Francesco Cavallini

Se Dio avesse voluto che giocassimo a calcio fra le nuvole avrebbe messo l’erba lassù. E c’è da sperare che lassù un po’ d’erba ci sia, neanche troppa, ma quanto basta per metterci due porte e disegnare le linee del campo. Anche storte, fatte a casaccio, che a te andrebbero bene anche così. L’importante è che il pallone possa rotolare, che si possa dare due calci e che il terreno, nonostante la location suggerisca il contrario, non si bagni troppo. Lo so che li odiavi i campi pesanti, più o meno quanto odiavi la Football Association e per lo STESSO.IDENTICO.MOTIVO.

C’è un’ondata di freddo mai vista? Non c’è problema, rinviamo mezzo campionato. Però no, voi a Sunderland potete anche giocare, al Roker Park il terreno è praticabile. Per una partita ad hockey, forse, ma chi siamo noi per giudicare? Giochiamo. E quando si gioca si dà tutto, fino all’ultimo istante. E non importa se quella palla la prenderà il portiere, tu sei pagato per corrergli appresso e fare in modo che, se proprio dovesse arrivarci, debba sentire sulla schiena ancora più brividi di quanto non stia già facendo. La gente paga il biglietto per uno spettacolo, per delle emozioni, tu sei lì per farli gridare.

Però gridi tu, perchè il portiere ci arriva e tu non ti fermi. Scivoli, scivoli, scivoli e qualcosa fa crac. È il ginocchio. Sono il mediale ed il crociato del ginocchio sinistro, roba che adesso con sei mesi di stop sei come nuovo. Ma è il 1962, la ricostruzione del legamento è un’utopia quanto la macchina del tempo e i sei mesi diventano un anno. E mezzo. Nel frattempo l’anno dopo il tuo Sunderland va in First Division, perchè ok i tuoi 24 gol in altrettante partite, ma la squadra è forte. E a calcio si gioca in undici. Segnatela questa, che può esserti utile. Ritorni in campo. Tre partite nella massima serie e un gol, neanche uno score malvagio. Ma lo senti, il ginocchio è andato. E con lui la carriera e i sogni di gloria. R.I.P. Brian Clough, attaccante (1955-1964).

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Brian Clough in campo

È brutto guardare il mondo da una panchina. Questo pensavi tanti anni fa, quando su quelle assi di legno eri costretto a starci perchè il tuo ginocchio sembrava un melone. Però sai, c’è modo e modo di essere grandi. I migliori soldati non sono mai stati grandi generali? Forse, ma per ogni regola esiste un’eccezione. È vero, sapere come si fa qualcosa non è garanzia di saperlo spiegare, ma due teste sono meglio di una. Se poi l’altra è quella di Peter Taylor, uno che oggi chiameremmo scherzosamente Transfermarkt, giochi sul velluto. La vetrina e la merce, il poliziotto cattivo e quello buono, il motivatore e l’allenatore. È stato difficile per tre decenni scindere i meriti. E la carriera solista, beh, quella lasciamola stare. Meglio ripensare agli abbracci, alle gioie condivise.

Il Derby County? E chi lo aveva mai sentito nominare prima del 1967? CAM-PIO-NI D’IN-GHIL-TER-RA, bisogna scandirlo bene per crederci almeno un po’. Quattro squadre in un punto, un finale mai visto. Nel senso che non l’avete visto neanche voi, nel 1972 alle Scilly e a Maiorca mica c’era la TV satellitare. Basta una telefonata. Il Leeds ha perso, il Liverpool ha pareggiato. Com’era, scusa? CAM-PIO-NI D’IN-GHIL-TER-RA? Suona bene, eh? E non basta. C’è di più. C’è una semifinale di Coppa dei Campioni. No, anche sulla Juventus meglio soprassedere, probabile che lassù le parolacce non siano ben accette. E quindi non è il caso di nominare neanche la dirigenza del Derby. Lo sapete chi sono io? Brian Clough. E questa squadra l’ho costruita io. Chi ha scoperto Roy McFarland? Chi ha cresciuto Archie Gemmill e John McGovern? Chi ha portato qui Dave Mackay? Ecco, un altro buono quello lì, campione con il tuo Derby mentre tu eri appena arrivato a Nottingham.

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Brian Clough e Peter Taylor al Derby County

Il Leeds è una parentesi, forse anche con troppa letteratura al riguardo. Tutto si risolve in una semplice quanto complicata dicotomia. A te non piaceva Don e a Don tu non andavi a genio. E quindi quale idea migliore di sostituirlo a capo della sua strampalata “famiglia”? Certo, anche rinfacciare ai calciatori che tutte le medaglie ottenute fino a quel momento erano da buttare, beh, grande atto di diplomazia. Ma hai bisogno della diplomazia quando sei Brian Clough? No, dici quello che ti passa per la testa, in ogni istante. E pazienza se ci sono altri dirigenti che pensano di saperla lunga, di capire meglio di tutti come si gestisce una squadra. A calcio si gioca in undici e se questa dozzina scarsa di persone non è disposta a schiantarsi contro un muro per te, beh, c’è ben poco da fare. Tenetevi Elland Road, Don, i dossier e tutta quella roba lì. Il destino è altrove.

Sul fiume Trent, che divide il campo del Nottingham Forest da quello del Notts County, una squadra così gloriosa da essere stata fondata addirittura prima della FA stessa. Campionati vinti? Zero. Il Forest? Beh, uno ce l’ha. E anche due Coppe dei Campioni e una Supercoppa UEFA, a voler essere precisi. Il merito? Due parole, Brian Clough. No, quattro, Peter Taylor. O forse di più? Peter Shilton, magari? No, anche andando così si fa torto a troppi. Robbo, Archie, Viv, gente che a vederla mai penseresti possa aver alzato due volte la Coppa dalle grandi orecchie. E invece sul tetto d’Europa ci siete arrivati tutti insieme, con un calcio magari non scintillante ma efficace, con un gruppo scalcinato ma dalle dinamiche perfette. Come funziona? Se qualcuno aveva da ridire su qualcosa se ne discuteva per una ventina di minuti. E alla fine si decide che avevi ragione tu. 

Perchè eri cocciuto e non sentivi ragioni. È un pregio, ma anche un difetto, sul campo e fuori. E con persone così è complicato convivere. Peter lo ripeteva spesso, ma non lo avevi capito. Non finchè lui non se n’è andato. Al Derby. Portandosi dietro Archie. Doppio tradimento, inconcepibile ed imperdonabile. Eppure chissà quanto ci hai pensato quando Peter se n’è andato davvero. Senza un saluto, senza un abbraccio, senza potersi parlare un’ultima volta di calcio e di vita. Una ferita troppo profonda, che solo l’alcol ha saputo lenire. Ma chi ci pensa al campo quando la testa sta al pub? Il vecchio Forest arranca, non è più quello di fine anni Settanta. E neanche tu. L’ultimo triplice fischio della tua carriera sancisce la retrocessione. Non si può continuare. Non così. R.I.P. Brian Clough, allenatore (1965-1993).

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Trevor Francis, Brian Clough e John Robertson

Venti settembre? Suona familiare, sì. Ma non rientra nel computo. Perchè se è vero che non muore mai chi resta nel cuore di chi gli è accanto, il Brian Clough uomo è destinato a vivere per sempre. Per l’amore per il calcio, in qualsiasi forma. Per i sogni che ha regalato ai tifosi di mezzo mondo. Per quelle tante perle di saggezza che ancora oggi vengono citate ovunque. E finchè ci sarà un giovane allenatore che dirà “non sono il miglior tecnico del mondo, ma di certo sono nella Top 1”, beh, sapremo che lo spirito di Brian Clough è ancora tra noi. Eterno, come la città di Roma. Che non è stata costruita in un giorno, ma del resto non eri mica tu ad occupartene…