Ignazio Castellucci

Con perfetto tempismo, Kim Jong-un nel suo discorso di Capodanno ha “aperto” al dialogo con la Corea del Sud, ventilando la partecipazione del paese del Nord ai giochi olimpici di Pyeongchang che inizieranno nel mese di febbraio. Il governo della Corea del Sud ha dato immediata adesione alla proposta di Kim. Colloqui tra le due Coree per definire gli aspetti di questa partecipazione potrebbero iniziare già il prossimo 9 gennaio; e già ieri per volontà di Pyongyang è stata riattivata la “linea rossa”, il collegamento telefonico diretto tra i comandi del Nord e del Sud nel villaggio di frontiera di Panmunjeom, in cui i militari delle due parti normalmente si fronteggiano in silenzio e a distanza ravvicinata.

L’occasione per questa apertura pare esser stata data a Kim da due ragazzi nordcoreani, una coppia di pattinatori di 18 anni (lei, Ryom Tae-ok) e 25 anni (lui, Kim Ju-sik): è di pochi giorni fa la notizia della loro performance e del loro successo alle gare di qualificazione per le olimpiadi Obertsdorf (Germania). Questo importante risultato sportivo, che pare aver prodotto l’improvvisa apertura di Kim verso la Corea del Sud, è in realtà un risultato cercato e il frutto di una strategia: i due pattinatori da tempo si allenano in Canada sotto la guida di un team occidentale, e il risultato eclatante ottenuto pochi giorni fa pare essere parte di un disegno.

Tra Olimpiadi e bottoni nucleari

Il Rispettato Maresciallo Kim continua i suoi esercizi di brinksmanship, con una certa abilità dobbiamo dire, continuando a tenere il mondo con il fiato sospeso, tra test nucleari, minacce, caute aperture ogni tanto. E tutto pare orchestrato con attenzione, allontanando l’idea – che molti in occidente preferiscono accogliere – di un giovane mattacchione col dito sul bottone nucleare. Il suo opponente Donald Trump, che per carattere e modo di porsi può quasi dirsi bisognoso di un avversario come Kim, non perde occasione per fare un assai simile esercizio di equilibrismo, tra minacce, insulti e rare aperture. In quest’occasione the Donald è giunto a mettersi in competizione con Kim su chi ce l’ha più grosso: nel discorso di Capodanno che conteneva l’apertura verso la Corea del Sud e in generale la manifestazione di un atteggiamento responsabile e dialogante, Kim aveva anche detto che sulla sua scrivania c’è un bottone nucleare, ma “come fatto, non come minaccia” … il Presidente Trump ha prontamente risposto twittando che lui ha un bottone più grosso, più potente, e meglio funzionante.

Le letture degli analisti considerano questo scambio un 2-0 secco per Kim, che è parso, tra i due, quello più ragionevole e meno fuori controllo. In realtà, alla fin fine, pare che tutti e due vogliano continuare questo gioco, in cui entrambi paiono abbastanza abili (senza escludere che, volutamente o di fatto, sia in atto in questo momento storico un gioco di squadra tra Stati e Uniti e Corea del Sud, del tipo “poliziotto cattivo-poliziotto buono”); e forse saranno proprio loro due che a un certo punto potranno davvero parlarsi fruttuosamente.

Kim vorrà ottenere, in cambio di una certa normalizzazione dei rapporti politici, la cessazione delle sanzioni economiche; e certamente il riconoscimento del suo status nucleare: si tratta di prendere atto di un fatto, in questo Kim non dice nulla di sbagliato; e il fatto non pare reversibile. La Corea del Nord, che ci piaccia o no, è oggi nel club nucleare, ancorché non “ufficialmente” riconosciuta o legittimata dalla maggioranza dei membri della comunità internazionale (come del resto è per Israele, India, Pakistan), e non pare disposta a uscirne volontariamente.

Lo sport come teatro laterale della politica

In tutto questo discorso, di nuovo un evento sportivo appare come un’opportunità per dare una svolta a grandi temi geopolitici – alcuni mesi fa avevamo parlato sul Posticipo della proposta di Moon, Presidente della Corea del Sud, di ospitare il mondiale di calcio del 2030 nelle due Coree congiuntamente o comunque nei quattro paesi dell’Asia nordorientale (Coree, Giappone, Cina) oggi più direttamente interessati dalle tensioni legate alla vicenda coreana.Lo sport si conferma, insomma, oltre che come importante settore dell’entertainment e dell’economia globale, anche come teatro “laterale” che permette di utilizzare efficacemente l’evento sportivo, con la sua carica rituale e identitaria, come veicolo per messaggi, criptici, simbolici o in chiaro, legati a azioni e dinamiche politiche del massimo livello.