Redazione

Benfica-Manchester United è senza dubbio una delle grandi classiche del calcio europeo, che nella terza giornata di Champions League regala alle due squadre la Decima. Nove volte infatti portoghesi e inglesi si sono incrociati, sempre in Coppa dei Campioni, partendo dai quarti di finale dell’edizione 1965/66 allo scontro nei gironi nel 2011. Ma nessuna delle due tifoserie potrà mai scordare, nel bene e nel male, la sera del 29 maggio 1968. Sul prato verde di Wembley, lo United di Matt Busby sfida il Benfica di Otto Gloria. In palio c’è la Coppa dalle grandi orecchie. Che per entrambe le squadre significa molto di più di quanto ci si possa immaginare…

Lo United rinasce sulle macerie di Monaco di Baviera

Dieci anni dopo, i resti del volo 609 ancora fumano. Le ferite bruciano, la testa tenta di non pensarci troppo, ma alla fine il ricordo va sempre lì. A Duncan e a tutti gli altri, morti su una pista di decollo che è diventata un inferno, in una triste sera di febbraio. E Matt Busby non ha dimenticato, come potrebbe? Rivede come in un film i volti dei suoi ragazzi e pensa che in fondo è colpa sua se ora non ci sono più. Quasi tutti, perchè due dei calciatori dello United che scende in campo a Wembley erano con lui su quell’aereo. Bill Foulkes e Bobby Charlton. Già, il Pallone d’Oro 1966, colui che più di tutti ha contribuito a regalare all’Inghilterra la Coppa Rimet. E che a Wembley vuole pagare il debito che ha con il calcio da quegli istanti a Monaco di Baviera. Con lui sono cresciuti altri Babes; c’è Denis Law, the King, arrivato dalla Scozia. C’è George Best, El Beatle, direttamente da Belfast. E in squadra ci sono anche due stranieri, irlandesi per la precisione. Manca un gallese, ma il 29 maggio 1968 per Benfica-Manchester United il Regno Unito è più unito che mai.

Il Benfica vuole sfatare la maledizione di Bela Guttman

In quello stadio stracolmo (e dal tifo a senso quasi unico), il Benfica invece vede le streghe. Vede il volto sorridente e un po’ guascone di Bela Guttman, l’ungherese artefice delle due Coppe dei Campioni della squadra portoghese. Che non è più sulla panchina delle Aquile dal 1962, dalla vittoria contro il Real di Di Stefano e Puskas. Problemi di soldi e attriti con la società, un rapporto splendido terminato con un anatema che passa alla storia. Per i prossimi cento anni, il Benfica non sarà mai più campione d’Europa. La chiamano la Maledizione di Bela Guttman, ma fino a quella sera di Wembley può, più o meno, essere derubricata a una serie di coincidenze. La prima delle quali avviene proprio sotto le torri dello stadio di Sua Maestà, contro il Milan di Rocco. La seconda è a San Siro, avversaria l’Inter di Herrera. La prova definitiva lo potrebbe offrire questo Benfica-Manchester United…

Match equilibrato, ma poi si sveglia Best

Più di qualcuno di fede portoghese comincia infatti a mormorare sugli spalti quando Eusebio, la Pantera Nera, colpisce la traversa con Stepney fuori causa. Che non sia una bella serata per il Benfica lo conferma la rete di Bobby Charlton, che fa esplodere di gioia Wembley con un preciso colpo di testa. Ci vogliono due grandi interventi di José Henrique per mantenere l’1-0 fino al minuto 79, quando Graça sfrutta la torre di un compagno e pareggia. Si va ai supplementari. Peccato per i le Aquile che all’inizio dell’overtime si risvegli Best, fino a quel momento tramortito dalla feroce marcatura dei portoghesi, che non avevano fatto mancare le loro attenzioni alla stella dei Red Devils. I quali, per la cronaca, per l’occasione indossano una maglia blu.

Il numero sette manda al bar (e c’è della triste ironia) mezza difesa avversaria e deposita nella porta sguarnita. Per il Benfica è la fine. Arriveranno altre due reti in pochi minuti. La prima di Kidd, la seconda ancora di Charlton. Benfica-Manchester United finisce 1-4 per gli inglesi. Al fischio finale tutti e ventidue gli uomini in campo sono in lacrime. Piangono i giocatori dello United, che dopo l’inferno di Monaco di Baviera hanno raggiunto il paradiso. E piangono quelli del Benfica, che credono sia l’ultima occasione di infrangere la maledizione. Purtroppo per loro, non sanno certo cosa li aspetta nei cinquant’anni successivi. Perchè se la finale di Europa League 2014, persa a Torino ai rigori contro il Siviglia, è la sconfitta numero otto in una finale continentale, viene da pensare che in fondo Guttman ci avesse visto lungo…