Ignazio Castellucci

 

Un altro duro colpo agostano per i nostalgici del tifo da campanile: dopo quella dell’Inter, pare andato in porto anche il passaggio del Milan in mani cinesi. Dal comunicato Fininvest del 5 agosto 2016 si è appreso che la Sino-Europe Sports Management Investment Changxing Co. Ltd. ha sottoscritto con la Fininvest un preliminare di acquisto dell’intera partecipazione di quest’ultima, pari al 99,93% del capitale sociale, con sottoscrizione di una caparra per 100 milioni di euro. Il completamento dell’acquisizione dovrebbe avvenire in autunno, con una ricapitalizzazione della società – il cui valore attuale è stato stimato dalle parti in circa 740 milioni di euro inclusi debiti per circa 220 milioni – per 350 milioni da versarsi in tre anni, di cui 100 al closing previsto per novembre.

La società holding del club, controllata dalla Sino-Europe, si chiamerà Rossoneri Sport. Berlusconi resterà presidente onorario del Milan, ritrovandosi così presidente di una combriccola di comunisti. Da novembre il nuovo AD, in sostituzione di Adriano Galliani, sarà Marco Fassone – già in passato con Napoli, Juventus, Inter. Nemesi politiche e identitarie…

Operazioni diverse

E’ senz’altro, questa, un’operazione dal sapore assai diverso rispetto all’acquisto dell’Inter da parte di Mr. Zhang: là un uomo solo al comando, che investe patrimonio proprio e della propria famiglia, personalizzando l’operazione e mettendo la faccia sulla squadra acquisita. Qui, invece, qui una cordata di investitori finanziari, con chef-de-file la Sino-Europe e il fondo d’investimento del governo cinese Haixia – 15% a testa –, e il resto del capitale ancora in attesa di essere rivelato; o forse ancora almeno in parte da assemblare, con il concorso preannunciato di non meglio individuati investitori pubblici e privati, per la data del closing. La cessione del Milan è stata costruita con il concorso di importantissimi studi legali e advisor finanziari globali; l’operatività nella nuova era cinese sarà avviata da un amministratore di società calcistiche, Marco Fassone, scelto per la sua professionalità di lungo corso, incluse precedenti esperienze con i tre club che più competono con il Milan nel dividersi il mercato del tifo nazionale.

E’ un esercizio di espansione economica e politica cinese

La stessa fotografia diffusa con il comunicato Fininvest mostra i due signori Li (Li Yonghong, direttore, e Li Han Presidente della Sino-Europe) e Silvio Berlusconi in un atteggiamento semi-informale, ma comunque businesslike. Sobrietà istituzionale e professionale, insomma, e almeno per ora nessun Fozza Milan! gridato dal nuovo padrone del vapore – che peraltro non c’è o non è ancora ben caratterizzato. In entrambi i casi assistiamo a un esercizio di espansione economica e politica da parte cinese, di Stato e/o di grandi gruppi economici e finanziari privati che operano comunque in stretta consonanza e persino in coordinamento operativo, con lo Stato e il Partito Comunista. Ciò avviene in attuazione del modello cinese del socialismo di mercato, secondo un concetto nuovo della pianificazione economica affidata alla politica, non meno efficiente – molto probabilmente, anzi, assai più efficiente – della “classica” pianificazione comunista. Attraverso gli acquisti cinesi, pubblici e privati, di società calcistiche occidentali Pechino sta attuando una parte della sua strategia di penetrazione economica globale, entrando in un settore economico promettente e al tempo stesso “connettendovi” il crescente omologo settore domestico.

Come incide la trasformazione dell’industria del calcio sul tifoso italiano?

Siamo ormai entrati decisamente nel ventunesimo secolo, prendiamone atto; e ci troviamo sul tavolo delle domande ineludibili in attesa di risposta, ora che le notizie sul calcio trovano spazio non solo sulle pagine rosa della Gazzetta, ma anche e sempre più su quelle, pure rosa, del Sole 24 Ore o del Financial Times: come incide la trasformazione dell’industria del calcio, in senso socio-antropologico, sul tifoso italiano? Come cambia il rapporto, non con la loro squadra del cuore ma, proprio con il tifo in generale – in senso esistenziale, potremmo dire, volendo usare un parolone – per gli italiani soprattutto di una certa età, cresciuti con il tifo come elemento di identità e cultura, anche territoriali? Quello di oggi è un tifo transnazionale, a-territoriale, con turchi, nigeriani, coreani tifosi del Barcellona o del Manchester United: sempre più un’affermazione di lifestyle, di una preferenza per un prodotto di entertainment che è ormai chiaramente un bene commerciale globalizzato. Un atteggiamento più simile a certe fissazioni di alcuni per questa o quella marca di auto, di questa o quella griffe di moda. Un atteggiamento ovviamente sfruttato dalle holding proprietarie dei grandi club, che li impiegano per veicolare idee e prodotti di ogni tipo nei mercati emergenti, o per mettere il loro veicolo a disposizione di ricchi sponsor. Allo stesso tempo, il tifo transnazionale diventa per molte persone nei paesi emergenti un elemento di vicinanza o nuova appartenenza, sentita e/o esibita, al mondo occidentale e globale. Persino al punto, in certe situazioni di conflitto, di fungere da elemento negativo, di identificazione del nemico, esattamente come come la musica e l’abbigliamento occidentali; come dimostrano alcune stragi mediorientali perpetrate colpendo ritrovi pubblici in cui si guardava il calcio occidentale in televisione.

In Italia, il tifo classico per una delle grandi squadre nazionali sta diventando senz’altro per molti, da elemento identitario spesso legato alle radici territoriali, un elemento di appartenenza assai più soft; un rituale blando, un fatto di inerzia mentale; un gioco tra amici con la consapevole accettazione della leggera auto-presa per il culo insita nel dichiararsi tifosi di una holding finanziaria, nazionale o offshore che sia, che gestisce come dipendenti dei giovani milionari pagati per fare ciò che a loro più piace. Per qualcun altro il tifo, più o meno impegnato, è alla fin fine un elemento di fedeltà a sé stessi; un fattore auto-identitario, se possiamo dire cosi: tifo o dichiaro di tifare Inter perché tifavo Inter da bambino, pur avendo magari perso gran parte dell’interesse alla cosa. Tifo o dichiaro di tifare Estudiantes de La Plata perché sono stato il socio più giovane di quella società, iscrittovi da mio padre quando ero appena neonato. L’italiano, specie da una certa età in su, ama il calcio e ama identificarsi in una maglia. Una città dall’identità fortissima come Milano, italiana e globale, una delle grandi città del mondo per tanti versi, cosa offre oggi ai suoi ammiratori e cittadini d.o.c., da questo punto di vista?

Nelazzullo o Lossonelo?

Il mio amico Francesco da Le Grazie, frazione di Portovenere, dopo aver letto il mio pezzo “Dalla Cina con furore” sull’acquisto dell’Inter da parte di un gruppo economico cinese, mi ha detto: “è ufficiale… ho dato le dimissioni da interista! d’ora in poi tiferò la centenaria società graziotta della ‘Forza e Coraggio’, detta anche “le furie rosse”. Figuriamoci se un tifoso italiano, e specie uno “milanese al cient’ p’i cient’” possa non avere oggi qualche disagio, ora che la sua scelta è tra “appartenere” alla Suning o al fondo sovrano Haixia; tra essere nelazzullo o lossonelo; magali solseggiando un Lamazzotti e pensando ai bei tempi della Milano da bele. Evito volutamente di parlare dei tempi di Herrera e Rivera, decisamente con troppe “erre”: con i tifosi rimastine ormai privi da ambo i lati non saranno più possibili neppure gli sfottò incrociati, al riguardo. La globalizzazione del calcio e delle dinamiche economiche connesse potrebbero produrre anche, almeno in Italia, un ritorno al campanile in senso stretto, un maggior interesse per il calcio locale – come nel caso del mio amico ex-Interista (ma sarà davvero un ex al 100%? non ci credo; il tifoso è un animale irrazionale dopo tutto) – a soddisfare un bisogno di identità sempre meno appagato dai grandi club. Ciò potrebbe ovviamente includere scenari ibridi, con squadre più o meno locali, a tutti i livelli, legate in reti o cordate veicolate da accordi contrattuali, strutture societarie complesse, partecipazioni incrociate, guidate da holding collegate a club nazionali o globali.

Può nascere un terzo club tutto milanese

Vedo comunque uno spazio, sportivo culturale-ambientale ed economico, per la nascita o ascesa dalle serie inferiori di un terzo club a Milano o dintorni – italiano lombardo e milanese – in grado di raccogliere e riproporre la “milanesità” di Inter e Milan come elemento territoriale, di attrazione e di appartenenza; non è detto che Atalanta o Brescia, per dire, possano farlo, per la loro diversa origine cittadina e per una lunga storia di identità diversa, e di nicchia, rispetto alle due grandi. Un’operazione calcistica e anche economica da non sottovalutare; un possibile nuovo esperimento di aggregazione culturale, moderatamente identitaria, forse alla fine anche con una dimensione politica, che potrebbe persino funzionare. Purché si scelgano, per la maglia, colori pieni di “erre”.