Paolo Valenti

Gustavo Javier Bartelt (Buenos Aires, 2 settembre 1974) è un ex calciatore argentino, di ruolo attaccante.

Questo è l’anonimo incipit del profilo che Wikipedia dedica a Gustavo Bartelt, centravanti semisconosciuto che la Roma acquistò nel 1998 per placare la sete di un attaccante centrale che per tutta l’estate lambì la riva giallorossa del Tevere. Per ogni tifoso della Magica con un po’ di memoria storica, non è però necessario surfare il web per riportare alla mente la breve storia di questo ragazzo asciutto con la faccia d’angelo e i capelli lunghi e biondi tenuti fermi da un laccetto, che tanto lo fece accostare a un altro attaccante argentino, Claudio Caniggia, già passato qualche anno prima dalle parti di Trigoria.

Estate del 1998, si diceva. La squadra di Zeman, reduce da un buon campionato chiuso al quarto posto, vuole accorciare le distanze con le primissime posizioni della classifica. Per farlo ha bisogno di un nuovo centravanti: Balbo, trentaduenne in rotta con Zeman, saluta per accasarsi a Parma mentre Marco Delvecchio, nonostante un buon finale di stagione, non convince ancora a pieno. Il mercato ferve, le voci impazzano e il presidente Sensi prova a giocare le sue carte. Volano nomi grossi: Trezeguet, attaccante francese del Monaco, e Inzaghi sono quelli che la stampa addita come i possibili centravanti pronti ad arrivare nella capitale.

Quando dal bussolotto del calciomercato esce il nome di Bartelt tutti si chiedono chi sia questo argentino, di cui si sa davvero poco. Lui non fa proclami roboanti né giura amore eterno alla causa. Semplicemente si mette a disposizione di Zeman, cercando di convincerlo con le sue qualità. Dopo i primi allenamenti, Candela e Di Biagio ne elogiano la velocità mentre Francesco Totti si dichiara impressionato dalle sue doti tecniche. E prima dell’inizio del campionato Bartelt si mette in luce con buone prestazioni: nella partita di presentazione all’Olimpico contro il Santos l’argentino gioca il secondo tempo e segna una doppietta che rende meno sgraziata la sconfitta giallorossa, mentre due settimane dopo a Verona una sua marcatura avvia la rimonta della Roma in casa del Chievo nell’andata dei sedicesimi di finale della Coppa Italia.

bartelt roma

Gustavo Bartelt prima di un’amichevole estiva

Sono questi i primi, e unici, gol che Gustavo riesce a segnale con la maglia numero nove. Il resto sono fugaci apparizioni, leggere come aliti di vento incapaci di lasciare tracce. Come mai, allora, in curva Sud e dintorni il suo nome si ricorda ancora senza la necessità di consultare pc o telefonini? 
Per capirlo bisogna andare a rivedere il secondo tempo di Roma-Fiorentina di quella stagione. 17 ottobre 1998, quinta giornata di campionato: i viola arrivano all’Olimpico in vetta alla classifica dopo quattro vittorie di fila. Squadra in stato di grazia, guidata dalle magie di Edmundo e Rui Costa e dall’inarrestabile prepotenza di Batistuta.

Partita tutta in salita per i giallorossi quando, al 13° della ripresa e sotto di un gol, Di Biagio si fa espellere per aver rifilato un colpaccio a Edmundo. Quattro minuti più tardi lo raggiungono anche Candela e Falcone per scorrettezze reciproche. Sembra finita ma Zeman, ovviamente, non ne vuole sapere e, in nove contro dieci, continua a chiedere ai suoi di riprendere il risultato attaccando a viso aperto. A poco meno di un quarto d’ora dalla fine entra in campo l’uomo che cambia la partita. Il suo nome? Gustavo Javier Bartelt che, per l’occasione, dismette i panni di oggetto misterioso indossando la maschera del fuoriclasse. Si perché sono da fuoriclasse i guizzi che griffano la sua prestazione, spingendo giornalisti e commentatori a dargli il massimo dei voti nonostante i pochi minuti giocati. Ma che minuti! Proviamo a raccontarli.

All’89° Bartelt si insinua da destra nella profondità dell’area di rigore. Difficile contare i difensori che fa fuori accarezzando il pallone con la suola, stordendoli con una veronica che sembra danza e arrivando sulla riga di fondo dove, con precisione chirurgica, mette in mezzo una palla che l’inserimento di Alenitchev non può che spingere in rete. L’Olimpico esplode, incredulo, essendosi ormai arreso, col timer arrivato agli ultimi secondi, all’evidenza di una sconfitta. Palla al centro e va bene così. Ma non per El Facha che, nuovamente inseritosi nella stessa zona dell’area dove aveva fluttuato in precedenza, questa volta decide di tirare direttamente in porta. Il difensore che lo controlla lo mura in scivolata, la palla gli torna sui piedi. Gustavo ci riprova con un tiro più angolato che Toldo ribatte di piede ma non può trattenere, respingendolo sull’arrembante arrivo di Totti che, di collo sinistro, sigilla una vittoria pazzesca.

È difficile capire quello che succede in quel momento allo stadio se non si è presenti: uno tsunami di felicità irrefrenabile ammantata d’incredulità travolge tutti i settori dello stadio. È impossibile tornare a sedersi ai propri posti tanto è il bisogno di abbracciarsi, saltare verso il cielo e urlare la gioia incontenibile di una rimonta da raccontare all’infinito. Totti corre verso la bandierina del calcio d’angolo per andare ad applaudire il suo piede sinistro, inseguito dai compagni scesi in campo e da quelli accomodati in panchina. El Facha è il primo a raggiungerlo e a saltargli sulla schiena: un ritratto d’euforia che sembra rubato a una finale di Champions.

Il giorno dopo voci ancora afone, intervenendo nelle trasmissioni delle radio, raccontano episodi di pura follia: alcuni hanno baciato il vicino di posto mai conosciuto prima, altri hanno sollevato in aria compagni più pesanti di venti chili, altri ancora parlano di essersi ritrovati decine di file più in basso rispetto al posto occupato. Tutti, più che esaltare Alenitchev e Totti, glorificano questo timido ragazzo di Buenos Aires, uscito all’improvviso dalla bolla di anonimato nella quale rientrerà silenziosamente di lì a poco dopo essere stato capace di recitare il ruolo del fuoriclasse, seppure per una sola manciata di minuti.

La sua carriera di calciatore in pratica finisce con quella partita. Poche presenze in quella stagione, ancora meno nella successiva con l’arrivo di Capello in panchina. Nel 2000 approda all’Aston Villa, dove non scende in campo nemmeno un minuto. L’anno dopo è al Rayo Vallecano in Spagna, dove gioca dodici partite e riesce a segnare un gol prima di rientrare a Roma e venire coinvolto nella vicenda dei passaporti falsi, per la quale subisce una squalifica fino all’anno successivo. Tornato in Argentina, prima del ritiro colleziona poche presenze e pochissimi gol in squadre minori.

Andy Warhol disse che prima o poi tutti hanno il loro quarto d’ora di notorietà. Una frase che sembra perfettamente ritagliata per la carriera da calciatore di Bartelt, condensata in quel quarto d’ora del 17 ottobre 1998. Non tutti, però, riescono a trasformare un quarto d’ora in un’opera d’arte come invece seppe fare quell’angelo biondo sceso dal cielo a regalare un quarto d’ora di felicità, rimanendo impresso per sempre nella memoria di chi quel pomeriggio visse le emozioni di Roma-Fiorentina.