Redazione

di Riccardo Bidoia

C’è un motivo per cui il mantra di noi tifosi interisti è amala. L’amore è un sentimento istintivo e irrazionale capace di farti perdere la testa per qualcuno e dimenticarne difetti, vizi e debolezze. Se cantassimo “stimala, coerente Inter stimala”, sarebbe facile poi analizzarne gli errori e agire di conseguenza. E invece no, noi siamo condannati ad amarla, a soffrire e a farci prendere in giro. Perché quando qualcuno si sente tanto amato, come dimostra la media spettatori paganti più alta della serie A, si corre il rischio di sentirsi appagati e dare per scontato questo amore. Quando trovi l’amore molli la dieta, passi le sere sul divano e, dopo un po’ di tempo, arrivi perfino a permetterti di fare le puzze sotto le coperte. La stagione dell’Inter è riassumibile con quest’ultima immagine.

Ma per tutti i limiti mostrati dall’Inter quest’anno per quanto riguarda il gioco del calcio, a scaricabarile non la batte nessuno. Passaggi di prima, rapidi, efficaci, un tiki-taka che ha disorientato chiunque e che ha lasciato senza punti di riferimento giornalisti, tifosi e addetti ai lavori che ancora oggi si chiedono chi ce l’abbia e dove sia finito, il barile, e di chi sia la colpa di quella che è a tutti gli effetti una delle più disastrose stagioni nella gloriosa storia nerazzurra. Proviamo a mettere ordine. Inizialmente la colpa è di Thohir, che decide di non assecondare le richieste di Mancini (Yaya Tourè) preferendo fare il gioco di tutti quei procuratori che hanno piazzato a peso d’oro i loro pezzi pregiati senza calcolare minimamente le necessità reali della squadra, il tutto mentre il passaggio di proprietà iniziava a lasciare i primi dubbi su chi realmente comandasse in società. Poi la colpa è passata a Mancini stesso: si narra di giocatori scontenti per un lavoro di preparazione approssimativo, tesi supportata dalle numerose e imbarazzanti scoppole subite nelle amichevoli estive (una su tutte contro il Tottenham). A poche settimane dal campionato il tecnico di Jesi saluta e se ne va, e con lui le possibilità di dare un seguito alle buone cose intraviste nella stagione precedente, che con i suoi alti e bassi aveva comunque visto la squadra piazzarsi quarta.

Roberto Mancini alla guida dell’Inter.

È quindi il turno di Frank De Boer, tecnico senz’altro preparato e uomo di esperienza e carisma, ma presuntuoso nell’approccio e abbandonato a se stesso. Presuntuoso perché pensa bene di non avvalersi dell’aiuto di collaboratori che conoscessero il tortuoso pianeta Inter (lontani i tempi di Mourinho – Beppe Baresi), abbandonato a se stesso perché mai nessuno in società si è schierato totalmente dalla sua parte, lasciandolo in balia di stampa giocatori ribelli e tifosi inferociti. Un peccato, perché c’è stato un momento in cui sembrava potesse combinare qualcosa di buono, quando con una bella prova di carattere contro la Juventus e una convincente vittoria in trasferta ad Empoli aveva rimesso in carreggiata la squadra dopo il traballante inizio. Prima di essere cacciato, De Boer inizia a usare il pugno di ferro contro le mele marce, lasciando fuori a turno Kondogbia e Brozovic, e finendo col non portare nemmeno in panchina Gabriel Barbosa. Aveva chiaramente capito cosa non andasse, ma non aveva abbastanza potere per riuscire a risolvere tutto da solo.

5 vittorie, 2 pareggi e 7 sconfitte per De Boer sulla panchina dell’Inter

Gabriel Barbosa. Come dimenticarlo. Mi rifiuto di chiamarlo col suo nomignolo, perché è un peccato infierire sul ragazzo. Ma se tre allenatori decidono di non scommettere su di te, qualcosa devi aver combinato. Non credo a complotti nei suoi confronti, credo debba andarsene in prestito in squadre di medio-bassa classifica per poter giocare con regolarità e capire, già che ci siamo, cosa significa essere un professionista. Non ha colpe nello specifico, ma ha colpe chi ha fatto spendere per lui 30 milioni a una squadra che coi soldi non può scherzare. Diverso il discorso Joao Mario, fresco campione d’Europa col Portogallo, moderno “tuttocampistache fa presto a diventare nientecampista, quando decidono che non puoi giocare basso, che non puoi coesistere con Banega (falso, guardate la già citata Inter-Juventus), che sei un trequartista ma che del trequartista hai ben poco perché gol ne fai pochi e gli assist sono superflui quando il 90% del gioco della squadra consiste nell’attivare Perisic o Candreva sulla fascia e sperare che uno dei loro seicento cross a partita non finisca addosso a un avversario. Per quasi tutta la stagione Joao Mario è stato una nota positiva, comunque, perché è intelligente e pratico, ma alla fine anche lui non ha retto al naufragio collettivo.

Naufragio collettivo che, stando all’esonero di qualche settimana fa, ha un nome e un cognome: Stefano Pioli. Eppure fino al 18 marzo la squadra, sotto la sua guida, aveva ritrovato voglia, entusiasmo, gioco e, in generale, un senso. Possibile che siano bastati gli errori sotto porta di Perisic all’Olimpico di Torino per affondare una stagione? Il Napoli è ed era forte, ma c’era tempo e modo per (provare a) raggiungerloLe successive partite sono state un pianto. La sconfitta in casa con la Sampdoria con Brozovic che si dimentica di essere un giocatore di calcio, la sconfitta a Crotone con Miranda e Murillo al bar, il pareggio nel derby con le belle statuine sui calci piazzati avversari, dopo una partita dominata meritatamente, l’inspiegabile imbarcata di gol nel secondo tempo di Firenze dominato da Vecino e Babacar, Nagatomo in versione Gresko contro il Napoli, le praterie lasciate da Kondogbia a Genova, l’impotenza di fronte alle giocate di Iemmello contro il Sassuolo.

Stefano Pioli

Era davvero colpa di Pioli? Naturalmente no. Non del tutto, almeno. Gli si può imputare una scarsa capacità di gestione della rosa, in fondo giocavano sempre gli stessi e i panchinari si deprimevano. Gli si può imputare una scarsa attitudine alla psicologia di gruppo, perché se la squadra ti si sgretola in mano qualche responsabilità ce l’hai. Ma dietro di lui c’era il nulla. Mediaticamente, è stato sbagliato tutto quello che era umanamente possibile sbagliare. Dai discorsi sul prossimo allenatore nel momento di migliore forma della squadra ai panni sporchi regolarmente lavati in pubblico da Ausilio, D’Ambrosio, Handanovic, Eder e via dicendo, la sensazione era quella di trovarsi di fronte a una società priva di fondamenta, serietà, logica. L’unico che avrebbe potuto e dovuto parlare, Zanetti, si è nascosto in un angolino e non rilascia dichiarazioni importanti da mesi. E stendiamo un velo pietoso su Icardi, ottimo prospetto come attaccante ma completamente inadeguato come capitano.

Ci rimaneva un’unica, minuscola soddisfazione: che questa squadra vuota, irritante, improponibile venisse marchiata in maniera indelebile e stabilisse il record assoluto di partite senza vittoria, un sigillo di vergogna che i giocatori si sarebbero portati dietro per tutta la carriera (si spera altrove, salvo rare eccezioni). Bastava non battere la Lazio all’Olimpico. Lazio 1- Inter 3. Ci hanno negato anche questa gioia.