Ignazio Castellucci

1ª puntata:

Era dal 1972 che un urlo proveniente dalla Cina non richiamava tanta attenzione: in quell’anno fu Bruce Lee a scuoterci con il suo film The Way of the Dragon, in parte girato a Roma, con la scena cult del combattimento nel Colosseo tra Bruce Lee e Chuck Norris –titolo italiano: L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente. Oggi ci ha pensato Zhang Jindong, magnate cinese – tra i trenta uomini più ricchi del suo Paese, con un patrimonio personale stimato sui 4-5 miliardi di dollari – a svegliarci dal nostro decadente torpore occidentale nerazzurro, con un urlo meneghino degno dei migliori Bruce Lee, All Blacks, e di tutti i calciatori e tifosi islandesi messi assieme:

FOZZA INDAAAA!!!

L’urlo di Zhang ai microfoni di Inter Channel, è seguito al perfezionamento dell’acquisto, nel giugno 2016, da parte della Suning Holdings Group, una delle società finanziarie del gruppo economico e finanziario di Mr. Zhang, del pacchetto azionario di maggioranza (68,55%) dell’Inter al prezzo di 525 milioni, inclusa l’assunzione della quota corrispondente degli oltre 350 milioni di debiti societari. Con un’operazione in due mosse (ingresso di Suning con un primo acquisto di un pacchetto azionario del 20%, attraverso un aumento di capitale, seguito poi dall’acquisto del resto) la Suning ha rilevato l’intera partecipazione di Moratti (29%), oggi completamente fuori dalla proprietà (vi manterrà un ruolo di consulente), e parte (39%) di quella di Erick Thohir; quest’ultimo diventa quindi azionista di minoranza, pur mantenendo – per ora – la carica di Presidente. La transizione degli assetti proprietari del club, dalla gestione della famiglia Moratti, attraverso il periodo Thohir, al nuovo e definitivo assetto che seguirà l’uscita totale dello stesso Thohir dal capitale sarà probabilmente completata abbastanza presto (2017?).

INTER CINA
L’operazione è certo diversa da quella, di queste stesse settimane, riguardante il Milan: quell’operazione è costruita attorno a una cordata di investitori finanziari affidatisi a un management italiano di tipo professionale; questa è invece l’operazione di un uomo solo, che ha iniziato circa venticinque anni fa aprendo un negozio di elettrodomestici a Nanjing ed è diventato oggi uno degli uomini più ricchi al mondo, che acquista il club tendenzialmente per intero con l’intento di gestirlo direttamente tramite le sue proprie strutture societarie e il coinvolgimento proprio e di membri della propria famiglia (il figlio Steven è ormai spesso a Milano). Si tratta di due diversi approcci di investimento, eppure sono due acquisti simili e contigui: il calcio, e il calcio italiano, sono considerati evidentemente un ottimo terreno d’investimento per diverse tipologie di investitori stranieri. Viene da chiedersi: perché?

Il grande affare di Thohir

La risposta banale ma esattamente appropriata è, come per ogni investimento,“perché vi è un buon rapporto costo/opportunità”. Altri club europei, anche più visibili di Inter e Milan, pur garantendo nel breve periodo maggiori fatturati costerebbero troppo. Club italiani di grande tradizione internazionale come Inter e Milan – ma è anche noto l’acquisto da parte del magnate cinese Wang Jianlin, nel 2015, di una partecipazione importante (20%) nell’Atletico Madrid – probabilmente offrono opportunità e aspettative interessanti in un periodo non troppo lungo, con possibilità di rapidi recuperi di status e di risultati sul campo; mentre la loro situazione finanziaria rende possibili scalate societarie relativamente semplici disponendo di adeguate risorse e/o di idonee leve finanziarie . Thohir, ad esempio, in pochi anni ha realizzato un ottimo investimento, entrando nel novembre 2013 con circa 75 milioni liquidi per acquistare il 70% delle azioni (oltre all’accollo di debiti, per un impegno totale di circa 250 milioni); dopo aver ristrutturato il debito, vende oggi alla Suning un pacchetto del 39% per poco meno di 300 milioni (quota debiti inclusa); ma mantenendo ancora il 31% delle azioni (valore: circa 230 milioni, quota dei debiti inclusa).

Se uscirà nel 2017 cedendo allo stesso prezzo il restante suo 31% (proprietà e anessa quota debiti) avrà guadagnato, ad occhio e croce e al lordo di costi e tasse, tra i 100 e i 120 milioni in circa quattro anni, con un investimento inziale di  75 milioni liquidi e un’assunzione di debiti (poi ceduti ovviamente con il pacchetto azionario) per altri 180. Operazioni possibili, certo, anche per il cronico sovrindebitamento dei club italiani; si tratta ancora una volta di un marchio italiano e di un pezzo di economia del Belpaese che finisce in mani straniere, abili e ottimamente consigliate, anche o soprattutto per l’incapacità del nostro sistema-Paese di sviluppare visioni e gestioni efficaci autoctone di lungo periodo. Nella dimensione commerciale, inoltre, ha un ruolo rilevante nel rendere interessante un investimento in Italia il valore iconico che può avere nel mercato cinese un qualsiasi prodotto o un brand italiano: il nostro Paese è molto conosciuto e apprezzato in Cina come esportatore di beni e marchi di lusso, e associato all’idea di uno stile di vita che l’emergente classe media cinese considera come traguardo desiderabile. I cinesi rinvengono qualche affinità storica e culturale tra loro stessi e gli italiani, pure eredi di un grande impero globale dell’antichità; amano l’Italia e vi viaggiano volentieri; e guardano agli italiani, più che ad altri, con simpatia.

La globalizzazione ha fatto esplodere in Asia e in Cina l’attenzione per il calcio occidentale, facendo nascere centinaia di milioni di tifosi dei principali club europei, che seguono la Premier League, la Liga, la nostra Serie A, e i grandi tornei europei. Le principali squadre italiane piacciono, e hanno da anni molto seguito di tifosi in tutta l’Asia. Il mercato cinese mette a disposizione oggi 7-800 milioni di potenziali tifosi. E’ un mercato che cresce; e cresce trascinando anche, in quantità e qualità, la domanda dell’analogo prodotto interno, che il consumatore cinese inizia ad apprezzare – sia pur come prodotto almeno inizialmente meno pregiato di quello occidentale, come il Merlot marca Grande Muraglia, prodotto in Cina ormai da anni, grazie a investimenti francesi: inizialmente così così, poi divenuto onesto, oggi disponibile anche in bottiglie di fascia alta, e davvero buone. L’introduzione del prodotto straniero di prestigio può generare, insomma, un’espansione del mercato che alla lunga favorisce anche il prodotto locale. [CONTINUA…]