Redazione

di Alessio Servadio

Un’impresa possibile. E un unico uomo in tutta Roma a crederci. Simone Inzaghi è l’uomo giusto al posto giusto, con l’obbligo di trasformare il momento. L’antefatto racconta di una squadra sull’orlo del collasso tecnico e, soprattutto, emotivo. Un gruppo lacero, liberato dal proprio senso di responsabilità, si accinge ad assistere al valzer di cui sarà primo ballerino Marcelo Bielsa. Dispotico, dedito ad una anarchia controllata, il tecnico Rosarino è il prescelto, Simone destinato alla Salernitana. Il mondo BiancoCeleste è in fervente attesa. La revolución Bielsista mette d’accordo tutti. Il centro sportivo di Formello andrà adattato ai suoi standard, e soprattutto la rosa ne risulterà stravolta.

El Loco stila una lista, vuole la cessione di due terzi della squadra, e soprattutto calciatori tecnicamente e caratterialmente disposti a seguire il suo credo calcistico, pronti a rivoluzionare sé stessi, il proprio modo di vedere lo sport più democratico del mondo. Lotito tentenna, le richieste assumono connotati più stravaganti ogni giorno che passa. E del Loco, neanche l’ombra. La piazza Laziale si divide, perché il calcio è lo sport più democratico del mondo, e la revolución è affar serio, ultima speranza per sovvertire un trend cervellotico, per uscire da una spirale di depressione globale, per placare gli istinti autarchici del patron e padrone Claudio Lotito. Arriva la firma. Non Bielsa. Arrivano Peruzzi e Diaconale a rimpinguare i quadri societari. Non Bielsa a dirigere la truppa. E in tutta Roma BiancoCeleste c’è un solo uomo convinto della bontà della situazione. Simone Inzaghi.

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Simone Inzaghi, 41 anni.

Mentre l’ambiente precipita in un profondo stato di depressione, testimoniato dalla misera cifra di soli undici firmatari nel primo giorno di campagna abbonamenti, il tecnico piacentino ha da fare i conti con una rosa decimata in vista della prima parte di ritiro, e con l’addio annunciato di Antonio Candreva, miglior calciatore in rosa, in rotta con la società da un anno. L’esterno di Tor de’ Cenci ha un successore, tecnicamente forte, fisicamente straripante. Ma assente. Keita Balde non è in ritiro. Inzaghi lo chiama a rapporto, i vecchi del gruppo lo strigliano, lo isolano. Simone lo coccola. È un generale dal forte impatto caratteriale davanti alle truppe, e un fratello maggiore nei colloqui privati. È preparato tatticamente, l’ha dimostrato nella categoria Primavera. Ma gestire la Serie A è un’altra cosa.

Ha le idee ben chiare comunque, Inzaghi: riconosce i difetti, i limiti che la tifoseria e il mondo mediatico contestano al suo gruppo; e sembra essere l’unico a vederci potenzialità importanti. Non sconvolge nulla, semplifica. Affida ai piedi di De Vrij, Biglia e Immobile (primo degli ultimi arrivati) le sorti del proprio cammino, e studia settimanalmente cosa far girare intorno a questo solido e, c’è da dirlo, forte asse centrale. Simone lo ripete con fermezza quasi stucchevole: La Lazio arriverà in Europa. Sarà difficile, ma arriverà in Europa. È la condizione per la quale avrà assicurato il futuro alla guida della squadra di cui ormai è diventato tifoso e personaggio (di campo) di più lunga militanza.

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Biglia sotto la Nord con Keita e Djordjevic dopo l’ultimo derby vinto dalla Lazio

Forgia la sua squadra nella convinzione che se il mondo da te non ha nulla da aspettarsi, è il momento di creare delle aspettative, e gioca costantemente sui punti deboli degli altri, che nella grande maggioranza dei casi riesce a far scontrare con i più forti dei suoi ragazzi. Keita torna in gruppo e va che è una bellezza; Immobile torna ad essere la bocca da fuoco dei tempi di Torino; Biglia migliora di partita in partita; Milinkovic neanche a parlarne, diventa colonna portante e beniamino dei tifosi nel giro di quattro partite, quando di testa buca il pallone che affossa il Pescara in un pomeriggio di fine settembre per pochi intimi.

La Lazio vede contestarsi per metà campionato il fatto di non essere in grado di battere una “grande”, di quelle tradizionali: perde per due distrazioni col Milan di Montella; viene sconfitto dalla Juventus; perde il derby d’andata in malo modo, per due errori individuali, che costano per l’ennesima volta la stracittadina; pareggia fortunosamente a Napoli, per poi crollare in modo vistoso a San Siro contro l’Inter di un redivivo Pioli, che Inzaghi si era trovato a sostituire frettolosamente in una notte d’aprile, così come è stato scaraventato sul pullman per il ritiro di Auronzo in un torrido, e non solo per le condizioni climatiche, otto luglio.

Eppure la squadra è sempre lì, se la gioca con le proprie carte, e quando gli altri ne hanno di migliori, plauso a loro, c’è la prossima mano. La capacità di adattarsi ha fatto la differenza nella stagione della Lazio. Non di adattarsi all’avversario, ma di adattarsi a qualunque situazione, come fosse spirito di sopravvivenza, concetto mutuato dal carattere dello stesso allenatore piacentino. E la squadra ci prende gusto. Gioca indifferentemente col 4-3-3, col 4-5-1 e col 3-5-2, stravince il triplo confronto a stretto giro di posta con la Roma di Spalletti, e si guadagna la possibilità di disputare la competizione europea nella stagione a venire. Soprattutto trova di nuovo affiatamento col pubblico, che sente finalmente ripagata in toto la fiducia riposta, da un certo momento in poi, nel gruppo di lavoro BiancoCeleste.

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La Lazio di Inzaghi dopo il derby di ritorno di Coppa Italia

Ad Inzaghi vanno sostanzialmente riconosciuti dei meriti che, al di là di qualsiasi risultato sportivo conseguito, nessuno dovrebbe essere in diritto di contestare. La sua capacità di camminare tra macerie, senza calpestarle, raccogliendo i cocci e rimettendo insieme un puzzle di cui s’erano persi troppi pezzi nel giro di mezza stagione. E dunque il primo plauso va sicuramente all’uomo Inzaghi, ancor prima che all’allenatore. Alla sua capacità di entrare in empatia col gruppo, diviso come non si ricordava da anni, e di riconquistare, col tempo e col lavoro la fiducia di una tifoseria esasperata e priva di interesse, positivo s’intende, per le sorti del proprio amore sportivo. Una tifoseria, in principio, concorde solo sulle catastrofiche conseguenze del rifiuto a cose fatte di Bielsa, e divisa invece da troppe lotte interne, che hanno contribuito non poco a lasciare vuoti i seggiolini della Curva Nord, in parte costantemente presente, ed in parte assente con giustificazione.

Un merito tecnico e tattico, di certo. A Simone Inzaghi è letteralmente esploso tra le mani un calciatore formidabile, quale Milinkovic-Savic. E’ l’uomo dominante, a soli 22 anni, di un centrocampo che grazie all’atipicità del Serbo è riuscito a rinnovarsi, a dare a sé stesso e alla squadra una soluzione di sviluppo diversa. Ed evidentemente una prepotenza fisica fino a quel momento sconosciuta alla compagine Laziale. Il merito del tecnico piacentino è, senza dubbio, quello di mettere Milinkovic nelle condizioni più idonee di incidere, libero di svariare e divertirsi su tutta la trequarti in fase di possesso, primo e concretissimo ostacolo alla manovra avversaria.

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Milinkovic-Savic, 39 presenze e 7 gol in stagione tra campionato e Coppa Italia

Il reintegro progressivo ma inesorabile di Keita, tra i maggiori contribuenti, in termini numerici, alla stagione di successo della Lazio. L’audace impiego di seconde linee ben indottrinate come Patric, Lukaku e Murgia. Il capolavoro Felipe Anderson. Da elemento di scarsa affidabilità, a vero e proprio imprescindibile della rosa BiancoCeleste. Non ingannino le sporadiche panchine sul finire dell’annata, non ingannino i pochi gol. Perché Felipe Anderson è diventato quello che nessuno avrebbe mai potuto pensare che diventasse: un calciatore totale, dal quale ora non ci si aspetta solo la giocata della domenica, ma dal quale ci si aspetta sostanza. In entrambe le fasi. Simone indica e Felipe esegue, riuscendo comunque a regalare ancora quelle giocate, quelle della domenica.

Ora Simone dovrà trovare la forza di vedersi riconosciuto un altro merito, a posteriori: quello di riuscire a confermarsi nel tempo, a partire dalla stagione prossima. Dovrà soprattutto trovare la forza per convincere la dirigenza ad evitare di smantellare la squadra nei suoi uomini più importanti, situazione ormai ben nota nelle stanze di comando di Formello, e quella per imporsi nelle decisioni strutturali e, chiaramente, di campo. Per le vittorie, quelle che andrebbero ad arricchire la bacheca della Lazio, c’è sempre tempo. Non che a qualcuno piaccia aspettare, ma se la sconfitta in Finale di Coppa Italia, per altro contro la Juventus della storia, fosse il prezzo da pagare per vedere una squadra in lineare crescita, allora da questa parte del Tevere si potrebbe tranquillamente soprassedere al risultato di quella che, a tutti gli effetti, è stata l’ultima partita rilevante in una stagione quasi totalmente positiva. Se Inzaghi riuscirà in questo, avrà non solo il merito di essersi confermato, ma anche quello di essere l’unico a farcela da quasi tredici anni a questa parte.