Francesco Cavallini

A volte l’impressione è che ci voglia davvero poco a diventare un mito del pallone. Basta una vita sregolata, qualche dichiarazione di troppo o, al momento, un account social particolarmente attivo, e il gioco è fatto. E il calcio? La tecnica? La capacità di emozionare le folle? Sembrano optional. Siamo pieni di mezzi calciatori che diventano stelle e a volte non sanno neanche loro perchè. Ma per fortuna ci sono le eccezioni. Quelli che a una vita privata fatta di stranezze o di eccessi uniscono una classe immensa, capace di affascinare i tifosi anche (e soprattutto) in campo. Quelli, per intenderci, alla George Best. O, per restare a una leggenda della serie A degli anni Novanta, alla Tino Asprilla.

Tino Asprilla, velenoso come un Cobra

Che sarebbe semplice derubricare a quello delle pistole del bagagliaio, o che ha posato nudo per una rivista. Ma andatelo a dire ai tifosi del Parma, l’unico grande amore tricolore del colombiano. Al Tardini, in quel Parma capace di far tremare l’Europa, assieme a Zola, a Melli, a Sensini e poi a Buffon, Cannavaro e Crespo, Tino è l’idolo incontrastato, con quell’andatura strana a cui non daresti un minimo di fiducia ma che nasconde un attaccante letale. Come un Cobra, che del resto è pur sempre il suo soprannome. Meglio non lasciargli troppo spazio, perchè Asprilla nel piede destro ha la dinamite. Lo scopre, suo malgrando, il Milan degli Invincibili, la cui striscia positiva di 58 partite utili consecutive (che è ancora record della nostra Serie A) finisce nel 1993 con una punizione al veleno che zittisce San Siro. Seba Rossi probabilmente è ancora fermo a guardare l’incrocio dei pali e a chiedersi come il pallone sia finito lì.

A volte al centro di strane situazioni…

Certo, le situazioni particolari non mancano, come quando, giusto prima della finale di Coppa delle Coppe contro l’Anversa, Tino torna dalla Colombia con un taglio alla gamba. Come se l’è fatto? Chi lo sa? La sua versione è che si è tagliato in piscina. Le voci dal Sudamerica dicono altro; liti, finestrini spaccati e chissà c0s’altro ancora. Scala, che è uomo ragionevole, ma molto attento agli equilibri (testimone ne sia il suo classico 5-3-2) la finale non gliela fa giocare. Eppure l’ha portato lui in Italia, dal Nacional de Medellin. All’inizio pareva anche essersene pentito, ma il campo, come sempre, gli ha dato ragione. La bacheca del Parma è lì a testimoniarlo: le quattro coppe europee dei crociati (due coppe UEFA, una Coppa Coppe e una Supercoppa) portano tutte anche la firma del Cobra. Perchè è soprattutto per quello, non per la vita privata, che Asprilla va giudicato (e amato): per ciò che ha saputo fare sul rettangolo di gioco.

…ma in campo sempre letale

Rettangolo che parla di due esperienze a Parma, con oltre cento presenze e una trentina di reti. Molte realizzate con quel destro al fulmicotone, altre grazie a un dribbling forse sgraziato, ma maledettamente efficace, altre ancora figlie di colpi di genio che solo a Tino sarebbero potuti venire in mente. Come quando contro la Lazio manda al bar con una finta l’estremo difensore biancoceleste, ma un rimpallo su un avversario gli fa sfuggire la sfera. E che problema c’è? Rovesciata, gol e immancabile capriola. Ecco, quello forse è l’unico momento della carriera strettamente calcistica di Asprilla in cui può essere scherzosamente definito un cattivo modello. Perchè chissà quanti bambini, a Parma e dintorni, si saranno accartocciati sul terreno nel maldestro tentativo di imitare il proprio idolo dopo aver segnato un gol. Ma per il resto, nonostante la fama di atleta non proprio ligio alle regole, mai un battibecco, mai una rissa o un barlume di follia in campo.

Oggi Asprilla punta in alto

E cosa fa oggi il Cobra Asprilla, alla (sportivamente parlando!) veneranda età di quarantotto anni? È tornato nella sua Colombia, dove si occupa di scuole calcio per i bambini, con il sogno di sfondare in politica, magari come George Weah, che Tino ha incrociato sui campi della Serie A nella sua seconda esperienza al Tardini. Non gli è passata la passione per la bella vita e soprattutto quella per le belle donne, che l’ha contraddistinto anche quando scendeva in campo. Ogni tanto arriva in Italia l’eco di qualche sua marachella, che altro non fa che rinverdire la memoria di un calciatore per certi versi unico, che ha lasciato un segno importante nel nostro calcio quando il campionato italiano era il più bello del mondo e pieno zeppo di campioni. Ma, per quanto personaggio dalla naturale simpatia, noi preferiamo ricordarlo per la tecnica, per quel destro velenoso e per quelle capriole un po’ sgraziate. Perchè Tino Asprilla è legenda, in campo e fuori. Ma con gli scarpini ai piedi, lo è un po’ di più.