Adriano Stabile

Calciatore eccelso, uomo dalla vita romanzesca, divo e nomade. Laszlo Kubala, di cui oggi ricorre il novantesimo anniversario della nascita, è uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi. Sottovalutato dalle nostre parti, è invece tuttora un mito in Spagna, soprattutto a Barcellona, tanto da essere votato, sul finire del millennio scorso, miglior calciatore della storia dei “blaugrana” nel ventesimo secolo, più forte di Johann Cruijff e di Diego Armando Maradona, e secondo nella Liga dietro al solo Alfredo Di Stefano.

Kubala, a Cinecittà con “la squadra che non c’è”

Ungherese di origine slovacca, mezzala brevilinea della nazionale cecoslovacca (nel 1946-47), poi di quella ungherese (nel 1948) e infine della Spagna (tra il 1953 e il 1961), Laszlo Kubala ha un legame stretto anche con l’Italia allorché nel 1948, dopo essere fuggito nottetempo dall’Ungheria comunista, si trasferisce prima a Busto Arsizio e poi a Roma. «Kubala è un personaggio straordinario dalla vita straordinaria, ma poco conosciuto nel nostro Paese – ci spiega Lorenzo De Alexandris, 27 anni, scrittore romano, autore lo scorso anno del libro “Più che un calciatore. L’incredibile storia di Laszlo Kubala” (Utrasport) – pensate che Miró-Sans, presidente del Barcellona al momento della costruzione del Camp Nou nel 1957, aveva vinto le elezioni promettendo di costruire lo stadio “così la gente avrebbe potuto vedere Laszlo Kubala”».

Kubala Barcellona Cinecittà

Laszlo Kubala, nato il 10 giugno 1927 e scomparso nel 2002

Il contratto firmato con la Pro Patria

Il soggiorno in Italia di Kubala, tra il 1948 e il 1950, viene ampiamente seguito dai giornali dell’epoca, ma oggi è pressoché dimenticato. «La prima tappa della sua vita italiana fu a Busto Arsizio – ci racconta De Alexandris – firmò addirittura un contratto con la Pro Patria, ingaggiato da Peppino Cerana (presidente dei “Tigrotti”, n.d.r.). Venne presentato allo stadio comunale di Busto Arsizio con tanto di giro di campo». Successivamente però Kubala è squalificato a vita dalla Fifa per la sua fuga “non autorizzata” dall’Ungheria e la sua diserzione dall’esercito ungherese, e così può dedicarsi soltanto alle partite amichevoli, nonostante mezza Europa calcistica gli abbia messo gli occhi addosso.

Evitò per un soffio la tragedia di Superga

«Anche il Grande Torino provò a ingaggiarlo – ci rivela il giovane autore romano – tanto da invitarlo a giocare la partita che i granata avrebbero disputato a Lisbona in onore del capitano del Benfica (Francisco Ferreira, n.d.r.). Partita a cui seguì la tragedia aerea di Superga del 4 maggio 1949. Peppino Cerana però impedì al calciatore di andare perché c’era il contratto firmato con la Pro Patria. Così Kubala non è salito su quell’aereo, a differenza del suo amico d’infanzia Julius Schubert, attaccante del Torino, morto a Superga».
Successivamente Kubala si sposta a Udine, dove viene raggiunto dalla famiglia che inizialmente era rimasta in Ungheria, e poi a Roma, dove c’è suo cognato Ferdinand Daucik, fratello della moglie Ana Viola e futuro allenatore del Barcellona.

A Cinecittà fonda l’Hungaria, una squadra di profughi

Sceso nella Capitale, vive per alcuni mesi all’interno di Cinecittà, trasformata in campo profughi durante la guerra. Qui fonda un club di rifugiati dell’est Europa, l’Hungaria, che oggi viene ricordata come “la squadra che non c’è”, allenata dal cognato Daucik. «C’erano ungheresi, slavi e anche un italiano (il portiere Di Lorenzo, n.d.r.). Inizialmente fecero una tournée in Italia, tra Roma e dintorni: giocarono contro la squadra del quartiere di San Lorenzo, poi ad Alatri».

Corteggiato dal Real Madrid, passa al Barcellona

Nel giugno 1950 l’Hungaria fa una lunga tournée in Spagna, affrontando avversari di rango (Real Madrid, nazionale spagnola, Espanyol e La Coruña) e mettendo in luce un Kubala in grande spolvero, tanto da attirare l’attenzione convinta del Real Madrid:  «Santiago Bernabeu, presidente del Real, lo voleva acquistare e gli offrì un contratto nonostante la squalifica – racconta De Alexandris – Kubala però pose come condizione che il cognato Daucik diventasse allenatore dei Blancos e così non se ne fece nulla. Invece Josep Samitier, direttore sportivo del Barcellona, accettò la richiesta di Kubala che così divenne un calciatore della squadra catalana».

Kubala Barcellona

Kubala nel Barcellona in una vecchia figurina

Mezzala dalla tecnica sopraffina e dal grande tiro

Nel Barcellona, in cui gioca dal 1953 al 1961, Kubala diventa una stella del calcio mondiale, facendo parte della formazione blaugrana capace di vincere cinque coppe in anno (nel 1952, molto prima della squadra di Pep Guardiola). «Le sue caratteristiche tecniche? Giocava indifferentemente da mezzala o seconda punta, aveva il baricentro basso, era un po’ tozzo, non velocissimo, ma aveva davvero tanta tecnica, un gran bel tiro, un dribbling straordinario e aveva sempre il pallone attaccato ai piedi. Si allenava saltando gli ostacoli e palleggiando, qualcosa di inedito per quei tempi».

Attore protagonista di un film sulla sua vita del 1955

De Alexandris, che da pochi giorni è nuovamente nelle librerie con “C’è solo un capitano. Due ragazzi in Vespa alla ricerca di Francesco Totti” (scritto con Matteo Pontes), definisce Kubala anche un divo: «Perché negli anni Cinquanta fu protagonista in Spagna del film autobiografico “Los ases buscan la paz” (“Gli assi trovano la pace”, uscito nel 1955, n.d.r.) per il quale scelsero tutti attori professionisti tranne che per il suo personaggio, interpretato dallo stesso Kubala». Nella pellicola, che inizia con un match Spagna-Turchia giocato a Roma, si racconta la sua fuga rocambolesca verso l’Italia e poi l’approdo in terra iberica: «La figura di Kubala fu strumentalizzata dal franchismo per affermarsi soprattutto in terra catalana» ci spiega l’autore della sua biografia. 

Kubala film

La locandina del film biografico su Kubala del 1955

A fine carriera Kubala passa all’Espanyol, rivale e concittadina del Barcellona, per giocare con il figlio e con l’amico Alfredo Di Stefano, e qualcuno, tra i tifosi blaugrana, non glielo perdonerà. Anticonformista («a 20 anni si fidanzò con la sua futura moglie Ana Viola, più anziana di lui di una quindicina d’anni, dando scalpore. Inizialmente scelse squadre non di prim’ordine come Slovan Bratislava e Vasas»), perennemente nomade, da allenatore ha guidato a lungo la Spagna, dal 1969 al 1980, facendo esperienze anche in Canada, Svizzera, Paraguay e Arabia Saudita: «Era spinto non tanto dai soldi quanto dalla curiosità e dalla passione per il calcio – ci spiega De Alexandris – Kubala era nato a Pest, in un quartiere di operai e immigrati, da una famiglia di origine slovacca. Il fatto di non essere stanziale ricorre in tutta la sua vita».

Kubala allenatore

Kubala è stato allenatore della Spagna dal 1969 al 1980

Kubala è morto il 17 maggio 2002, piegato dall’Alzheimer, malattia che gli aveva fatto dimenticare la sua vita romanzesca: davvero una crudeltà del destino. Per fortuna la sua leggenda sopravvive nella memoria di Barcellona, dove ancora oggi, a 90 anni dalla sua nascita, lo ricordano come un uomo che è stato molto “più che un calciatore”.

Barcellona cinco copas

Il Barcellona “de las cinco copas” del 1952