Paolo Valenti

Per parlare dell’ultimo atto della Champions League 2017 abbiamo voluto intervistare qualcuno che di calcio internazionale ne sapesse anche per esperienza diretta. Lui di finali ne ha giocate diverse: Coppa del Mondo, Coppa UEFA e si, anche la Coppa dei Campioni, l’antesignana della Champions League. Perché elencarla per ultima? Perché nella sua lunga e luminosa carriera, Dino Zoff un rimpianto ce l’ha ed è proprio legato al fatto di non esser riuscito a inserire nella sua preziosa collezione la coppa dalle grandi orecchie. Due finali a distanza di dieci anni, due sconfitte di misura che in questa intervista il vecchio baluardo bianconero ricorda coi soliti toni asciutti che non lasciano trapelare un rimpianto che probabilmente prova a nascondere anche a se stesso.

Intervista esclusiva a Dino Zoff

Finale di Champions League Juventus-Real Madrid: crede che sia una partita che rispecchia il meglio espresso in questa stagione dal calcio europeo?
Vedi, io parto dal presupposto che il meglio sia nei risultati e se questi propongono Juventus e Real ai vertici bisogna prenderne atto. Forse il Bayern è stato un po’ penalizzato e avrebbe meritato qualcosa di più: diciamo che queste due squadre più il Bayern sono state quelle migliori. Comunque i valori sono quelli. 

Quando allenava, Trapattoni sosteneva che la vittoria di un campionato valesse più di una Coppa dei Campioni perché era il premio di un lavoro nel quale la fortuna non poteva incidere molto. Oggi si può dire la stessa cosa o il cambiamento della formula della Champions League e del calcio europeo in generale ha ribaltato quella considerazione? 
Ribaltato direi di no, però certamente la formula ha avvicinato la Champions a un campionato vero e proprio, più ristretto ma comunque certamente con più partite rispetto alla vecchia formula della Coppa dei Campioni. Oggi è necessario avere una maggior tenuta per arrivare in fondo anche in Champions League. 

Provi a sedersi mezz’ora prima sulla panchina della Juventus e poi su quella del Real: ai giocatori delle due squadre che consigli darebbe per vincere la partita? Quali sono i punti deboli che l’avversario può sfruttare?
Ma no, entrambe hanno i loro allenatori che ne sanno più di me. Sono a contatto con i giocatori e quindi gli diranno probabilmente quello che gli dicono sempre (ride, ndr). Non voglio mettermi al posto di nessuno.

Ma le piacerebbe?
Si, è logico…

Facciamo qualche passo indietro: Belgrado, 30 maggio 1973. La Juventus disputa la finale di Coppa dei Campioni contro l’Ajax, nel quale in pratica gioca la nazionale olandese che l’anno successivo meraviglierà il mondo col suo calcio totale. Avevate paura o pensavate di potercela fare?
Certamente la Juventus in quel periodo non aveva molta esperienza internazionale mentre loro erano i mostri sacri d’Europa. Però giocammo la nostra partita e loro non furono granchè superiori, anzi. Probabilmente noi non avevamo ancora la personalità necessaria per affrontare una finale in quel periodo. 

Un calciatore come Cristiano Ronaldo ha qualcuna delle caratteristiche che possedeva Cruijff o è un giocatore completamente diverso?
No, sono due calciatori totalmente diversi: due fenomeni ma con caratteristiche assolutamente differenti.

Dieci anni dopo cambiano gli avversari e la città, non il risultato, che rimase uno 0-1 sfavorevole. Anche ad Atene un gol preso nei primi minuti che non riusciste a ribaltare. Ci furono analogie nell’andamento delle due finali oppure furono gare completamente diverse?
No, qui fu proprio il contrario perché i favori del pronostico erano nostri: l’ambiente, non noi, la considerava una partita abbordabilissima e come accade spesso nel calcio, invece, è successo il contrario. Nella partita secca noi non abbiamo reso come era nelle nostre possibilità, come avevamo fatto durante tutto lo svolgimento di quella Coppa dei Campioni.

Col senno di poi oggi è possibile analizzare meglio che cosa non funzionò? Quella squadra aveva mezza nazionale campione del mondo più Platini e Boniek.
Ma no, a volte semplicemente accade che i favori del pronostico vengano ribaltati. Il calcio presuppone anche questo in una partita secca.

Non pensa che l’emozione, un po’ di tensione forse proprio perché eravate favoriti, abbiano giocato un ruolo?
Certamente la tensione può averci condizionato: ce n’era troppa su di noi perché tutti consideravano quella partita una formalità mentre chi è dentro sa che non è mai così. Probabilmente questo carico di responsabilità ci è pesato.

Quella fu la sua ultima partita in Coppa dei Campioni con la Juventus: come visse quella vigilia e, soprattutto, come sopportò quella delusione inappellabile?
Ci rimanemmo tutti particolarmente male, da noi ai dirigenti a tutto l’ambiente. Poi, per fortuna, nello sport si ha la possibilità di ricominciare.

In una finale di Coppa Campioni ci si riesce a divertire o si sente solo il peso della competizione e della necessità di vincere?
La necessità di vincere c’è sempre, questo è il bello: ci si diverte quando si vince, quando le cose vanno per il verso giusto, quando si gioca bene.

Quali sono, se ci sono, le differenze tra una finale di Champions League e una di Coppa del Mondo?
Sono due traguardi importantissimi quindi le tensioni più o meno sono le stesse: non cambia molto.

Tornando a quest’anno, se la sente di fare un pronostico?
Io sono abbastanza fiducioso per la Juventus: ce la può fare.