Francesco Cavallini

Il 25 dicembre 1991 non è un Natale come tutti gli altri a Mosca. Anzi, in realtà non è neanche Natale, dato che gli ortodossi festeggeranno il 7 gennaio successivo. Ma non più come cittadini dell’Unione Sovietica. Mikhail Gorbacev si è appena dimesso da presidente dell’unione e ha annunciato che il 31 dicembre la bandiera rossa sarà ammainata dal Cremlino. È la fine di un’era, Ma non solo dal punto di vista geopolitico. Con la fine dell’URSS crolla anche tutto il sistema sportivo che a partire dagli anni Cinquanta si è distinto per la produzione continua (forse, viste le tante accuse nel corso dei decenni, è il termine esatto) di atleti di livello mondiale.

Sergej Bubka, ucraino con la scritta CCCP

Non è un Natale come tutti gli altri neanche in casa Bubka. Sergej è, molto semplicemente, il miglior atleta del mondo, indipendentemente dallo sport praticato. Nessuno è mai volato in alto come lui, record su record nel salto con l’asta, sempre con su quella canotta rossa con scritto CCCP. Ma non la potrà più indossare, anche perché la sua Ucraina ha appena terminato lo spoglio delle schede del referendum più importante della sua storia. Secessione dall’Unione che sta morendo e creazione di un nuovo Stato. E Bubka non può più essere sovietico. La sua Luhans’k è vicina, molto vicina al confine russo. Ma Sergej, come la stragrande maggioranza dei suoi compatrioti, si è sempre sentito più ucraino che russo. Però una domanda Bubka se la pone. E con lui tutti gli atleti che si stanno preparando per il 1992. Con le Olimpiadi, come si fa?

La Squadra Unificata salva le Olimpiadi 1992

Ottimo quesito, perché di tempo materiale per organizzare i nuovi comitati olimpici, fare selezioni e qualificarsi non ce n’è. Possibile privare i Giochi Olimpici della presenza degli atleti ex sovietici? A parte la gioia delle altre rappresentative, che vedrebbero di fatto eliminato il più forte concorrente per le medaglie in quasi tutte le discipline, da un punto di vista sportivo le olimpiadi invernali di Albertville e soprattutto quelle estive di Barcellona rischiano di diventare un vero e proprio disastro. E quindi è ora di un compromesso. Che non soddisfa nessuno, ma che è l’unico modo di partecipare all’evento dell’anno. Squadra Unificata. Che vuol dire tutto e non vuol dire niente, esattamente come la Comunità di Stati Indipendenti, che nelle idee dei leader sovietici dovrebbe nascere sulle ceneri dell’Unione Sovietica. Ma se da un punto di vista politico l’iniziativa è un fallimento, da quello sportivo le cose sembrano continuare a funzionare. In Spagna ad esempio arrivano 112 medaglie, quattro in più negli USA.

Ma il sistema crolla rovinosamente

Primi nel medagliere (e ormai nessuno ci fa più caso), ma è l’ultima volta. Poi, ognuno per la sua strada. I pesisti e i lottatori andranno a rappresentare i loro stati dell’Asia centrale, gli atleti delle discipline invernali tornano sul Caucaso ad essere georgiani e Bubka, tra gli altri, indossa il giallo e blu della sua Ucraina. È la caduta degli Dei. Non tanto dal punto di vista individuale, quanto da quello degli sport di squadra. Si sfaldano le corazzate che hanno dominato il mondo in diversi sport. La squadra di basket, l’unica che sia mai stata in grado di impensierire gli Stati Uniti, ha già perso le sue stelle con l’indipendenza degli Stati baltici, in particolare modo con l’addio dei lituani. Niente più Sabonis e Marciulonis ed i russi senza di loro sembrano abbastanza spaesati. La pallavolo dal canto suo perde la florida scuola ucraina, nonostante anche i gialloblu non riescano a combinare nulla di significativo come nazionale. La selezione di hockey su ghiaccio, protagonista di infinite sfide con l’altra superpotenza mondiale, non perde molti pezzi, ma i campioni ex sovietici invadono la NHL e vengono “scoperti” dal resto del mondo. E i risultati ne risentono, soprattutto a livello olimpico. Ci vorrà un decennio per tornare ad un Team Russia degno di questo nome. Ed il calcio? Beh, paradossalmente è la disciplina che risente di meno della rivoluzione. I sovietici, per qualche strano motivo, esclusa l’epoca di Jasin e l’epopea della Dinamo Kiev, non è che abbiano mai fatto tremare il mondo col pallone ai piedi. E forse è proprio per questo che, almeno in Italia, non si comprende a pieno il dramma sportivo della dissoluzione dell’URSS.