Ignazio Castellucci

La vicenda della partecipazione nordcoreana ai Giochi olimpici invernali che inizieranno il 9 febbraio a Pyeongchang, in Corea del Sud, continua a sorprenderci. Dopo aver concordato la partecipazione della Corea del Nord ai Giochi del Sud con una delegazione di atleti, staff di supporto, giornalisti, claque di stato, etc., e aver iniziato a definire le modalità di una partecipazione congiunta e sotto unica bandiera alle cerimonie di apertura e chiusura, pare che oggi le delegazioni a livello ministeriale dei due Paesi – che in un villaggio a cavallo del 38mo parallelo stanno lavorando definendo i dettagli della partecipazione nordcoreana – si siano spinte davvero molto avanti, ipotizzando l’inserimento di atlete del Nord nella squadra nazionale femminile di hockey della Corea del Sud.

Possibile la presenza di una squadra di hockey pancoreana

In un incontro previsto a Losanna, presso il CIO, per il 20 gennaio, si discuterà anche in quella sede della partecipazione nordcoreana ai giochi; e pare che una delle richieste sudcoreane sarà quella di poter allargare il numero delle atlete nella rosa delle convocate per includervi le atlete del Nord, senza l’ingiustizia di lasciarne a casa altrettante del Sud che da anni si preparano per i Giochi. Il senso è chiaro: ambo le parti vogliono che la partecipazione nordcoreana sia un evento grande e storico; e i due bravissimi pattinatori del Nord qualificatisi per i Giochi di Pyeongchang da soli non giustificano l’enorme sforzo e movimento di persone e risorse necessari per produrre questo evento di importanza planetaria, non solo dal punto di vista sportivo ma anche politico.

Forse vedremo una squadra pancoreana gareggiare a Pyeongchang. Sarà la squadra di hockey del Sud, qualificatasi per i Giochi, ma se davvero dovessero esservi atlete del Nord inserite nella compagine (è già accaduto ai campionati mondiali di ping-pong del 1991), con le uniformi e bandiere della riunificazione, il messaggio sarà fortissimo, specie nell’incontro con il Giappone – verso cui entrambe le Coree hanno rapporti resi difficili dagli eventi storici. Potrà esserci forse qualche problema tecnico o simbolico, da risolvere creativamente, per esempio riguardo all’esecuzione dell’inno o degli inni nazionali prima degli incontri; o in un eventuale, storico, anche se forse poco probabile, podio per questa squadra.

Il team congiunto può aiutare il processo di riavvicinamento

Sicuramente la formazione di un team congiunto, o magari di più team congiunti in più specialità olimpiche (per permettere a un buon numero di atleti del Nord di partecipare ai Giochi), produrranno contatti diretti e intensi tra gli atleti e il personale di ambo i paesi, con tutto ciò che ne seguirà: inviti reciproci, ulteriori eventi sportivi e non, grande amplificazione massmediatica; con possibili quanto imprevedibili accelerazioni e “effetto valanga” anche sul processo di riavvicinamento tra e due Coree.

I colloqui tra le parti proseguono fruttuosi, con il Sud più incline a discutere i dettagli della partecipazione degli atleti nordcoreani, e il Nord più interessato agli eventi a latere: è stato concordato che della delegazione nordcoreana faranno parte anche delle cheerleaders nordcoreane (note per la loro avvenenza), artisti, un team per un’esibizione di taekwondo; e soprattutto le famose Moranbong (anche loro, alcune almeno, molto carine), la più nota band di musica pop del Nord e la preferita da Kim Jong-un, che si esibirà in due concerti, uno a Seoul e l’altro a Gangneung, non lontano da Pyeongchang.

Kim sta conducendo una “offensiva pacifica”

Qualcuno nei media sudcoreani è già preoccupato per gli show a Pyeongchang delle Morambong, che spesso si esibiscono in uniforme militare e i cui brani hanno testi che inneggiano a Kim e alla sua potenza militare, e insultano o dileggiano il governo del Sud e gli Stati Uniti (ciò è stato motivo della cancellazione di alcuni loro show a Pechino, lo scorso anno). In realtà immagino che gli show in Corea del Sud includeranno in scaletta brani dai testi meno urticanti per il pubblico locale, e magari anche qualche brano occidentale come My Way di Frank Sinatra, una delle loro cover più note. Senza nulla togliere, ovviamente, alla possibilità di qualche più o meno involontaria “scivolata” con brani meno politically correct, magari in diretta tv sulle reti del paese del Sud; così come non possiamo escludere qualche provocazione politica o anche militare nel mezzo di questo clima di rinnovato dialogo, tanto per testarne i limiti. Il Nord, insomma, guidato dal giovane Kim, ha assunto l’iniziativa politica e la sta conducendo con energia e intelligenza, trasformando i Giochi in una sua “offensiva pacifica” che lo accrediti almeno in Corea del Sud come un paese (quasi) normale, che i fratelli del Sud dovrebbero conoscere meglio.

Nello stesso momento, Kim Jong-un usa anche i toni forti, e critica oggi il Presidente del Sud, Moon Jae-in (nel comunicato di oggi definito “il capo dell’esecutivo del Sud”, anziché “il Presidente Moon Jae-in” come Kim Jong-un lo aveva chiamato nel suo discorso di Capodanno) per aver fatto dichiarazioni pubbliche insieme a Trump sul fatto che la partecipazione del Nord ai Giochi sia il frutto delle loro “pressioni” politiche. Il messaggio di Kim dice, più o meno, come il Nord sia pienamente intenzionato a proseguire sulla via della riconciliazione nonostante la maleducazione di certe dichiarazioni, e di sperare che il processo di riavvicinamento non abbia a soffrirne.  A questa dichiarazione la risposta del Sud è stata un saggio e appropriato no comment.

Bastone e carota, insomma. Come ha detto proprio The Donald, Kim “is a pretty smart cookie”, un ragazzo molto sveglio.