Elisa Ferro Luzzi

Con la storica vittoria si sabato scorso contro la Juventus, la Lazio ha sfatato diversi tabù. Prima di tutto è stata la prima squadra a violare lo Juventus Stadium, oggi Allianz Stadium, dopo oltre due stagioni. Ma soprattutto, dopo 15 lunghi anni, ha ritrovato la vittoria in casa  della Vecchia Signora: l’ultima risale al dicembre del 2002, al vecchio Delle Alpi, quando i biancocelesti si imposero 2-1 grazie ad una doppietta di Stefano Fiore. Da allora, 16 successi bianconeri e 6 pareggi. Fino alla partita magica di sabato, alla doppietta di Immobile, al palo di Dybala e al miracolo di Strakosha sul rigore battuto dall’argentino.

Nell’ambiente, da qualche tempo, in molti stanno paragonando la Lazio di Simone Inzaghi a quella allenata da Roberto Mancini (in cui Inzaghino, seppur poco, giocava), passata alla storia come Banda Mancini. Quella Banda Mancini che, nel dicembre del 2002, andò appunto a vincere a Torino. In realtà, da quando la Lazio è passata a Lotito ed ha cominciato a tenere un profilo medio-basso, ogni volta che una formazione conquista qualcosa di importante viene paragonata a quella Lazio lì. Andiamo a capire perché.

Storia della famigerata Banda Mancini

Quella squadra, inizialmente, non convinceva molto tifosi ed esperti, ancora legati ai successi della scudettata Lazio di Eriksson. Oggi, andando a rileggere i nomi, molto probabilmente guiderebbe la classifica. Ma stiamo parlando di una Serie A molto diversa. I ragazzi di Mancini, all’epoca, colpirono l’Italia intera per il loro attaccamento alla maglia, per aver lottato ad alti livelli nonostante lo smantellamento del post Cragnotti. Dopo le clamorose cessioni, nell’estate del 2002, di Alessandro Nesta ed Hernan Crespo, il giovane mister Roberto Mancini si ritrovò a dover gestire un gruppo che, incredibilmente, ai tempi in molti davano per spacciato ancor prima di cominciare. In quella squadra militava gente del calibro di Stam, Peruzzi, Mihajlovic, Simeone, Stankovic, Claudio Lopez e ottimi giocatori come Fiore, Corradi, Giannichedda, Oddo, Fernando Couto, Cesar.  Il punto più alto di quella prima stagione la squadra lo raggiunse a dicembre 2002, quando la crisi finanziaria stava travolgendo la società ma si raggiunse la vetta della classifica, vincendo 3-2 a Piacenza dopo essere andata sotto 2-0. Quel giorno, sotto una fitta coltre di nebbia, i biancocelesti ribaltarono il risultato, dimostrando una volta di più che la Lazio e i suoi giocatori sanno tirar fuori il meglio proprio nei momenti di difficoltà.

Quella squadra toccò l’apice l’anno successivo non solo tornò a battere la Juve all’Olimpico ma, in una magica notte di fine stagione, andò a prendersi la Coppa Italia sul campo della Vecchia Signora. Una storia tipicamente da Lazio, una squadra che nonostante la sofferenza ed i drammi economici tirò fuori uno spirito di gruppo fuori dal comune ed andò a conquistare quello che nessuno si aspettava. Accettando anche di spalmare gli stipendi tramite il piano Baraldi concepito dall’avvocato Ugo Longo, diventato a gennaio 2003 presidente, e dall’ad di allora Baraldi. In ricordo anche quella “impresa” i tifosi conservano ancora questa maglia con le firme dei giocatori sul suddetto piano, regalata loro dalla società

La maglia unica regalata ai tifosi dopo l’accettazione del Piano Baraldi

DALLA HAKA A VOLA LAZIO VOLA

Negli anni, nella Roma sponda biancoceleste, si è più volte dovuto ricorrere allo spirito di squadra per far fronte al nuovo calcio e alla poca disponibilità economica del club. E ogni volta che qualche formazione è riuscita a farlo la mente è andata subito alla Banda Mancini. Nessuno ha dimenticato i balletti sulle note di Asereje (hit dell’epoca) di Bernando Corradi e Claudio Lopez, pochi sanno (visto che ai tempi non esistevano i social network) che i giocatori sul pullman usavano ballare la Haka (la danza dei maori con cui l’inno della Lazio del tempo, Non mollare mai, cominciava) per festeggiare le vittorie. Come veri e propri tifosi. Dopo l’impresa di sabato, abbiamo visto sui profili social di vari giocatori biancocelesti l’intera squadra cantare l’inno della Lazio sul pullman e la mente, anche per questo, è tornata subito a più o meno quindici anni fa. Riuscirà la Banda Inzaghi a spodestare gli storici fratelli maggiori?