Adriano Stabile

A quasi 50 anni Gian Marco Tognazzi non è più il figlio piccolo di un’importante famiglia del cinema italiano. Oggi è un attore affermato, un uomo che non si sottrae alle sfide, come quella che gli ha proposto la Rai nell’ambito del progetto “Nel nome del popolo italiano”, quattro docufilm su altrettanti eroi nazionali uccisi mentre svolgevano il proprio delicato lavoro, con passione e dedizione. Quattro uomini, il magistrato Vittorio Occorsio, il politico Piersanti Mattarella, il giuslavorista Marco Biagi e il capitano di fregata Natale De Grazia, ammazzati soprattutto a causa del lavoro che stavano svolgendo.

Gian Marco Tognazzi racconta Occorsio

Tognazzi sarà la voce narrante, il testimone, l’uomo delle domande nel primo episodio della serie, dedicato a Occorsio, in onda su Rai 1 il prossimo 4 settembre in seconda serata. Magistrato assassinato il 10 luglio 1976 a Roma, Occorsio aveva indagato sulla strage di piazza Fontana, su Ordine Nuovo, sul golpe Borghese e sul terrorismo neofascista. Si era occupato anche di P2, di massoneria e di servizi segreti deviati. Tutti filoni caldissimi negli anni Settanta, che gli sono costati la vita.

Nel girare il docufilm, per la regia di Gianfranco Pannone, Gian Marco Tognazzi ha sviscerato la figura di Occorsio dialogando con i figli e i nipoti, con giornalisti (Graldi, Telese, Perina, Castellina), avvocati (Coppi), politici e magistrati. Ne esce fuori il ritratto del magistrato, dell’uomo e di un’epoca cupa, di cui Tognazzi ci parla in esclusiva per “Il Posticipo”.
Alla fine non abbiamo potuto esimerci dal chiedergli qualcosa sulla sua passione per il Milan, che proprio in queste ore sta sorprendendo l’Italia del calcio con colpi di mercato a ripetizione.

Gian Marco Tognazzi, che tipo di lavoro è stato per un attore come te girare un docufilm invece che interpretare il personaggio di un film?
«Ho il ruolo di narratore. All’inizio avevo timore e pensavo “come attore cosa posso fare? Devo interpretare Occorsio? Come mi devo porre nei confronti di un percorso di memoria sugli anni Sessanta e Settanta?”. In realtà, andando avanti nel docufilm, è attraverso l’ascolto delle testimonianze e delle risposte alle mie domande che ho scoperto questo personaggio nelle sua varie sfaccettature. Ho avuto contatti soprattutto con il nipote, omonimo, Vittorio e con il figlio Eugenio che mi hanno permesso di scoprire il lato umano di quest’uomo. Vittorio soprattutto, il nipote, è cresciuto non con il mito del nonno, ma con la voglia di approfondire la vicenda umana e storica del magistrato Vittorio Occorsio. Per me è stato un percorso straordinario, molto diverso da quello interpretativo, anche se l’interpretazione esce comunque fuori in alcuni momenti nel rileggere i documenti del protagonista».

Hai dovuto studiare la figura di Occorsio?
«Sì, l’ho studiata perché era una vicenda che conoscevo in maniera molto marginale. E poi, come detto, attraverso le interviste agli altri ho scoperto e approfondito ulteriormente. Spero che questo sia il messaggio e l’input di questo docufilm».

«La memoria per il nostro Paese è fondamentale. Le nuove generazioni devono essere aiutate a riscoprire figure e momenti che hanno cambiato la storia d’Italia»

Tu hai vissuto da bambino gli anni Settanta. Ricordi l’atmosfera cupa di quel tempo?
«Assolutamente sì. Il caso di Aldo Moro fu particolarmente eclatante perché ha invaso tutta Roma e tutta l’Italia. In quel periodo c’era un clima da guerriglia e come bambino percepivo le cose con grande enfatizzazione. Poi le ho riscoperte nel tempo studiando e addentrandomi nei meandri e nelle sfaccettature. Occorsio in questo senso ha dovuto indagare su una serie di piste molto delicate come il fronte dell’estrema destra, la massoneria e i servizi segreti deviati, tutte questioni spinose del nostro Paese».

Tognazzi Occorsio

Gian Marco Tognazzi con il nipote di Occorsio (foto Adolfo Franzo)

“Nel nome del popolo italiano” racconta le vicende di quattro personaggi ammazzati perché facevano bene il proprio lavoro. Non c’è il rischio che ne esca fuori un messaggio triste?
«Assolutamente no. È triste chi lo recepisce triste e non ne capisce il valore umano fondamentale di memoria. Capisco che fare un percorso di memoria in un Paese che tende a rimuoverla è un compito arduo, ma noi ci proviamo. La memoria è fondamentale e credo che le nuove generazioni, non per loro demerito o colpa, debbano essere aiutate da noi a riscoprire figure e momenti che hanno cambiato la storia dell’Italia».

«Il Milan cinese preoccupa… gli altri. Sta facendo un ottimo lavoro, ma non capisco perché De Sciglio debba essere valutato 6-10 milioni mentre Caldara e Rugani ne valgono dai 15 ai 25»

Chiudiamo con il calcio, tu sei un noto tifoso milanista: sei più preoccupato o affascinato dal percorso del Milan cinese?
«Preoccupati credo che lo siano gli altri, che stanno vedendo che alle parole stanno seguendo i fatti con molta pertinenza. La società sta mantenendo quanto detto all’inizio, forse ha fatto anche qualcosa in più. Stanno facendo un ottimo lavoro e sicuramente non è finita qui. C’è soltanto da capire cosa succederà nel mercato in uscita e perché quando un giocatore viene acquistato dal Milan vale una cifra moltiplicata per tre e quando invece deve essere venduto la cifra viene divisa per tre. Non capisco perché un calciatore come De Sciglio, terzino della nazionale, debba essere valutato dai 6 ai 10 milioni quando poi per Caldara o Rugani se ne chiedono dai 15 ai 25. C’è qualcosa che non torna, ma questo fa parte di quello che il Milan è costretto sempre a pagare: prima era a causa di Berlusconi, ora invece dei cinesi, ma siamo abituati. E siamo forti, quindi la cosa non ci tocca».