Paolo Valenti

Il 17 luglio 1994 è l’ultimo giorno dei Mondiali americani. Una domenica assolata, in Italia come a Pasadena. La FIFA sembra soddisfatta del consuntivo finale: stadi quasi sempre pieni, attenzione mediatica, personaggi da poter raccontare in prima pagina. E una finale coi fiocchi, tutta da giocare: Italia-Brasile è il massimo che possa offrire un Mondiale. Sei titoli in due e in palio la supremazia assoluta nell’albo d’oro. Chi vince sale a quattro affermazioni e va in testa alla classifica di tutti i tempi. Situazione anche in questo analoga all’altra finale disputata da azzurri e nazionale verde-oro a Messico 70, con la differenza che, all’epoca, chi vinceva il terzo Mondiale, oltre a mettere in fila il resto del mondo, si aggiudicava definitivamente la Coppa Rimet.

L’Italia guadagna la finale dopo un percorso tortuoso, passato per una qualificazione arrivata col meccanismo del ripescaggio delle migliori terze classificate e partite ad eliminazione diretta al cardiopalma nelle quali, tra meriti e fortuna, la stella di Roberto Baggio illumina il cammino della squadra voluta da Arrigo Sacchi, chiamato alla guida dell’Italia per riproporre i fasti del grande Milan di Berlusconi. È proprio lui, il Divin Codino, a guidarci all’ultimo passo con una fantastica doppietta in semifinale con la Bulgaria. E’ sempre lui a tenere in ansia un’intera nazione quando è costretto a uscire dal campo scuro in volto per un evidente problema muscolare che ne mette in forte dubbio la presenza nella finale del 17 luglio.

Italia Spagna precedenti

Roberto Baggio supera Zubizarreta nel match contro la Spagna

Gli americani, con lui, hanno trovato il personaggio da mettere in copertina: la biografia di quel ragazzo minuto, un italiano così atipico per capigliatura e fede religiosa, viene ripresa da tutti i media. Ogni giorno la stampa americana riporta qualche aneddoto relativo all’italian buddhist pony tailed. La tv trasmette in continuazione le immagini dei suoi gol. Nessuno vuole pensare a una finale senza di lui. Forse solo Sacchi potrebbe farlo, conscio della reale condizione fisica del Divin Codino. Ma si rende allo stesso modo conto che rinunciarci in partenza ha più controindicazioni, tecniche e ambientali, che vantaggi. Se Roberto se la sente gioca, anche se quattro giorni per recuperare un infortunio muscolare non possono bastare. E Baggio, ovviamente, vuole giocare: fasciato, praticamente fermo. Ma è la finale della Coppa del Mondo, è lui che ci ha portato fin lì e insieme a lui vinceremo o affonderemo.

Al Rose Bowl di Pasadena, 12,30 ora locale, il sole cala a picco sui corpi ormai esausti dei ventidue protagonisti, arrivati allo stremo delle energie dopo un mese di sudorazione ininterrotta, partite e allenamenti intervallati da trasferimenti senza fine. Il match dice poco: lento, noioso, con le squadre più preoccupate di non scoprirsi che di attaccare, nel timore di non avere le energie per recuperare un eventuale svantaggio. Nel traccheggio di passaggi orizzontali marchiati da paura e stanchezza, il Brasile trova il modo di colpire un palo, mentre Franco Baresi, rientrato a tempo di record da un’operazione al menisco che l’ha tolto di scena nel girone eliminatorio, torna in campo con una prestazione gladiatoria. Baggio gioca ma, a parte un tiro a scendere dalla distanza, è un fantasma, pesantemente limitato dall’infortunio rimediato in semifinale. La partita si trascina carponi verso i tempi supplementari e poi i rigori, maledetti dagli azzurri già quattro anni prima al San Paolo di Napoli contro l’Argentina di quel Maradona che pochi giorni prima la Fifa aveva deciso di scaricare dalla giostra americana con la stessa decisione con cui aveva fatto l’impossibile per averlo a bordo all’inizio della manifestazione.

È la prima volta che la Coppa del Mondo viene assegnata ai calci di rigore. E quando il Divin Codino, dopo averci portato per mano fin lì, spedisce l’ultimo penalty nel cielo della California, per noi è finita. Il pallone, fuggito alla cattura della rete, scompare nell’inesauribile calore estivo dell’infinito continente americano, cancellando in un momento tutto il tempo e la fatica che ci sono voluti per arrivare fino al Rose Bowl. Il Brasile tetracampeon dedica la vittoria ad Ayrton Senna, appena scomparso, e ricuce la ferita del Mundial ’82 giocando un calcio molto italiano, più solido che spettacolare, innervato dal pragmatismo di giocatori come Taffarel, Branco, Aldair, Dunga e Mazinho, orientati a un’idea di calcio più vicina all’esperienza maturata in Serie A che al futbol bailado, lasciato occasionalmente alle giocate d’area di Bebeto e Romario. La delusione azzurra avrà bisogno di altri tre Mondiali per tramutare il dolore di Pasadena in una nuova notte di felicità.