Adriano Stabile

«Quando Alì Agca tentò di uccidere il Papa, noi siamo diventati tutti degli “ammazza Papa”, ci insultavano». Parole ed emozioni di Kubilay Türkyilmaz, che nel 1981, quando Giovanni Paolo II venne ferito dal terrorista turco in Vaticano, aveva 14 anni. All’epoca era un ragazzino di origine turca nato a Bellinzona da genitori immigrati, appassionato di pallone, che tentava di farsi accettare da una città un po’ troppo provinciale. Poi, da adulto, è diventato il più prolifico goleador nella storia della nazionale elvetica (34 reti in 62 gare), superato soltanto qualche anno fa da Alexander Frei.

La storia di Kubi Türkyilmaz a teatro e in un libro

Da qualche settimana la storia della vita di Türkyilmaz è diventata un libro, intitolato “Kubi goal!”, e una commedia teatrale, “Kubi”, che ha registrato il tutto esaurito a gennaio, al Teatro Sociale di Bellinzona. Il calcio è soltanto un pretesto: si parla delle difficoltà di integrazione di una famiglia arrivata dalla Turchia, si parla di identità, migrazioni, disagio giovanile, razzismo e riscatto attraverso lo sport.
Quattro le attrici nella rappresentazione teatrale: Tatiana Winteler, Jasmin Mattei, Silvia Pietta e Amanda Sandrelli, che interpreta la madre del bomber svizzero ed è la protagonista della storia.

Il deus ex machina del progetto è Flavio Stroppini, 38enne regista, autore e documentarista svizzero, poliedrico artista che ha curato la regia di “Kubi”, insieme con Monica De Benedictis. La storia si svolge l’8 giugno 1996, nel giorno in cui la Svizzera gioca la sua prima partita in assoluto nei campionati europei, nel mitico stadio di Wembley, a Londra, contro i padroni di casa dell’Inghilterra. Mamma Necla e tre amiche guardano la partita in tv, chiacchierando, scontrandosi, trepidando per Kubilay Türkyilmaz che in quel match, a 6 minuti dal fischio finale, si incarica di battere e realizzare il rigore del pareggio elvetico: lui, l’immigrato d’origine turca, mentre tutti i suoi compagni di nazionale si tiravano indietro per paura di sbagliare. «In quel momento ho pensato ai garage che facevano da porta quando ero bambino – ha raccontato recentemente l’ex attaccante, che ha giocato anche nel Bologna e nel Brescia – poi ho dovuto concentrarmi…».
Da quel rigore, metafora di coraggio e riscatto, è partito il lavoro di Flavio Stroppini, che ci racconta in esclusiva la sua avventura.

Türkyilmaz Bologna

Antonio Cabrini e Türkyilmaz nel Bologna 1990-91

È nato prima il libro o lo spettacolo teatrale?
«Al contrario di quello che si potrebbe pensare è nato prima lo spettacolo del libro. Da anni, con Monica De Benedictis, facciamo spettacoli per il Teatro Sociale di Bellinzona e stavamo pensando a qualcosa che parlasse di identità e integrazione. Lavorando sul territorio abbiamo ragionato su un personaggio che potesse raccontare bene questo tema e subito ci è venuto in mente Kubilay Türkyilmaz. Da piccolo ero un tifoso granata (inteso come colore del Bellinzona, la prima squadra di Türkyilmaz, n.d.r.), giocavo a calcio e sognavo di diventare Türkyilmaz. Così, quando è nato il progetto teatrale, siamo andati a parlare con Kubi ed è stato lui a lanciare l’idea di fare anche il libro».

Come è andato l’incontro con il suo idolo d’infanzia?
«Da bambino volevo diventare un calciatore professionista come lui e da adulto mi sono ritrovato su una panchina, a parlare con lui. Siamo andati a trovarlo scoprendo una persona particolare, con un cuore grande e aperto. Dietro al Türkyilmaz calciatore e commentatore sportivo c’è un uomo pieno di valori e di curiosità. Erano questi ultimi gli aspetti che ci interessavano maggiormente».

I racconti di Türkyilmaz quanto hanno aggiunto all’idea iniziale che avevate?
«Tantissimo. Abbiamo indagato sul territorio per un anno intero facendo tante interviste con Kubi: a cena, passeggiando in campagna, chiacchierando per entrare in confidenza con lui. Successivamente abbiamo approfondito e verificato con altre fonti alcuni dei racconti che ci ha fatto».

Türkyilmaz Bologna

Türkyilmaz, che oggi ha 50 anni, ai tempi del Bologna

Türkyilmaz, ragazzino d’origine turca, con quel cognome così riconoscibile, è stato un’anomalia nella Svizzera di trent’anni fa?
«Assolutamente sì. Ha aperto una strada per tanti altri: la nazionale di calcio svizzera oggi è piena di giocatori naturalizzati. E ha sofferto, come quando venne escluso in modo assurdo dalle convocazioni per i Mondiali del 1994: la Svizzera tornava a giocare quella manifestazione dopo tanti anni (mancava dal 1966, n.d.r.) e Türkyilmaz non era considerato il prototipo dello svizzero doc. Peraltro lui, oltre ad avere quel cognome lì, era anche “uno della Svizzera italiana”. So bene cosa significa agli occhi degli altri svizzeri, l’ho vissuto sulla mia pelle».

Lui ha anche raccontato di essersi guadagnato la cittadinanza svizzera a forza di gol.
«Ogni volta che segnava era considerato un po’ più svizzero, ma appena smetteva era come se tornasse indietro. Ma come dice lui, e sosteniamo anche noi, si è sempre metà di qualcosa ovunque. La Svizzera di per sé non esiste: siamo quattro culture completamente diverse che stanno assieme e cercano di sopportarsi cordialmente».

Flavio Stroppini, regista dello spettacolo teatrale: «Türkyilmaz ha aperto la strada per tanti altri: la nazionale di calcio svizzera oggi è piena di giocatori naturalizzati. E ha sofferto, come quando venne escluso in modo assurdo dai Mondiali del 1994 perché non era considerato il prototipo dello svizzero doc»

Come è cambiata la Svizzera nei confronti degli immigrati, rispetto a 20-30 anni fa?
«Ci sono stati miglioramenti, anche se oggi in Europa si sta tornando un po’ indietro: c’è paura nei confronti di chi viene da un altro posto, si alzano muri. Noi invece raccontiamo la storia di uno che ce l’ha fatta, la storia di un’integrazione riuscita».

Türkyilmaz da piccolo ha subito discriminazioni e insulti. E generalmente i bambini vivono tutto ciò come una profonda ingiustizia, più degli adulti. Ne parlate nel libro e nello spettacolo teatrale?
«Soprattutto nel libro, anche perché volevo scrivere un romanzo di formazione. Il sogno di diventare calciatore, come quello del giovane Kubi, unisce tutti i bambini del mondo. Il piccolo Türkyilmaz soffriva limiti e tensioni che sono propri degli adulti. Nello spettacolo teatrale il bambino è rappresentato soprattutto dalla madre, che è rimasta incinta a 17 anni, si è trasferita da Istanbul a Bellinzona con il marito camionista e si è dovuta costruire un futuro, facendo qualsiasi cosa per suo figlio: Kubi è stato molto contento che sia lei la vera protagonista del racconto teatrale».

Türkyilmaz Brescia

Kubilay Türkyilmaz nel Brescia, stagione 2000-01

Come è avvenuto il coinvolgimento di Amanda Sandrelli, protagonista dello spettacolo teatrale “Kubi”?
«Avevamo già lavorato insieme in un radiodramma in Svizzera, cinque anni fa. Ci siamo trovati bene e ci siamo lasciati con la promessa che, se avessi trovato un bel lavoro adatto a lei, glielo avrei proposto. Ci siamo incontrati a Milano e la storia le è piaciuta tantissimo da subito, pur non essendo un’appassionata di calcio».

Cosa rappresenta oggi l’uomo Kubilay Türkyilmaz, oltre al calciatore?
«Viene chiamato spesso per parlare della sua esperienza in progetti legati all’integrazione, anche nelle scuole. A volte va lui, a volte vado io. Raccontiamo dati di fatto, senza pontificare. Fare un convegno contro il razzismo serve a poco perché i razzisti non ci vanno: meglio andare a parlare in giro, per le strade, soprattutto ai giovani».

La vostra è anche una storia di speranza?
«Sì. Dimostra che lottando ci sono delle possibilità. È stato bello sentirci dire, da parte di molti, “questa è la mia storia”. Anche Gianni Infantino, presidente della Fifa, ci si è ritrovato. È una storia propria di chiunque si trovi a scavallare una frontiera e ad adattarsi in nuovo posto».

Il rigore contro l’Inghilterra del 1996 è una metafora perfetta di una prova da superare.
«Sì. Nello spettacolo, quando Kubi prende il pallone tra le mani per tirare, un’amica di mamma Necla, davanti alla tv, le dice sbigottita: “Ma come hai educato tuo figlio? Chi glielo fa fare di rischiare tanto? Già gioca in nazionale, cosa vuole di più?”. Mi piace anche il fatto che quel rigore sancisca un pareggio e non una vittoria: ha un valore metaforico particolare. Alla fine non si vince né si perde: si vive in un posto e basta».

“Kubi” è andato alla grande. Avete in cantiere nuove date, magari in Italia?
«Sì, nel 2018. In Italia lo spettacolo interessa molto. Dove lo porteremo? Questo è il periodo in cui si firmano gli accordi per la nuova stagione e, per scaramanzia, preferisco non dire nulla. Intanto, già nella prossima estate, porteremo nel vostro Paese il libro “Kubi goal!”, con una serie di presentazioni».

Kubi Stroppini

Le quattro protagoniste della commedia “Kubi” di Flavio Stroppini