla pallavolo come i Rolling Stones stanno alla musica. Ha vissuto tante epoche differenti nei palazzetti di tutto il mondo e ancora oggi è protagonista, in prima linea, pur non essendo più un ragazzino. A 43 anni salta, corre, schiaccia (non sempre…) e si tuffa con la maglia della Lpr Piacenza, club in cui gioca dal 2011 dopo una vita spesa nella Sisley Treviso (1998-2011) e gli inizi a Falconara (1990-94) e Cuneo (1994-98).

27 anni da professionista, una bacheca strapiena di scudetti (6), Champions League (3), Mondiali (2) e tantissimo altro, 261 presenze in nazionale e il recentissimo premio per le 800 partite disputate tra campionato e Coppa Italia. Tutto questo è Samuele Papi, marchigiano, schiacciatore (ogni tanto libero) e soprattutto fuoriclasse del nostro volley che si confessa in esclusiva per Il Posticipo, rivelandoci che stavolta, a fine stagione, saluterà davvero i campi di pallavolo.

A tu per tu con Samuele Papi, campione a 43 anni

Samuele Papi anni

Samuele Papi nel 2005 con la maglia di Treviso (foto Legavolley)

Qual è il segreto della longevità di Samuele Papi?
«Non saprei, evidentemente devo ringraziare i miei genitori (ride, n.d.r.). Poi conta anche la fortuna: tanti miei colleghi hanno avuto problemi fisici, con la schiena o con il ginocchio, io invece ho dovuto superare soltanto un’operazione chirurgica a un ginocchio nel 1997 dopodiché ho avuto a che fare con qualche dolore di normale amministrazione. Il mio fisico ha retto molto bene. Ho cercato di condurre uno stile di vita abbastanza sano perché quando vai su con l’età non ti puoi più permettere di sgarrare. Inoltre a livello mentale ho sempre avuto la voglia di lavorare, allenarmi e divertirmi in palestra».

Quanto è importante la testa quando il fisico è un po’ meno prestante?
«È fondamentale. Se il fisico sta abbastanza bene, ma la testa “non ne ha” è difficile andare avanti. Per fortuna ho sempre avuto la testa giusta cercando di non mollare mai. Anche se poi anche a me è capitato di vivere momenti di maggiore difficoltà».

E quanto è importante divertirsi per restare in alto fino a 43 anni?
«È importantissimo soprattutto in un’età in cui potrei accontentarmi di una carriera che è stata più ricca di quanto mi sarei aspettato. Però sento che sto ancora bene in campo e mi diverto, così  riesco ad andare avanti senza problemi. Se avessi smesso di divertirmi mi sarei già ritirato».

Come è iniziata da bambino la tua carriera nella pallavolo?
«Praticamente per caso, mi piaceva il calcio, mi divertivo, ma non ero granché. Quando hanno iniziato a non farmi più giocare, perché ero scarso, allora ho smesso di divertirmi e, con un amico, ho provato la pallavolo. Lì è iniziato tutto».

«Gioco da libero volentieri, ma ho sempre attaccato e non è facile giocare in un altro ruolo. Lo schiacciatore ha sempre l’occasione per riscattare un errore. Da libero invece sento che mi manca qualcosa»

In questa stagione hai giocato più volte nel ruolo di libero. Ti piace o preferisci attaccare come schiacciatore?
«Ho sempre attaccato, non è facile giocare in un altro ruolo, che comunque faccio volentieri. Peraltro lo schiacciatore, anche se non riceve bene un pallone, ha sempre l’occasione di rifarsi mentre il libero, quando prende un ace, può soltanto affidarsi alle mani dei propri compagni. Da libero sento che mi manca qualcosa».

Quali sono gli obiettivi della tua LPR Piacenza in questa stagione?
«Ne ho sentite tante, ma non credo che dobbiamo porci degli obiettivi. Siamo una squadra che ha cambiato tanto rispetto all’anno scorso e siamo ancora in costruzione. Finora stiamo andando benino, ma non dobbiamo pensare a una posizione in classifica da raggiungere. Cerchiamo di migliorare settimana dopo settimana e di vincere il maggior numero di partite della regular season. Se saremo bravi ci giocheremo le nostre chances ai playoff».

Samuele Papi anni

Papi in verde con la maglia di libero (foto Cavalli – Legavolley)

Hai esordito nel 1990 e quindi hai vissuto tutta l’epopea della pallavolo italiana. Cosa è stato fatto di buono e di meno buono in tutti questi anni?
«Ho fatto parte della “generazione di fenomeni” di cui mi porto dietro la voglia di non mollare mai neanche in allenamento e di cercare di migliorare ogni giorno per arrivare alla perfezione. Dopo sono arrivati ragazzi più giovani che sono riusciti comunque a vincere tanto. Con il mutamento del regolamento dal “cambio palla” al Rally point system (introdotto nel 1998, n.d.r.) le squadre un po’ meno forti sono state facilitate. E così abbiamo visto l’esplosione di nazionali che prima erano più deboli di quella italiana. Oggi, con il Rally point system, si rischia contro ogni avversario. La nostra pallavolo ha lavorato bene, anche se si dovrebbe puntare di più sui giovani. Nelle nazionali giovanili ci sono tanti giocatori interessanti, ma spesso i club puntano sugli stranieri perché costano poco. Rischiamo di pagare questo modo di fare in futuro, soprattutto con la nazionale».

Quale successo in nazionale ricordi con maggiore gioia?
«Ce ne sono tanti, ma dovendo scegliere dico il Mondiale vinto in Giappone nel 1998. C’ero anche in occasione della vittoria del 1994, ma nel ’98 ero titolare e al massimo della mia carriera a livello fisico e mentale. Non fu un successo facile perché partivamo da favoriti e avevamo una pressione pazzesca. Mi resta il rammarico di non aver giocato qualcosa di importante, magari un Mondiale, in Italia. Nel nostro Paese ho giocato soltanto la World League (vinta a Milano nel 1994, n.d.r.)».

«I compagni a cui sono più affezionato sono quelli della vecchia guardia a Treviso: Fei, Cisolla, Boninfante, Zlatanov, Tencati. L’avversario più forte? Dico il brasiliano Giba»

Samuele Papi presenze

Papi premiato il 13 novembre per le 800 gare in carriera (foto Cavalli-Legavolley)

Tu, più di altri, hai vissuto pienamente la maledizione della pallavolo italiana alle Olimpiadi, vincendo quattro medaglie con la nazionale, ma mai l’oro.
«Sì, questa maledizione l’ho vissuta tutta. Non so spiegarmi perché l’Italia non sia mai riuscita a vincere l’oro olimpico. L’occasione persa più ghiotta che ho vissuto è stata quella del 1996, perché eravamo i più forti. Se avessimo rigiocato altre dieci volte la finale contro l’Olanda avremmo sempre vinto. Nel 2000 (l’Italia conquistò il bronzo, n.d.r.) c’è il rammarico per la sconfitta in semifinale con la Serbia, ma loro erano più forti. Nel 2004 (argento, n.d.r.) avevamo già fatto un miracolo ad arrivare in finale contro un Brasile davvero imbattibile. Non posso farci niente, va bene così: mi tengo strette le mie quattro medaglie (c’è anche il bronzo del 2012, n.d.r.)».

Chi è il compagno di squadra che ricordi con più piacere?
«Sono tanti. Quelli della Sisley Treviso con cui ci vediamo ogni tanto: Fei, Cisolla, Boninfante, Zlatanov, Tencati. Insomma quelli della vecchia guardia. Ricordo con piacere anche Davide Marra che ha giocato come me qui a Piacenza».

«Giocare un altro anno? No, assolutamente: non voglio rischiare di essere patetico. Cosa farò? Voglio restare nella pallavolo. Magari a Piacenza potrebbe far comodo un dirigente che conosce bene il campo e i giocatori…»

Gli avversari più forti affrontati nella tua carriera?
«Ne ho incontrati davvero tanti. Sono contento di aver vinto e perso tanto contro giocatori veramente forti. È bello misurarsi con grandi campioni. Nel mio ruolo mi ha impressionato molto il brasiliano Giba».

Prima di salutarti dobbiamo chiedertelo: ti vedremo in campo anche nella prossima stagione?
«No, assolutamente. So che in tanti non ci credono perché anche l’anno scorso l’avevo detto, ma alla fine Piacenza ha voluto che rimanessi per un altro anno. Ma stavolta è ufficiale: non voglio giocare per un’altra stagione perché non voglio rischiare di essere patetico. Credo di essere andato molto avanti rispetto alle mie aspettative e quindi è giusto fare quest’ultima stagione e poi fermarsi. Cosa farò? Non ho ancora un’idea chiara. Vorrei restare nella pallavolo: magari a Piacenza potrebbe far comodo un dirigente come me che dovrà fare esperienza dietro la scrivania, ma che può portare un contributo per quanto vissuto sul campo e per conoscenze dei giocatori. Vedremo».