Redazione

di Alessandro Paparella

Per raccontare questa storia bisogna riavvolgere il nastro e tornare indietro di una mesata, precisamente al 9 maggio. La Juve non fa scherzi e amministra con tranquillità il 2-0 del Principato, batte 2-1 il Monaco e raggiunge per la seconda volta in tre anni la finale di Champions League. Sin da quel momento il mio pensiero sportivo è uno e uno solo: Cardiff. Gli amici, i conoscenti, persino il vicino di casa mi chiedono sempre e solo una cosa: ma ci vai a Cardiff? Sanno che la Juve per me è qualcosa di più della squadra del cuore. È un qualcosa che ho sempre sentito come mio, anche quando non è stato facile. E non è stato facile essere juventino a Roma, nonostante debba ammettere che chi mi conosce mi ha sempre rispettato.

Per un tifoso come me assistere alla finale rappresenta un sogno. Però non ci spero per il biglietto. I posti a disposizione sono circa 18mila e la Juve ha 28mila abbonati, impossibile rimanga qualcosa. Poi accade l’impensabile. Il giorno della prelazione per i Premium Member ci sono ancora biglietti disponibili, i più cari, ma ci sono. E allora in 5 minuti la decisione è presa: si rompe il salvadanaio, ma si va a Cardiff per la partita più importante della mia vita. Un ringraziamento speciale va al mio amico Marco, che mi ha ricordato della prelazione sui biglietti, io onestamente non ci speravo più.

Il viaggio si prospetta una vera e propria ammazzata. Partenza da Roma per Torino la sera del 2 giugno, notte in aeroporto a Caselle, partenza per Cardiff alle 12,30 del 3 giugno, ritorno a Torino per le 5 di mattina del giorno dopo e aereo per Roma alle 7,10. Roba da due notti insonni tanto per capirci, ma per la Juve questo e altro. I giorni immediatamente precedenti non penso più di tanto alla finale. Da un lato perché ho altri pensieri a tenermi occupato, dall’altro forse perché, inconsciamente, il mio fisico mi chiede tregua. Ma appena giunto in aeroporto a Fiumicino mi rendo conto che la missione è scattata e tutta insieme mi sale un’ansia indescrivibile.

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La Juve in festa dopo la vittoria dello scudetto

La Juve viene da sei scudetti di fila, ma ogni tifoso bianconero sa che è la Champions il trofeo più importante. Magari qualcuno non lo dirà mai, ma per la coppa dalle grandi orecchie qualsiasi juventino sacrificherebbe uno a caso dei 6 campionati vinti consecutivamente, tolto il primo. In Italia la Juve, per un passato che purtroppo non si può cancellare, vede sempre delegittimati i suoi successi. “Avete rubato!”, quante volte è stato usato, negli ultimi anni quasi sempre immotivatamente, questo slogan? L’unico modo per azzittire gli accusatori è vincere la Champions. Mettici che quest’anno la vittoria permetterebbe di eguagliare il Triplete interista del 2010 e capisci che l’occasione è ghiotta.

La notte in aeroporto a Caselle è durata nella mia testa e nel mio fisico credo almeno 72 ore. Il tempo non passava mai, di dormire neanche a parlarne, salvo un paio d’ore rannicchiato su una poltrona. Alle 5 di mattina si compra il primo Tuttosport venduto in Italia e si fa una colazione da far invidia a un tedesco. Nel frattempo Caselle si colora di bianconero, iniziano ad arrivare i tifosi da ogni parte d’Italia. Le partenze sono scaglionate, il mio volo è l’ultimo, l’attesa estenuante. Alla fine però si parte. I miei vicini di volo sono due signori sulla cinquantina, un torinese pacato e un veneto più esuberante, che mi racconta dei due matrimoni falliti e di come il giorno più bello della sua vita rimarrà quello della finale contro l’Ajax del 1996.

L’atmosfera è abbastanza tranquilla e rilassata. C’è molta convinzione sulle possibilità di farcela stavolta, devo ammettere anche da parte mia, che storicamente sono uno di quei tifosi da bicchiere mezzo vuoto e pessimismo. L’arrivo oltremanica è traumatico dal punto di vista del clima. I 28 gradi italiani lasciano il posto al freddo del Galles, 14 gradi all’arrivo e un vento veramente fastidioso. Ormai ho fatto gruppo con alcuni ragazzi conosciuti sull’aereo e sul pullman che ci porta dall’aeroporto allo stadio del Cardiff City, da dove a piedi bisognerà raggiungere il Millennium, sede della finale. Iniziano alcuni discorsi piuttosto delicati: “dai che quest’anno ce la possiamo fare”, “se non la vinciamo quest’anno non la vinciamo più”. Prevale la positività, anche se qualcuno giustamente ricorda come le finali di Champions siano un argomento scabroso per noi juventini.

Mijatovic esulta dopo aver segnato la rete che decide la finale della Champions League 1997/98

Ricordo perfettamente la prima finale che vidi perdere, nel 1997, avevo quasi 8 anni, poi quella del 1998, quella del 2003 (la più dolorosa), quella di due anni fa. Ce ne sarebbero altre due prima della mia nascita. Sei finali perse su otto sono tante. Mai come stavolta però ci si crede. Effettivamente la squadra ha fatto quasi percorso netto e ha asfaltato a Torino il Barcellona. Le potenzialità per farcela ci sono, non dico la Juve sia favorita ma, a detta di tutti, siamo almeno al 50-50. Il cammino per lo stadio è di due km a piedi, più ovviamente il giro in tondo dell’impianto per raggiungere il gate 7 che è agli antipodi del viale percorso per arrivare al Millennium.

Le tifoserie sono tranquillamente mischiate, non ci sono problemi e il clima è positivo, di festa. Mentre salgo le scalette che mi portano nella curva del National Stadium of Wales mi tremano le gambe. Non è una partita normale, non è il solito Roma-Juve o Lazio-Juve dell’Olimpico e neanche lo Juventus Stadium. L’impianto è notevole, il tetto chiuso conferisce poi un’atmosfera da palazzetto dello sport molto suggestiva. Il mio posto è situato in curva all’altezza della bandierina del calcio d’angolo in terzultima fila. Un po’ più in basso sarebbe stato meglio ma, abituato ai distinti dell’Olimpico, la visuale è molto più che soddisfacente. Essendo entrato 3 ore prima dell’inizio per evitare code ai tornelli, anche qui l’attesa è snervante.

Verso le 20,15 entrano in campo i giocatori e allora capisco che ci siamo. Dopo uno spettacolo musicale con Will I Am, che penso sia juventini che madridisti avrebbero fatto volentieri a meno di vedere, comincia la partita. La Juve parte bene, Pjanic sfiora il gol con un tiro che però trova le mani di Navas. Poi però esce fuori il Real. Ovviamente segna Cristiano Ronaldo, il mio giocatore preferito, che ammetto di aver osservato nel riscaldamento neanche fosse l’amore della mia vita. Segna e fa quell’esultanza che tanto mi fomenta sotto la nostra curva, seppur dalla parte opposta alla mia postazione. I tifosi iniziano a scoraggiarsi ma poi ci pensa lui, Mario Mandzukic, Mr No Good, il guerriero croato che realizza un gol da fantascienza in rovesciata e ci regala il pareggio. Credo di essermi commosso mentre esultavo in maniera smodata, abbracciando il mio vicino di posto, un ragazzo sardo dalla voce fastidiosa e dalla sigaretta facile, ma molto simpatico. Il primo tempo termina 1-1, c’è ancora fiducia.

Real Supercoppa Mondiale

Cristiano Ronaldo esulta dopo il primo gol

La ripresa inizia con l’assedio del Real. Un quarto d’ora di sofferenza, prima del fattaccio, il gol di Casemiro con due deviazioni. Si, perché puoi essere forte quanto vuoi, ma se sei della Juve sai benissimo che in Champions tutto quello che può andare storto va storto, figuriamoci quando l’avversario si dimostra superiore. E infatti uno straccio bagnato da 30 metri del mediano brasiliano becca non una ma due deviazioni ed entra in porta. Di li in poi la partita non esiste più, il Real segna altri due gol camminando sui resti della Juve e porta a casa la dodicesima Champions League della sua storia.

Qualche tifoso, compreso il mio vicino di posto sardo, abbandona la postazione sul 3-1. Io non lo faccio, primo per rispetto dei soldi che ho speso per esserci, secondo perché in cuor mio spero in un miracolo che non accadrà, terzo perché la squadra si sostiene sempre e comunque. È finita, abbiamo perso anche questa volta, niente Triplete, niente Coppa. Inizio a pensare agli sfottò che giustamente mi toccherà subire dai miei amici romanisti. Mi assale un sentimento di angoscia mista a rabbia. Nel viaggio di ritorno verso il pullman i tifosi, prima ottimisti, sono in religioso silenzio. Si sentono solo la mia voce e i miei sbraiti. Ce l’ho quasi con tutti, a caldo è così. Qualcuno mi guarda male e magari avrà pensato “guarda se questo romano si sta zitto”. Salito sul pullman il mio unico pensiero è tornare a casa, non spiccico una parola sull’aereo per Torino ne su quello per Roma.

A Fiumicino trovo mio padre, juventino anche lui, che mi aspetta in macchina. Mi dà una pacca sulla spalla come a dirmi “ ormai ci sei abituato”. Essere juventino per molti è facile, ma in realtà non lo è. Essere juventino vuol dire vincere Scudetto e Coppa Italia ed essere scontento a fine stagione, tra le altre cose. Vuol dire accettare di aver perso la quinta finale di Champions della tua vita. Vuol dire essere quasi sempre solo contro tutti. Ma non lo cambierei con nessun altra cosa. Abbiamo perso, ebbene sì, anche questa volta. Ma vi assicuro che esserci ne è valsa comunque la pena. Vincere sarà pure l’unica cosa che conta, ma alcune esperienze sono uniche, anche se esci sconfitto. Alla prossima finale, sperando che prima o poi gli dei della Champions si ricordino della Juventus.