Ignazio Castellucci

Dopo il comunicato Fininvest del 5 agosto 2016, con cui era stato annunciato l’acquisto da parte della Sino-Europe Sports Management Investment Changxing Co. Ltd. del 99,93% del capitale sociale del Milan per un prezzo di circa 520 milioni di euro, e il versamento di una caparra per 100 milioni nelle settimane successive (v. Ignazio Castellucci, il Posticipo del 21 agosto), qualcosa non è andato come inizialmente previsto: il closing della cessione, inizialmente previsto per novembre 2016, non c’è ancora stato; e non sono ancora noti tutti i nomi degli investitori cinesi che dovrebbero partecipare alla cordata guidata dalla Sino-Europe.

Tutto ciò ha scatenato sulla stampa nostrana una ridda di ipotesi di ogni tipo: dalla mancanza di capacità economica o di un sufficiente numero e qualità degli investitori da parte cinese, fino alla suggestione da parte di qualcuno che l’intera operazione fosse una messa in scena di casa Fininvest per far rientrare capitali in Italia. Qualche scossone nei rapporti tra Fininvest e Sino-Europe c’è stato: intorno alla data inizialmente prevista del closing lo stesso Silvio Berlusconi ha commentato il ritardo ventilando l’ipotesi di tenersi il Milan, o quanto meno di rimanerne Presidente (e non solo presidente onorario, come previsto dagli accordi con i cinesi): un chiaro messaggio alla controparte. Scambiati i messaggi del caso la trattativa è poi proseguita, anche quando è divenuto chiaro che l’operazione non si sarebbe conclusa a metà-fine novembre, né alla data-limite a un certo punto trapelata (Reuters) del 3 dicembre 2016. Il 13 dicembre vi è stato un secondo versamento alla Fininvest, in acconto o caparra, di 100 milioni di euro; ed è stato annunciato il nuovo termine per il closing al 3 marzo 2017.

milan cinesi tappe

Un’immagine del 2001 che ritrae Xi Jinping, all’epoca vice presidente della Cina, insieme a Silvio Berlusconi.

Sino-Europe, in persona del sig. Li Yonghong ha spiegato all’ANSA i ritardi, motivandoli con delle difficoltà burocratiche a Pechino derivanti dalla nuova normativa cinese suoi controlli degli investimenti all’estero – dichiarando anche, ermeticamente e en passant, l’esistenza di un “piano B” per completare l’operazione con un altro veicolo di investimento. Pochi giorni fa anche Renzo Cavalieri, noto avvocato e professore di diritto cinese nonché con lo Studio Bonelli Erede Pappalardo uno dei consulenti dell’operazione Suning-Inter, ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera del 2 gennaio 2017 come la spiegazione data dal sig. Li sia del tutto plausibile.

Osservazioni serie e un po’ di fantasia

Lasciamo da parte il fantariciclaggio, e l’idea che l’intera operazione sia nata in casa Fininvest per far rientrare capitali: importanti attori cinesi pubblici e privati, studi legali e advisor internazionali sono direttamente coinvolti in questa operazione. Qualche intoppo deve effettivamente esserci stato, e dal lato cinese, come testimoniano i messaggi obliqui di Berlusconi nel periodo della scadenza del closing. E come dimostra anche il versamento di ulteriori 100 milioni il 13 dicembre, pari alla seconda tranche del pagamento previsto negli accordi originari di agosto: la parte cinese ha quindi dovuto onorare quell’impegno per poter ottenere il rinvio di tre mesi (i 100 milioni sono stati versati senza problemi poiché il punto rilevante per la normativa cinese di controllo pare non essere in questo caso l’effettuazione del pagamento – peraltro non effettuato dalla Cina – ma proprio l’acquisizione della partecipazione). La normativa cinese sul controllo degli investimenti esiste ed è complessa, come conferma col suo noto aplomb il Prof. Renzo Cavalieri – impegnato del resto in altre delicate attività nello stesso settore: da lui non possiamo che aspettarci professionale riservatezza e sobrietà nei commenti, pur con qualche stilettata che mi fa sospettare, piacevolmente, di una sua possibile fede nerazzurra. Ma è anche vero che un investimento di quelle dimensioni e visibilità internazionale non “parte” se non dotato di una previa “copertura” politica.

LA COPERTURA POLITICA DI TUTTA L’OPERAZIONE
Copertura che in questo caso dovrebbe provenire dal livello più alto del Partito Comunista e del Governo cinese. Certi controlli amministrativi costituiscono proprio, nel sistema legale e politico-istituzionale cinese, dei “policy checks” su qualsiasi operazione economica: sono momenti in cui vengono effettuate verifiche non solo di legalità e regolarità amministrativa,  ma anche di più generale corrispondenza all’interesse generale, istituzionale, politico ecc. Ovvio che i policy checks siano minimi, nominali o persino nulli ove si tratti di aprire un negozio di ravioli all’angolo in una qualunque città cinese; altrettanto ovvio che abbiano un livello di invasività crescente con l’importanza dell’operazione e col suo impatto economico e sociale. Ove vi sia conformità all’interesse pubblico il processo autorizzatorio può essere anche velocissimo, e di certo la Sino-Europe aveva considerato ogni circostanza nel negoziare inizialmente la data ultima del closing per novembre, poi per il 3 dicembre 2016.

Mi pare plausibile che l’investimento nel Milan avesse già il placet politico necessario, almeno di massima, nell’estate del 2016; e che qualche elemento sopravvenuto abbia prodotto per il governo cinese la necessità di una migliore analisi dell’intera operazione – al di là della pur plausibile necessità di approfondire i controlli su qualcuno degli investitori cinesi in cordata. Ricordiamo come l’investimento nel calcio globale abbia un posto molto alto nell’agenda del governo e del suo leader Xi Jinping, per motivi economici, politici, culturali, di soft powerA me viene il dubbio che il governo cinese abbia (avuto) un dubbio: sulla bontà dell’investimento in termini politici; e che questo abbia a che fare in qualche modo con la figura pubblica di Silvio Berlusconi. La prima scadenza per il closing era a metà-fine novembre; poi – mark the date – il 3 dicembre. Il giorno 4 dicembre gli italiani hanno votato per un referendum costituzionale che, al di là del quesito, è stato altamente politicizzato. La posizione al riguardo di Berlusconi e delle sue aziende (posizioni differenziate) ha avuto un certo impatto sul quadro politico all’esito della consultazione, e sul rapporto politico di Berlusconi con il nuovo governo, che pare oggi improntato al tranquillo paradigma dell’opposizione responsabile.

milan cinesi tappe

Sacchi insegna tattica al suo Milan.

Niente closing entro il 3 dicembre; ma una volta chiarito il quadro politico l’operazione pare essersi sbloccata. Immagino che nel grande disegno cinese di ramificazione all’interno dell’industria del calcio globale sia ritenuta ancora accettabile – al di là della dimensione puramente calcistica dell’acquisto di un grandissimo club europeo, e uno dei maggiori in Italia – la partecipazione maggioritaria di un fondo sovrano cinese in una società già posseduta e che comunque resterà associata alla figura pubblica di un politico occidentale di spicco, ove quest’ultimo abbia un tranquillizzante profilo percepito di statista anche se discusso.

I POSSIBILI SCENARI
Una posizione politica più arrembante di Berlusconi e un suo recupero di più gridate posizioni anti-sistema dopo il referendum forse non avrebbero ricevuto una valutazione positiva nelle alte e lungimiranti sfere del Regno di Mezzo: troppo rischioso, in termini politici (e alla fin fine anche, indirettamente, economici), associare un grande investimento pubblico-privato cinese a personaggi e gruppi economici occidentali discussi, un po’ decadenti, percorsi da velleitari fremiti barricaderi – e potenzialmente soggetti per questo a conseguenze politiche e giudiziarie che potrebbero avere ripercussioni anche sulle attività oggetto dell’investimento. L’ex-Cavaliere è direttamente interessato, di questi tempi, a due grandi vicende di trasferimenti di partecipazioni societarie: deve riuscire a vendere il Milan ai cinesi, e deve riuscire a non farsi acquistare Mediaset da Vivendi. Potrà riuscire forse in entrambe le cose, se manterrà buoni rapporti con il governo italiano in carica (e i primi scambi di cortesie si sono già visti per la vicenda Mediaset/Vivendi); forse fallirebbe in entrambe ove perseguisse  strategie diverse dalla via della pacificazione col sistema politico nazionale.

In conclusione, i ritardi da parte cinese nell’acquisto del Milan potrebbero esser letti come il segnale di un’attenzione governativa alle vicende politiche della parte venditrice. Ciò implica una almeno teorica possibilità che i partner pubblici cinesi possano alla fine sfilarsi dalla cordata Sino-Europe, lasciando il cerino in mano ai signori Li e ai loro gruppi economici privati. Questi ultimi, che hanno già investito 200 milioni di euro, devono quindi tener pronto un “piano B” al riguardo, per eventualmente rifinanziare la cordata e magari rinegoziare l’intera operazione – ma, in quel caso, con investitori di un profilo probabilmente inferiore e quindi con minori risultati anche per la Fininvest e per il MilanAl signor B. converrà evitare il piano B.