Ignazio Castellucci

È accaduto raramente, o forse mai, che il palcoscenico dei Giochi diventasse terreno quotidiano per attività politiche e diplomatiche quotidiane da parte dei Paesi partecipanti – sostituendo dichiarazioni, cerimoniale olimpico, bandiere e uniformi ai cannoneggiamenti e ai blocchi navali di un secolo fa.

Corea-Giappone e l’isola contesa

Al centro di molti scambi diplomatici è la squadra femminile pancoreana di hockey, esclusa dalla fase finale avendo subito già due sconfitte, entrambe per 8-0, nei due incontri iniziali con Svizzera e Svezia nel girone in cui è inserito anche il Giappone – che hanno incontrato oggi. Anche il Giappone ha subito due sconfitte nelle due gare iniziali, ed era quindi ugualmente già eliminato, ma l’incontro di oggi è stato senz’altro uno di quelli “caldi”: secoli di contrasti tra Corea e Giappone sono riiemersi in vista e in occasione dell’incontro, e la squadra pancoreana ha scoperto un nuovo e più profondo senso di unità nell’incontrare l’antico nemico.  Nell’incontro col Giappone, perso per 4 a 1, la squadra pancoreana ha segnato il suo primo goal olimpico. Non molto, ma insomma.

Qualche avvisaglia sul clima intorno a questo incontro c’era già stata: all’incontro di lunedì con la Svezia le cheerleaders del Nord hanno sventolato bandiere della Riunificazione contenenti anche l’isolotto di Dokdo (che i Giapponesi chiamano Takeshima), contesto tra Corea e Giappone. La stessa bandiera e uguali patches sulle divise si erano visti nel test-match reliminare con la Svezia prima dell’avvio dei Giochi, e ne era seguita la immediata protesta del Giappone. Le autorità sportive della Corea del Sud hanno subito fatto sapere che ai Giochi la bandiera della Riunificazione non avrebbe contenuto Dokdo, in ossequio al divieto di statement politici previsto dalle regole del CIO. I coreani del Nord però mostrano di infischiarsene, e sventolano.

Il governo giapponese ha nuovamente protestato, e al CIO è stato chiesto come intende sanzionare la cosa. Il CIO non farà proprio nulla, direi: le cheerleaders sono, almeno formalmente, dei privati cittadini nordcoreani che fanno il tifo, e non rappresentano il loro comitato olimpico né il loro governo (che però ha criticato ufficialmente la morbidezza di Seoul nell’accondiscendere alle richieste del CIO al riguardo). Nei sondaggi molti coreani del Sud si sono detti soddisfatti dell’iniziativa del Nord – alcuni media del Sud hanno parlato di “catarsi”, evidenziando come i coreani del Nord possono permettersi cose che loro, da organizzatori dei Giochi non possono permettersi; ma lasciando trapelare come, sotto sotto o forse neppure troppo sotto, pensino che i cugini del Nord hanno fatto bene.

Rinasce un senso di unità coreana

Nasce o rinasce e cresce, insomma, sottilmente ma chiaramente e decisamente, il senso dell’identità coreana che da millenni unisce Nord e Sud, pur nella divisione degli ultimi 70 anni, e si avvia persino un nuovo gioco “Poliziotto buono/poliziotto cattivo” – dopo quello giocato da Stati Uniti e Corea del Sud con la Corea del Nord –  in cui ora sono le due coree a giocare col Giappone. La presenza di un comune nemico è una forza che unisce, e anche il governo nordamericano inizia a peoccuparsi del riavvicinamento coreano, che potrebbe ampliare il dissenso antiamericano già da sempre presente anche in Corea del Sud.

Anzi, è di oggi una nuova polemica, tra Corea e CIO, in cui anche i media sudcoreani protestano con forza contro la decisione del CIO di proibire, in quanto possibile statement politico,  l’uso sul casco del portiere della squadra sudcoreana di hockey Matt Dalton (nato in Canada) dell’immagine dell’Ammiraglio Yi, l’eroe coreano che nel XVI secolo respinse la flotta giapponese; mentre ai portieri della squadra statunitense è stata permessa l’immagine della Statua della Libertà. Le Coree contro Giappone e Stati Uniti: per l’identità nazionale coreana si è trattato di uno strepitoso due piccioni con una fava.

Il Giappone, gli USA e le Coree

E ricordo anche che quando Shinzo Abe ha segnalato al Presidente Moon l’inopportunità per la Corea del Sud di rinviare le manovre militari congiunte con gli Stati Uniti fino alla fine dei Giochi olimpici e paralimpici il presidente coreano gli ha risposto sostanzialmente di farsi i fatti suoi, segnalando che si tratta di una questione di politica interna coreana: un chiaro messaggio a nuora perché suocera intenda, dato che anche gli Stati Uniti stanno mordendo sul freno e premono su Seoul, per il momento senza successo, di fronte all’inaspettato scoppio della pax olimpica tra l’alleato del Sud e l’odiato nemico del Nord.

Gli Stati Uniti, da parte loro, si sono trovati spiazzati fin dal discorso di Capodanno di Kim Jong-un, sull’apertura verso il Sud e la partecipazione del Nord ai Giochi, e hanno certamente perso davanti al mondo intero l’iniziativa politica da allora e fin qui.

La gaffe del vicepresidente Pence alla cerimonia inaugurale – si è presentato in ritardo al ricevimento offerto dal governo sudcoreano prima dell’apertura dei Giochi, allontanandosene pochi minuti dopo; non ha rivolto la parola né lo sguardo alla sorella di Kim Jong-un né al Capo dello Stato Nordcoreano; non si è alzato in piedi come tutti alla sfilata della delegazione congiunta di atleti coreani – non ha aiutato, ed ha anzi accelerato lo scambio di cortesie tra le due Coree: Kim Jong-un ha invitato Moon a Pyongyang “appena possibile”, e ha lodato il Presidente Moon (è rarissimo che i giornali del Nord si rivolgano a Moon col titolo di Presidente e ne pubblichino la foto) per la “impressionante” accoglienza riservata alla delegazione del Nord, auspicando che il processo di distensione non si arresti.

Medaglia d’oro per la pace?

Durante i Giochi si sono visti momenti di fratellanza tra gli atleti del Nord e del Sud, abilmente diffusi attraverso i media, così come il tifo entusiastico da ambo le parti in favore della squadra congiunta di hockey, così come la performance dell’Orchestra nordcoreana Samjiyon, che a Seoul ha avuto in scaletta più brani musicali del Sud che del Nord (e molti brani occidentali), mentre questa mattina il duo nordcoreano del pattinaggio artistico si è esibito e si è guadagnato il passaggio alla fase successiva sulle note dei Beatles. Il governo sudcoreano ha deliberato di eri di farsi carico di tutti i costi (circa 2.6 milioni di dollari americani) della partecipazione ai Giochi della delegazione del Nord – nessun trasferimento di denaro al Nord, in ossequio formale alle sanzioni; ma sostanzialmente una, diciamo, “eccezione” alle stesse.

Un giornalista ha chiesto giorni fa al presidente del Comitato Olimpico nordcoreano cosa pensava dell’idea di qualcuno di conferire alla squadra mista di hockey il Nobel per la pace; la risposta è stata “sarebbe una buona idea”. Si è trattato di una boutade, evidentemente. L’allora  presidente sudcoreano Kim Dae-jung già ottene il Nobel nel 2000 per la sua Sunshine Policy,  la politica di apertura verso il Nord, che portò poi a due summit con Kim Jong-il (padre dell’attuale leader del Nord); ma si trattò di un processo molto più consolidato, e comunque il Nobel fu assegnato solo al Presidente del sud: un premio alla squadra mista oggi sarebbe sostanzialmente un Nobel per la Pace a Kim Jong-un, e questo mi pare al momento – come dire – poco probabile.

Kim offre pace (anche) per portare un avanti il suo programma nucleare diminuendo il rischio di un attacco militare; Moon affronta o meglio rinvia un dilemma gravissimo, rinviando per ora ogni decisione in cambio di una finestra di distensione. Senza esagerare, mi pare comunque che Pyongyang e Seoul giochino entrambe, per motivi parzialmente diversi, la carta della pace, un po’ credendoci e un po’ no.

Possibile un incontro tra gli USA e Kim

Per tentare di riprendere in mano almeno in parte l’iniziativa politica l’Amministrazione Trump ha dovuto piegarsi un poco, e recedere da uno dei suoi punti fermi della politica relativa alla Corea: Pence ha alfine dichiarato che gli Stati Uniti sono pronti, pur mantenendo la massima pressione su Pyongyang, a incontrarne i vertici per colloqui sulla questione nucleare (la posizione rigida precedente era che non vi sarebbero stati colloqui se il nord non avesse interrotto prima lo sviluppo del programma nucleare). Anche il Segretario di Stato Max Tillerson ha espresso in una dichiarazione pubblica questa nuova policy di Washington. Almeno per il momento insomma, almeno a livello tattico, il Davide con gli occhi a mandorla è risucito a mollare una bella serie di calci negli stinchi al Golia a stelle e strisce.

Ovviamente tutto rimane incerto, per dopo i Giochi: ieri il direttore dell’intelligence nordamericana Dan Coats ha dichiarato in una audizione avanti alla Commisisone intelligence del Senato degli Stati Uniti che il tempo della decisione sta stringendosi rapidamente. E il direttore della Cia nella stessa audizione ha confermato che probabilmente la Corea del Nord effettuerà (almeno) un altro test missilistico e/o un’esplosione nucleare atmosferica nel corso del 2018.

Ma certo un’azione militare mi pare  poco probabile, se il clima tra Seoul e Pyongyang resterà quello che stiamo vedendo. Le manovre militari si faranno, ma le immagino meno espansive e più connotate in chiave difensiva; ci saranno voci alte da ambo le parti (Pyongyang e Washington) ma il disgelo tra Nord e Sud dovrebbe proseguire, salvo imprevisti, con la visita del Presidente Moon a Pyongyang. Nuovi test missilistici e/o nucleari potrebbero rallentare o interrompere il processo, staremo a vedere come evolve questo esercizio pericoloso e sottile tra le  due Coree, gli Stati Uniti, il Giappone, e la Cina e la Russia finora silenti, ma che non mahceranno di entrare in gioco quando lo riterranno opportuno.

Non è certo né probabile, ma a questo punto non escludiamo un ritorno a Pyongchang di Kim Yo-jong, la gentile e sorridente sorella di Kim Jong-un, per la cerimonia di chiusura dei Giochi, visto che vi sarà presente anche Ivanka Trump. Una figlia e una sorella, due ragazze alle Olimpiadi che potrebbero forse scambiarsi uno storico saluto.