Francesco Cavallini

Tic-toc. Tic-toc. Come la lancetta dell’orologio, prima del tiki-taka, che negli anni Settanta si chiamava solamente possesso di palla. Scambi ravvicinati, mentre il cronometro gira. Pressing? A che serve? Gegenpressing? Riprovate tra quarant’anni. La Germania, quella Ovest, quella Germania che è campione d’Europa in carica, non si muove. Tic-toc. Tic-toc. Da una maglia arancione all’altra. Poi, d’improvviso, il lampo. Parte palla al piede l’ultimo uomo. Che in una squadra normale sarebbe un difensore. Ma non parliamo mica di una squadra normale.

E quindi l’ultimo uomo ha la maglia numero 14 ed è Johan Cruijff. Che, dato che è il miglior calciatore del mondo, fa come gli pare e va a prendersi la sfera a centrocampo. Accelera sempre più e punta Vogts, che di norma farebbe il terzino destro, ma che nel piano tattico di Helmut Schön segue il Profeta del Gol da vicino in ogni zona del campo. Da vicino poi è un termine esagerato, perchè se Cruijff ti punta, ti salta, fine della storia. Per informazioni chiedere al povero Jan Olsson, che diciotto giorni dopo Olanda-Svezia lo sta ancora cercando sull’erba di Düsseldorf. Il 14 aumenta i giri, finta, controllo e ciao ciao Berti.

Cruijff supera in velocità Vogts

Pausa. Perchè entra in scena un altro personaggio. Uli Hoeneß, che è mancino e che di mestiere fa l’attaccante. Cosa ci fa al limite della sua area? Sarà l’influsso del calcio totale, o la conseguenza del turbinio dei movimenti olandesi, che rende le marcature a uomo cervellotiche e molto complicate. Ma appunto, è un attaccante. Non un difensore. In quel punto del campo non è assolutamente in grado di discernere. Potrebbe usare il fioretto (e fallirebbe). Potrebbe stare fermo (e forse farebbe la cosa giusta). Ma l’adrenalina è tanta. Troppa. Non usa la clava. Opta direttamente per la falce, come un Triste Mietitore apparso da chissà dove. Cruijff decolla e finisce faccia a terra.

Fiiiii. Piacere, Jack Taylor da Wolwerhampton, West Midlands. Nome e provenienza da membro dei Duran Duran antelitteram, macellaio per eredità familiare e arbitro nel tempo libero. Ha davanti una scelta complicata. L’intervento scomposto è dentro o fuori dai sedici metri tedeschi? Cruijff è planato così tanto sull’erba che è quasi arrivato sulla linea di fondo, ma l’incrocio della gambe è avvenuto al limite dell’area. Jack Taylor ragiona. Rivede l’azione nella sua testa. Niente. Scansiona mentalmente il regolamento. Nulla di utile. E allora si affida alla legge non scritta del calcio britannico. Nel dubbio, è sempre rigore contro la Germania.

C’è chi non è d’accordo. Un capellone tedesco un po’ stempiato, con il numero cinque e la fascia al braccio. Braccio che qualcuno ricorda ben assicurato al collo quattro anni prima in una partita epica, ma che ora compie gesti abbastanza eloquenti nei confronti del direttore di gara. Franz Beckenbauer è stufo di perdere ai Mondiali. Era a Wembley nel 1966 quando una tripletta di Hurst ha fatto impazzire di gioia Sua Maestà. Nonostante un infortunio, ha passato 120 minuti sul prato dell’Azteca, in un quattro a tre che non ha bisogno di presentazioni. E ora, dopo poco più di sessanta secondi, già si vede sotto di una rete nella finalissima giocata in casa, a causa di un penalty perlomeno dubbio.

Franz Beckenbauer durante il Mondiale 1974

Intendiamoci, ha ragione lui. Il fallo c’è, zero dubbi. Ma la gamba di Hoeneß che falcia Cruijff è fuori area. Ci fosse il VAR, l’Olanda batterebbe una punizione dal limite. Ma nel 1974 VAR può essere al massimo la sigla di una tassa straordinaria. E quindi, palla sul dischetto. Su cui si presenta Johan. No, non quello di prima, non il Profeta del Gol, non il calciatore più forte del mondo. L’altro Johan. Uno che in qualsiasi altro momento della storia del football sarebbe stato considerato tra i più grandi della sua epoca, ma che stretto tra Cruijff e Beckenbauer fa la triste fine del povero vaso di coccio.

A battere il rigore che rigore non sarebbe ci va Neeskens. Freddo come un cecchino. Rincorsa media, tiro preso dalla prima pagina del manuale del penalty perfetto. Forte, centrale e a mezza altezza. Al 99%, il portiere battezza un angolo si butta. C’è quell’un per cento di rischio, ma, per fortuna degli Oranje, Sepp Maier non fa parte della categoria degli estremi difensori che rimane fermo. Portiere da un lato, sfera, in qualche senso, dall’altro. Il numero uno tedesco raccoglie il pallone dalla rete. Dopo due minuti di gioco, è il primo della sua squadra a toccarlo. Monaco tace. Olanda uno, Germania Ovest zero.

Johan Neeskens realizza il rigore del vantaggio olandese

Finita? Macchè. Non c’è mai stato un momento più giusto per dire che c’è tutta una partita da giocare. L’Olanda a orologeria, l’Arancia Meccanica, si inceppa. Tiene la sfera, ma non punge. Si specchia nella bellezza delle sue trame di gioco, nella sfrontatezza della gioventù e in una superiorità che fino a quel momento è stata evidente. Manca la rabbia, la voglia di sorprendere e di spaccare il mondo che ha guidato gli Oranje alla Finalissima. Di colpo, la squadra di Michels non è più il possente Ercole. È Narciso, e si avvicina all’acqua un po’ troppo pericolosamente.

E cade, per mano, anzi, per piede dell’eroe che non ti aspetti. Bernd Hölzenbein non è un nome che ci si ricorda spesso, a meno di non essere tifosi dell’Eintracht Francoforte. O di non essere Wim Jansen, ma a questo tra poco ci arriviamo. Il numero 17 della Germania Ovest sfiora Cruijff in un contrasto e per induzione ne canalizza per una ventina di secondi lo spirito calcistico. La scena è già vista. Accelerazione, dribbling a ripetizione, una difesa olandese che per motivi incomprensibili si apre come le acque del Mar Rosso e un fallo.

Che stavolta forse non è neanche fallo. I piedi di Hölzenbein e di Jansen si scontrano nel cuore dell’area di rigore, ma l’impressione è che sia il tedesco a cercare il contatto. Ed è consigliabile evitare di menzionare la questione in Germania o in Olanda, anche a distanza di quarant’anni. Taylor cerca qualche altra regola specifica, ma non trova nulla nelle Home Rules britanniche che dica che un fallo in area contro i tedeschi, per quanto dubbio, possa essere sanzionato con un semplice corner o una punizione a due. E quindi è di nuovo rigore. Il secondo in venticinque minuti. Record per una finale mondiale.

L’arbitro inglese Jack Taylor

Il duello dagli undici metri è probabilmente il più strano che si sia mai visto e sembra assurdo che avvenga sul palcoscenico più importante. Sul pallone c’è Paul Breitner. Der Afro. Capelli lunghi e ricci, baffi, basette incolte, gli manca solo il Libretto Rosso di Mao per cementare la sua immagine da intellettuale di sinistra. E invece no, ha anche quello, anche se probabilmente non lo porta in tasca quando si avvicina al dischetto. Polivalente, può giocare praticamente ovunque, ma Schön lo schiera terzino sinistro. I piedi però sono da attaccante, quindi il calcio piazzato più importante degli ultimi anni se lo prende in carico lui.

Di fronte, Breitner ha uno spettacolo altrettanto particolare. Un portiere vestito con un’improbabile divisa giallo canarino e con sulla schiena il numero 8Jan Jongbloed ha trentaquattro anni, non è neanche professionista (gioca nell’FC Amsterdam), ma con i piedi è bravissimo. E siccome a Michels serve qualcuno che faccia partire l’azione da dietro, fa niente se non è un fenomeno. Fenomeno lo è, ma mediatico. La tifoseria olandese lo adora, gli addetti ai lavori sono affascinati dalla storia del tabaccaio tra i pali dell’Olanda del calcio totale. Con tutti questi pregi, qualcuno pretende che sappia anche parare? E infatti, a differenza di Maier, rimane fermo. Peccato che Breitner scelga un angolo, quello alla sua destra. Uno a uno.

Paul Breitner realizza il rigore del pareggio tedesco

Nei venti minuti successivi non c’è partita. L’Olanda esce dal campo. Lo shock è talmente pesante che Cruijff smette di dribblare, Krol di difendere e, miracolo, Jongbloed si ricorda come si sta in porta. Ci vogliono un paio di miracoli dell’estremo per tenere a galla gli Oranje, che si affacciano in avanti solo con un contropiede di Johnny Rep. Il calcio totale lo fanno i tedeschi. Triangolazioni, palloni filtranti, Beckenbauer si permette anche il lusso di tentare un pallonetto di punta su punizione. Alla Germania va tutto così bene che la trovata rischia anche di funzionare.

E la partita, alla fine gira. Non cambia volto. Non si mette bene per i teutonici. Gira. La metafora perfetta. Gira come si gira Gerd Müller, piccolo, sgraziato, con due piedi non proprio ben educati. Ma che quando ha la palla vicino riesce sempre a trovare il modo di mandarla verso la porta. Sempre. Puntuale, come la morte, le tasse e l’Inghilterra che perde ai rigori. Bonhof, che di solito nel piede ha la dinamite, cavalca incontrastato sulla fascia destra. La difesa gli chiude lo spazio per tirare. Normalmente sarebbe una scelta saggia, se non fosse la giornata dei miracoli. E allora il centrocampista tedesco va in dribbling, salta secco l’avversario e crossa rasoterra al centro dell’area.

Müller c’è, difficile non aspettarselo. Ma controlla male. Fa niente, perchè la palla gli finisce dietro. E nessuno al mondo, nessuno, si gira come sa fare Gerd Müller. Gli olandesi non possono fare altro che ammirare il numero 13 tedesco fare un rapido passo all’indietro e calciare all’improvviso, senza guardare né la sfera, né tantomeno la porta. Tiro inaspettato, distanza ravvicinata, visuale coperta. Stavolta a Jongbloed non serve neanche l’attenuante di non essere un grandissimo portiere. Der Bomber esulta, assieme a tutto lo stadio. Sembra quasi il novantesimo. Eppure non siamo neanche all’intervallo, la partita non finisce qui. O sì?

Sì, perchè l’Olanda già spenta stramazza letteralmente al suolo. Cruijff si becca un giallo a fine primo tempo per proteste, Rensenbrink esce dal campo per non rientrare più. La ripresa è solo il lento e insesorabile preludio ai passi felpati di Kaiser Franz verso la Coppa, che viene sollevata al cielo di Monaco di Baviera. Le maglie arancioni vengono appallottolate e gettate in un mucchio. Di quel giorno di luglio non c’è nulla da ricordare, da tener caro. Ci sarà tempo e modo per riprovarci, ma il risultato sarà sempre quello. Prima un palo listato a lutto, nero come la sfortuna che impedisce a Rensenbrink di decidere il mondiale del 1978. Poi un cavaliere pallido, venuto dalla Mancha come Don Chisciotte, che infrange i sogni di un’altra generazione.

Overath e Müller durante il giro d’onore con la Coppa

Ma tutto nasce qui, dall’erba dell’Olympiastadion, dal palcoscenico più importante di sempre. Dove gli artisti che avevano incantato il mondo falliscono e dove il flop finale conta più di tutto il resto. Nella memoria collettiva resta comunque la Grande Olanda, mitizzata come e più della Grande Ungheria. Due splendide perdenti, che sono state in grado di affascinare, ma che alla prova dei fatti si sono sciolte come neve al sole. Entrambe contro i tedeschi, entrati in campo da vittime sacrificali e usciti in tutti e due i casi con la Coppa tra le braccia. Ma in fondo, come dice saggiamente il buon Saint Gary Lineker, il calcio è uno sport semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince. Come il sette luglio 1974. Il giorno in cui ha sconfitto il calcio totale.