Francesco Cavallini

A ben vedere, le premesse c’erano tutte. Una nazione particolare, a tratti improbabile, tenuta su per miracolo dal carisma (e dalle repressioni) di un leader controverso e brutale, ma dannatamente efficace. Già alla morte di Tito il pericolo di una frammentazione della Jugoslavia, coacervo forzato ed innaturale di tutti gli Slavi del sud, era nell’aria. Ma il collasso dei regimi comunisti a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta non avrà in nessuna parte dell’Europa dell’est conseguenze disastrose come nei Balcani. E dal caos non rimane immune lo sport, da sempre sintesi e cartina tornasole degli umori di una società.

Maggio 1990, momento cruciale della storia della nazione balcanica. Nella Repubblica di Croazia, membro della Federazione sovrannazionale fondata da Tito, si sono appena tenute le prime elezioni libere per il Parlamento, ormai fuori dal controllo del Partito Comunista Jugoslavo. A vincerle sono gli indipendentisti, che hanno tutta l’intenzione di appellarsi alla Costituzione per secedere dalla Jugoslavia. I serbi di Croazia, che sono il 12% ma che controllano buona parte dell’apparato statale, non la prendono bene e cominciano una politica repressiva nei confronti del nazionalismo croato. A questa situazione già incandescente si aggiunge il tredici maggio l’attesissimo scontro tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa Belgrado. I padroni di casa si affidano ovviamente al nucleo croato della squadra e alle due stelle indiscusse, Zvonimir Boban e Davor Šuker. Gli ospiti sono una vera e propria corazzata, che vincerà il campionato con un ampio vantaggio sulla Dinamo. Dalla metà campo in poi, la Stella Rossa sembra uscita dalle selezioni per un improbabile All Star Game jugoslavo, schierando Jugović (serbo), Prosinečki (croato), Savićević (montenegrino), Stojković (serbo anche lui) e Pančev (macedone). In pratica, la nazionale.

Lo Stadio Maksimir di Zagabria (ph. presa da Wikipedia)

Ma questo match, così atteso e ricco di significati non si giocherà mai. Il giorno prima della partita arrivano a Zagabria almeno tremila Delijegli eroi, gli ultras della Stella Rossa. All’epoca sono guidati da Željko Ražnatović, che il mondo imparerà presto tristemente a conoscere con il tetro soprannome che adotterà in tempo di guerra, la Tigre Arkan. I serbi mettono a ferro e fuoco la città, con l’acquiescenza della polizia, perlopiù composta da serbi di Croazia. Il giorno dopo i Bad Blue Boys, la più importante firm della Dinamo, attendono i colleghi serbi allo stadio Maksimir. I tifosi venuti da Belgrado, partendo dal proprio settore, cominciano a inveire contro gli avversari con slogan politici e a staccare cartelloni e seggiolini. Anche questa volta le forze dell’ordine lasciano fare, anzi, caricano i supporter della squadra di casa che tentano di venire a contatto con i rivali. Ne scaturisce una invasione di campo collettiva, che trasforma il manto erboso dello stadio di Zagabria in un vero e proprio campo di battaglia.

In tutto ciò, la partita non è ancora iniziata ed i calciatori che si preparavano alla sfida vengono coinvolti negli scontri. I giocatori della Stella Rossa riescono a rifugiarsi negli spogliatoi, mentre alcuni di quelli della Dinamo restano feriti nella confusione. Ma l’evento che rimane nella memoria collettiva sfugge ai più e viene visto e rivisto, è proprio il caso di dirlo, alla moviola. Un tifoso croato è a terra e viene manganellato da un agente di polizia nonostante non sia più in grado di difendersi. A prendere le sue parti è il capitano della Dinamo, Zvonimir Boban, che abbandona per un attimo il suo football fatto di tecnica e magia per trasformarsi in mediano senza fronzoli. Si pone davanti al poliziotto e lo insulta, ricevendo in cambio una manganellata. La reazione del diciannovenne croato è da rosso diretto. Il calcio volante che Boban rifila all’agente è puntualmente inserito tra i momenti più importanti del processo di disgregazione della Jugoslavia e ancora oggi è fonte di polemiche tra serbi e croati. Interessante che la vittima del poco ortodosso intervento di Zvone fosse addirittura un bosniaco musulmano, che anni dopo ha perdonato il futuro numero 10 del Milan.

In una nazione fuori controllo, i fatti di Zagabria scatenano ulteriormente il livore nazionalista. Per i suoi compatrioti Boban è il novello Pietro Casimiro, il Re Soldato. Per i serbi è un traditore che merita la pena di morte. La Federazione lo punisce con nove mesi di squalifica, che gli costeranno la presenza a Italia ’90. Nonostante le tensioni interne, la Nazionale parte comunque per il Bel Paese, disputando un buon Campionato Mondiale. Guidata dalle magie di Stojković (che un anno dopo illuminerà per un anno il Bentegodi con la maglia del Verona), la Jugoslavia arriva ai quarti di finale, prima di essere eliminata dall’Argentina di Maradona. Eppure in patria pochi seguono con particolare interesse le imprese dei ragazzi di Osim. La situazione è molto vicina al punto di rottura.

E la fiamma dell’odio etnico si propaga anche al basket, rovinando indelebilmente quello che probabilmente è il momento più alto del movimento sportivo jugoslavo. Siamo sempre nel 1990, stavolta in pieno agosto, ed i balcanici hanno appena compiuto un’impresa senza precedenti. Nel Campionato Mondiale che si sta disputando in Argentina, i Plavi, che nel calcio sono considerato il Brasile d’Europa, si trasformano improvvisamente nel Dream Team del Vecchio continente battendo prima gli stessi Stati Uniti di Chris Laettner e Alonzo Mourning in semifinale e poi asfaltando la favoritissima Unione Sovietica nella finale di Buenos Aires. Sorpresa, ma fino ad un certo punto. Vero, all’URSS manca Arvydas Sabonis, il Principe del Baltico, alle prese con i primi problemi fisici che gli renderanno la carriera un inferno. Ma non è quello il punto. Anche con il lituano in campo, i sovietici avrebbero comunque perso.

La Jugoslavia è infatti in quel momento la squadra più forte del mondo, professionisti NBA americani esclusi. Forse. Il roster che Dušan Ivković porta in Sudamerica fa spavento. C’è Željko Obradović, che prima di diventare l’allenatore più vincente del basket europeo è la stella del Partizan Belgrado. Quella della Jugoplastika Spalato si chiama Toni Kukoč, che all’epoca non fa ancora il sesto uomo dei Bulls, ma è già il letale tiratore che anche a Treviso ricordano bene. E poi ci sono due gemelli diversi, due fratelli separati alla nascita, in tutti i sensi. Vlade Divac e Dražen Petrović. Quello alto e quello basso, il centro e la guardia. E si può andare avanti a contrapposizioni per ore. L’uomo squadra ed il solista, i Lakers contro i Blazers. Ma soprattutto il serbo ed il croato, l’ortodosso ed il cattolico. Ci sarebbero i presupposti per un cocktail esplosivo, ma i due si adorano. Si cercano, in campo e fuori. Quando Petrović ha difficoltà di ambientamento a Portland, ad aiutarlo è Divac. Il loro legame pare indissolubile e assieme hanno appena scritto la storia del basket.

Vlade Divac e Dražen Petrović (ph. presa da Wikipedia)

Eppure è proprio la Storia, quella con la S maiuscola, a disintegrare un rapporto che trascende la semplice amicizia. L’arbitro fischia la fine della partita e dalle tribune i primi tifosi jugoslavi invadono il parquet. Uno di loro ha in mano una bandiera croata e Divac se ne accorge. Strattona il tifoso e gli strappa di mano la bandiera, prima di andare a festeggiare con gli altri sventolando il vessillo della Jugoslavia unita. Che unita ci rimarrà comunque per poco. Il gesto di Divac viene ovviamente accolto in maniera diametralmente opposta dalle parti in conflitto. Il centro dei Lakers diventa immediatamente un eroe nazionale in Serbia e il nemico pubblico numero uno in Croazia. Tornato in California, Vlade potrebbe anche disinteressarsi (anche se non lo farebbe mai) della situazione in patria. Ma qualcosa lo cruccia. Dalla sera della finale, Petrović non è più lo stesso.

Prima si fa negare, poi, d’improvviso, taglia i ponti. Divac cerca in tutti i modi di contattarlo. Vuole spiegare al suo amico che quel gesto impulsivo era stato un tentativo di evitare che la politica entrasse anche nella nazionale di basket, dopo aver già mandato in frantumi il calcio. Ma è già accaduto. Dražen è irremovibile, non risponderà mai alle migliaia di chiamate di Vlade. Nel 1991 passa ai New Jersey Nets e l’estate successiva, mentre nei Balcani infuria la guerra tra quelli che una volta erano fratelli (titolo di uno splendido documentario prodotto da ESPN sulla tragica fine dell’amicizia tra Divac e Petrović), guida la neonata Croazia a sfidare il Dream Team per l’oro alle Olimpiadi di Barcellona. Forse la fine del conflitto avrebbe potuto riavvicinare i due ex-amici, ma purtroppo non potremo mai saperlo, perchè nel 1993 un incidente stradale spegne improvvisamente e per sempre la stella del Mozart dei canestri croato.

La tomba di Dražen Petrović (ph. presa da Wikipedia)

Tornando alla storia, la situazione politica collassa totalmente nel giugno 1991. La Slovenia e la Croazia dichiarano la propria indipendenza e vengono invase dall’esercito Jugoslavo, che ormai rappresenta solo i serbi. Lubiana ottiene subito pace e libertà, mentre Belgrado e Zagabria iniziano una lunga e sanguinosa guerra che coinvolgerà anche la Bosnia, che alla fine risulterà la zona più martoriata dal conflitto. Le conseguenze sportive della disgregazione sono disastrose. Gli atleti croati e sloveni (come Petrović) abbandonano le varie nazionali e anche la splendida generazione calcistica a cavallo tra anni Ottanta e Novanta paga abbondantemente il prezzo di questa tragedia. I ragazzi che si sono già qualificati per Euro 1992 non andranno mai in Svezia, perchè l’UEFA esclude tutte le federazioni della ormai ex-Jugoslavia dalla competizione. Molti loro colleghi moriranno nei combattimenti e nei bombardamenti, o saranno costretti a fuggire dai Balcani alla ricerca della pace e di una vita più serena.

Dalle ceneri dello sport jugoslavo nasceranno ancora grandi atleti e ottime squadre, ma le enormi potenzialità dimostrate dagli Slavi del Sud sotto un’unica bandiera non verranno mai realizzate a pieno. Nella storia sportiva restano piccoli grandi gesti, il calcio di Boban e la reazione di Divac, a simboleggiare l’impatto devastante di un conflitto così cruento su un mondo che spesso viene considerato ovattato e distante dai problemi reali. E restano, per fortuna, i volti di chi è sopravvissuto, di chi sotto le bombe e i colpi dei cecchini è cresciuto e ha comunque iniziato a tirare calci ad un pallone, a schiacciare sotto rete o a tirare dall’arco dei sei e settantacinque. Quell’eredità, non importa sotto quale bandiera, non verrà mai persa. Lo sport non ferma più le guerre e le tragedie, come accadeva nell’Antica Grecia. Nè permette di dimenticarle. Ma sa offrire speranza e conforto. Nel suo piccolo e nelle sue limitate possibilità, è una cura. E non sa dividere, ma solamente unire. Nonostante la triste esperienza della Jugoslavia tenti in ogni maniera di dimostrare il contrario.