Ignazio Castellucci

di Ignazio Castellucci

Lo avevamo ipotizzato per primi, noi di questa testata, in una breve analisi della situazione poco dopo il rinvio del closing e il pagamento della seconda caparra di 100 milioni dello scorso dicembre (Il Posticipo, 7 gennaio 2017): i grandi partner finanziari pubblici cinesi della Sino Europe Sports alla fine si sono sfilati dall’operazione.

I nomi ancora in ballo

Molti nomi sono circolati nei mesi scorsi sui componenti della cordata, inclusi nomi importantissimi della finanza di stato cinese come Huarong, Ping An, China Construction Bank. Ad oggi, l’unico nome pubblico noto di cui ancora si ritiene possibile la partecipazione all’operazione è il fondo Haixia, di base nella provincia del Fujian e partecipato/controllato dal governo provinciale, non da quello centrale di Pechino. I motivi per cui Pechino potrebbe aver negato, o forse revocato, il placet e la “copertura” politica all’operazione possono essere di ordine generale: vi sono stati segnali politici chiari negli ultimi tempi per invitare gli investitori cinesi a porre freno a investimenti eccessivi e stravaganti nel calcio estero – da cui anche le restrizioni valutarie direttamente chiamate in causa nella vicenda del Milan. Potrebbero avere a che fare con il merito puramente calcistico dell’operazione, ritenendosi alla fin fine che dopo l’acquisizione dell’Inter non sia necessaria per la visione strategica cinese acquisire un altro club italiano. Potrebbe anche aver a che fare, come avevamo già scritto un paio di mesi fa su queste pagine, con una percepita inopportunità per vari motivi di avallare un’operazione in cui è coinvolto un importante leader politico straniero; o, infine, potrebbe aver a che fare con la persona di Li Yonghong, che in base agli ultimi sviluppi – tra cui alcune sue vecchie vicende affaristico-giudiziarie recuperate e rilanciate recentemente e certo non casualmente da un quotidiano cinese – parrebbe non avere (più) una posizione brillante nell’establishment cinese. Ovviamente, potrebbe trattarsi di un insieme di tutti questi elementi.

Certo è che il closing entro il 3 marzo non vi è stato, per mancanza da parte di Sino Europe dei 320 milioni di euro necessari a concludere l’acquisizione della quota del 99,93% del Milan, oggi della Fininvest. Fininvest e Sino Europe hanno emanato comunicati separati in cui pare di poter leggere, neppure troppo tra le righe, che ormai nulla più può essere dato per certo in ordine al closing. I termini contrattuali per il closing, in effetti, pare non siano stati estesi. Sino Europe sarebbe quindi tecnicamente inadempiente, e Fininvest potrebbe tenersi i 200 milioni già ricevuti. Al momento vi è solo l’ipotesi di una terza caparra per ulteriori 100 milioni di euro, sulla base a quanto pare non di un accordo contrattuale ma di un gentlemen’s agreement, che ove versata in tempi rapidissimi (10 marzo) permetterebbe a Sino Europe di ottenere un’ulteriore proroga di circa un mese per (trovare le restanti risorse e) concludere l’acquisizione.

La Fininvest, insomma, ha in questo momento una posizione di forza, e ha deciso di rilanciare: se il sig. Li deciderà di provare il suo “piano B”, rifinanziando la cordata con investitori diversi da quelli pubblici che inizialmente pareva di poter coinvolgere, e di provare a concludere l’operazione, dovrà essere certo di avere la disponibilità praticamente immediata di tutti i soldi che servono – i 100 milioni di caparra, più i 220 per il saldo, più quelli per coprire i costi di gestione di quest’anno (da 60-70 a 100 milioni, a seconda delle fonti), più almeno una tranche di quelli che si era impegnata a investire nella squadra nel prossimo triennio (350milioni), più le garanzie per debiti sociali pari a 220 milioni, entro un tempo brevissimo. Altrimenti rischierà di perdere non solo i 200 milioni versati sinora, ma anche l’ulteriore ipotetico chip da 100 milioni da versare entro il 10 marzo per poter ancora provare a giocare – certo cambiando qualche carta. Per Sino Europe, un bluff potrebbe far lievitare a 300 milioni il prezzo di un nulla di fatto.

FININVEST FA LA VOCE GROSSA
D’altra parte, l’offerta non vincolante della Fininvest di un’ulteriore caparra di 100 milioni entro una settimana, solo per concedere in cambio una proroga di 20-25 giorni per il closing, potrebbe essere una richiesta volutamente inaccettabile, per costringere il sig. Li a passare la mano subito senza temere recriminazioni a livello mediatico, e per migliorare la posizione della Fininvest nelle azioni legali che certamente seguirebbero al fallimento dell’operazione. Il “piano B” del sig. Li, d’altro canto, non pare allo stato garantire al Milan una gestione futura all’altezza della sua storia. I tifosi sono stanchi del tira-e-molla e in subbuglio; lo stesso Silvio Berlusconi ha nuovamente mandato segnali sulla possibilità, alla fine, di tenersi il Milan (almeno temporaneamente). Comunque vada, ne vedremo ancora delle belle.