Ignazio Castellucci

La notizia è giunta dirompente, quasi come uno dei tanti lanci missilistici del Rispettato Maresciallo Kim Jongun: il nuovo Presidente della Corea del Sud Moon Jae-in ha auspicato, in un colloquio col presidente della FIFA Infantino a margine della finale del Mondiale Under 20 svoltasi a Seoul (vinta dall’Inghilterra sul Venezuela per 1 a 0), che i Mondiali di calcio del 2030 possano essere co-ospitati dai “paesi dell’Asia settentrionale”, inclusa la Corea del Nord. La notizia era già stata anticipata alla stampa da Ching Mong-gyu, Presidente della Federcalcio sudcoreana, prima del match con il Senegal.

Chiaro che la crisi attuale nella penisola coreana e nella regione non si risolve semplicemente tirando calci a un pallone; non solo per lo meno. Ma ricordiamo comunque come il mondo dello sport sia sempre servito per aprire piccole finestre sul Regno Eremita: i Mondiali di calcio del 1966 che ben ricordiamo (la Corea del Nord sconfisse l’Italia per 1 a 0), quelli del 2006 e del 2014 hanno permesso al mondo qualche minimo contatto con quella realtà misteriosa; le delegazioni nordcoreane alle Olimpiadi e nelle altre competizioni internazionali generano sempre curiosità e qualche aneddoto.

Oggi i primi calciatori nordcoreani fanno parlare di sé nei campionati europei: certamente Han Kwang-song, diciottenne attaccante del Cagliari portato in Italia dal Senatore Razzi, e in gol per la prima volta contro il Toro un paio di mesi fa; ma anche qualche altro giocatore come Hyok Choe-song, tesserato dalla Fiorentina insieme a Han e poi svincolato, con seguito di azioni legali vinte dal calciatore e un risarcimento che dovrà essergli pagato dal club viola. Il nuovo presidente sudocoreano Moon Jae-in,nato in Corea del Sud da cittadini nordcoreani rifugiati al sud nel 1950 durante la guerra di Corea (1950-53), ha immediatamente chiarito la sua intenzione di rilanciare il dialogo a cavallo del 38mo parallelo, riavviando la “Sunshine policy” dei primi anni duemila, che aveva visto piccole aperture, un cauto dialogo, e qualche iniziativa di cooperazione sociale e economia. Nuova politica prontamente ribattezzata Moonshine policy dagli osservatori di tutto il mondo, con un gioco di parole facile e di immediata percezione.

Son-Cagliari-interrogazione-parlamentare

Han-Kwang Son con la maglia della Corea del Nord u.17

La proposta di Moon a Infantino potrebbe avere il sapore di una boutade, nel clima arroventato di questi ultimi tempi, con forti venti di guerra dovuti ai test missilistici del Nord e all’invio di una Armada nordamericana: viene però in un momento in cui la Cina si candida a divenire una potenza calcistica e a ospitare i Mondiali relativamente presto. Non va sottovalutato, come ormai andiamo ripetendo da un po’, il valore simbolico degli eventi sportivi: tutti ricordiamo la marcia congiunta delle due delegazioni coreane, sotto una unica bandiera (una penisola coreana intera, in azzurro su campo bianco) nelle cerimonie di apertura e chiusura delle Olimpiadi di Sydney e Atene, nel periodo della Sunshine policy. Tra gli auspici del nuovo presidente Moon, recentemente espressi, vi è anche quello di avere la partecipazione del Paese del Nord alle Olimpiadi  invernali del 2018 in Corea del Sud.

La proposta di Moon è un tassello molto ben pensato della sua nordpolitik, basata sull’approccio pacifico/pacifista (da cui anche la recentissima e unilaterale decisione di sospendere il dispiegamento in Corea del Sud corso del sistema antimissile nordamericano THAAD, che molto irrita anche Pechino): egli tenta ora una sinergia con il doppio desiderio cinese, di avere il Mondiale e di accreditarsi come superpotenza mondiale comunista, una stella rossa faro di civiltà e protagonista nella soluzione della crisi geopolitica della regione. E Infantino ha in effetti dichiarato che parlerà presto al Presidente cinese Xi Jinping dell’idea di Moon. Chissà cosa ne pensa il Giappone, che pure ha ruggini storiche sia con la Cina che con le Coree, e che certo da una iniziativa del genere non vedrebbe – almeno a quanto sembra ora – aumentare il suo prestigio e il suo status di superpotenza. D’altra parte, anche il Giappone ha tutto da guadagnare dalla stabilizzazione della regione.

La squadra della Corea del Sud alle Olimpiadi a Rio (foto Getty Images)

Anche il giovane e Rispettato Maresciallo e Donald Trump, del resto, mostrano di voler fare la voce grossa mentre forse preparano, in parallelo, uno storico anche se lentissimo avvicinamento; avvicinamento che – azzardo una previsione – potrebbe portare a un incontro diretto tra loro entro la fine del mandato di Trump, che certo vorrebbe mettere la sua faccia su un evento del genere, come ha già dichiarato inviando anche a Kim un messaggio di personale stima (definendolo “a pretty smart cookie”, “un giovanotto in gamba”). Difficile dire oggi se ciò accadrà all’esito di un pur sempre possibile momento di confronto militare. Staremo a vedere; di certo l’attuale stato di tensione in Asia nord-orientale non può durare ancora per molti anni, e intorno al 2030 o poco dopo in un modo o nell’altro le tensioni potrebbero aver prodotto una stabilizzazione; a quel punto, un Mundial (meglio: due Mundial, uno negli Usa e uno in Asia del nord) svolgerebbe(ro) appieno il suo/loro ruolo simbolico, pacificatore e catartico, tra potenze dominanti del XXI secolo.

Certamente l’idea di Moon è geniale, e merita la massima considerazione in tutte le sedi politiche e sportive. Mentre si parla di una candidatura congiunta di USA, Canada e Messico per il Mondiale 2026 diventa quindi plausibile anche una di Cina, Giappone e Coree nel secondo quarto di questo secolo, anche se di certo relativamente vicina al recente mondiale in Corea-Giappone del 2002. Una candidatura che, se lanciata per il 2030, sfiderebbe quella pure “pesante” di Argentina e Uruguay per il Mundial del Centenario, un secolo dopo quello d’Uruguay del 1930 (di certo, si nota che è ormai usuale l’organizzazione di grandi eventi calcistici da parte di più Paesi), che però pare incompatibile con l’eventuale assegnazione dell’edizione precedente ai tre paesi del continente nordamericano. Due mondiali in America e uno in Asia vanno assegnati con equilibrio, tenendo in conto anche altre candidature che certo non mancheranno dall’Europa, e magari dall’Africa.

In ogni caso, non può non rilevarsi come le assegnazioni dei campionati mondiali di calcio di questo secolo individuino ormai spesso o quasi sempre, e molto chiaramente, punti focali delle dinamiche geopolitiche.