Paolo Valenti

Il 2 luglio di diciassette anni fa la Nazionale italiana raggiungeva per la seconda volta la finale del campionato europeo. Non un gran rapporto quello che lega gli azzurri alla massima manifestazione continentale per rappresentative nazionali. Se si confrontano i risultati ottenuti dall’Italia ai Mondiali con quelli conseguiti agli Europei lo squilibrio è evidente, quasi si trattasse di nazioni diverse. Il pallone è rotondo e a volte trovare motivazioni razionali a quanto accade sul campo è un esercizio inutile ispirato dal tentativo di negare la magia del gioco.

A quella finale l’Italia arrivò sulle ali dell’entusiasmo di una semifinale vinta contro i padroni di casa olandesi frutto di sudore e lacrime di gioia: quelle di Toldo, eroe insuperabile di una lunga serie di calci di rigore iniziati già nei tempi regolamentari; quelle di Francesco Totti, fantasista irriverente con un cucchiaio estratto dal cilindro di una tensione che nessuno, se non lui, poteva pensare di bruciare in quel modo; quelle di una squadra intera che aveva dimostrato all’Europa la forza moltiplicatrice del collettivo. Una finale affrontata senza paura al cospetto dei cugini d’oltralpe, campioni del mondo in carica e guardati dritti negli occhi lasciandosi alle spalle qualsiasi complesso di inferiorità.

Giocata così bene da farci ritrovare in vantaggio a una manciata di secondi dalla fine, quando l’ondata liberatoria della felicità se la sentivano addosso sessanta milioni di persone. Il pallone rotondo può farti scivolare dal paradiso all’inferno nello sgretolio di pochi secondi. Quelli che portarono dal sogno diventato quasi realtà al gol di Wiltord, attaccante partito proprio quell’estate da Bordeaux verso Londra, sponda Arsenal, alla corte del maestro Wenger. In quel momento, anche se c’erano da giocare ancora i supplementari, tutti capirono che per l’Italia era finita. Il golden gol di Trezeguet non fece che formalizzare un esito che non aveva bisogno di un veggente per delinearsi come parte integrante del futuro prossimo di un contesto da fotografare in quattro contenuti.

IL MILLENNIUM BUG

L’arrivo del Duemila sollecitò le più disparate suggestioni: dalla rievocazione delle trepidazioni che visse l’Europa medioevale alla vigilia dell’anno Mille ai timori legati alla possibilità che il mondo andasse in tilt per la paventata incapacità dei computer di superare il trauma del passaggio al nuovo millennio. L’eventualità che l’organizzazione delle nostre vite venisse scossa dal comparire del doppio zero nei circuiti stampati dei sistemi di controllo di tutto il mondo si rivelò infondata. Soltanto un anno più tardi avremmo capito quale sarebbe stato il vero pericolo mondiale di inizio secolo: il terrorismo internazionale. Ma questa è un’altra storia.

Il Millennium Bug, spauracchio di inizio 2000

MARCO DELVECCHIO

Il gol che stava portando gli azzurri sul tetto d’Europa dopo trentadue anni portava la firma di Marco Delvecchio. Attaccante atipico, iniziata la carriera come centravanti puro, arrivò in Nazionale beneficiando della vena realizzativa mostrata nella Roma di Zeman. Successivamente convertito da Fabio Capello a un ruolo di supporto alla fase difensiva, perse qualità sotto porta ma si fece apprezzare per il grosso lavoro di quantità garantito sulla fascia sinistra. Celebre la sua finta a rientrare, sempre quella, nella quale però i difensori, ingannati dalla velocità in progressione con la quale sapeva effettuarla, cadevano sempre. Chiedere ad Alessandro Nesta, monumento difensivo di quegli anni, che contro di lui incontro più di una difficoltà.

SILVIO BERLUSCONI

Dopo la sconfitta contro la Francia, Silvio Berlusconi, presidente del Milan e capo di Forza Italia, si lasciò andare a critiche forsennate nei confronti del tecnico Dino Zoff reo, a suo dire, di aver lasciato troppo spazio di manovra a Zidane. Scelta “sbagliata, cattiva, sciagurata”, una “mostruosità tecnica”. Difficile capire se l’ex, e futuro, premier si fosse lasciato oltremodo andare come un qualsiasi tifoso deluso dalla sconfitta o se dietro le sue dichiarazioni si nascondesse dell’altro. Fatto sta che Zoff, che alla dignità non avrebbe rinunciato nemmeno sotto tortura, a seguito di quelle esternazioni rassegnò irrevocabilmente le sue dimissioni.

I trofei vinti da Berlusconi (ph. tratta da www.spaziomilan.it)

LA RIVINCITA

Il tempo, si sa, è galantuomo. Almeno per Totti, Del Piero e Cannavaro che, dopo le lacrime del 2000, conseguirono il trofeo più importante della loro carriera proprio contro la Francia di Barthez, Vieira, Zidane, Henry, Thuram, Wiltord e Trezeguet. Si ritrovarono in campo a Berlino il 9 luglio 2006 vincendo la finale dei Mondiali con quel pizzico di fortuna che era loro mancato sei anni prima.