Francesco Cavallini

Nel calderone delle notizie scaturite dagli adesivi antisemiti attaccati in curva Sud dai tifosi della Lazio, Arpad Weisz è stato nominato solo per una strana curiosità, dato che la curva del Bologna che ospiterà i laziali è intitolata proprio a lui, ungherese, ma soprattutto ebreo. Quella che non è stato sottolineata quando sarebbe stato lecito attendersi è la storia di Weisz, allenatore capace di vincere tre Scudetti, uno con l’Inter e due con il Bologna. Una storia che finisce nel posto peggiore: in un campo di sterminio nazista. E che vale la pena di far conoscere.

Alfiere del calcio mitteleuropeo

Arpad Weisz nasce a Solt, che oggi è Ungheria, ma all’epoca era Impero-Austrungarico. Eppure quando mette piede in Italia, nel primo dopoguerra, non è più un imperial-regio cittadino, ma semplicemente un magiaro. Uno di quelli che mastica di calcio. Che si è abbeverato alla cultura dei caffè, ma soprattutto al football mitteleuropeo, quello che da lì a qualche anno darà vita al leggendario Wunderteam, la nazionale austriaca. Weisz viene in Italia per giocare e veste le maglie di Alessandria e Inter, che all’epoca, non potendosi chiamare con il suo nome, passa alla storia con un milanesissimo Ambrosiana.

Dagli Scudetti ai campi di sterminio

Ma il magiaro non dà il suo meglio sul campo. Piuttosto, si afferma come genio della panchina. Il suo calcio leggiadro, quasi come un valzer sulle rive del bel Danubio, incanta prima i tifosi nerazzurri, a cui regala lo Scudetto 1929/30, il primo assegnato con la formula del girone unico. Poi il suo girovagare lo porta a Bari, a Novara ed infine a Bologna. Lì, sotto l’amorevole guida di Renato Dall’Ara, Weisz plasma i rossoblù a sua immagine e somiglianza, proseguendo il lavoro di Hermann Felsner, che un tempo era stato suo connazionale.

Quel Bologna fa tremare il mondo e riempie la bacheca societaria, quattro scudetti e la prestigiosa coppa dell’Esposizione Universale, primo trofeo internazionale che vede la partecipazione dei “maestri” inglesi, vinta nel 1937 proprio contro il Chelsea. Ma di quei quattro scudetti, solo due restano nel palmares di Weisz, che nel 1938 è costretto a lasciare il lavoro e a fuggire dall’Italia. Le leggi razziali rendono lui, ebreo, indesiderato. Si rifugia in Francia, poi in Olanda. Ed è lì che la follia nazista lo raggiunge. Viene arrestato e deportato con la sua famiglia ad Auschwitz. Moglie e figli sono subito uccisi, mentre Weisz resiste fino al 1944, quando termina i suoi giorni in una camera a gas.

La memoria riscoperta e la curva Weisz

Nonostante questa tragedia, la sua memoria viene riscoperta solo nel terzo millennio, grazie ad un certosino lavoro di ricostruzione di Matteo Marani. E a rendergli omaggio per primo è il suo Bologna, che gli dedica la curva dello stadio Dall’Ara a cui fa ombra il Santuario della Madonna di San Luca. Un piccolo pegno, per chi ha pagato con la morte davanti al totalitarismo. Ma il giusto ricordo di un gigante del calcio europeo, a lungo dimenticato, ma che ancora oggi ha tanto da insegnarci. In tutti i sensi.