Paolo Valenti

Il 15 luglio Mario Alberto Kempes, nato a Bell Ville, nella provincia di Cordoba, nel 1954, festeggia il suo compleanno. È figlio di immigrati, come la gran parte del popolo argentino: la mamma Eglis Teresa Chiodi ha origini italiane, mentre il padre, Mario Quemp, è un tedesco andato a cercare fortuna nell’America australe dopo la seconda guerra mondiale. Fu la fantasia e l’ignoranza di un addetto all’anagrafe a creare quel cognome così originale e diverso che però al signor Quemp piace subito, forse perché rappresenta l’inizio di una nuova vita. Mario Alberto, sin da piccolo, evidenzia una passione per il pallone inversamente proporzionale all’applicazione agli studi. In questo, però, non trova ostacoli in famiglia: il padre, che faceva il carpentiere, aveva giocato come dilettante nel ruolo di mediano avanzato. Quale padre che ha giocato a calcio a qualsiasi livello riesce a rimproverare il figlio perché gioca a pallone?

Mario Alberto comincia prestissimo a far parte di una squadra: a sette anni è nella juniores di Bell Ville, a quattordici entra nelle riserve del Talleres. La grande occasione arriva a diciassette anni, quando il presidente del Club Instituto di Cordoba versa tre milioni di pesos per mettere sotto contratto il ragazzo. È il 10 marzo del 1972 e, nella stagione successiva, Kempes conferma tutte le sue potenzialità mettendo a segno undici gol in tredici partite. La sua ascesa è inarrestabile: nel 1974 passa al Rosario Central, dove diventa subito capocannoniere guadagnandosi la convocazione al mondiale di Germania. Capocannoniere anche l’anno successivo, Kempes diviene El Matador, il miglior marcatore di sempre nella storia del club.  Nel 1976 l’allenatore del Valencia, un certo Alfredo Di Stefano, convince la società ad acquistarlo per 600.000 dollari. Anche a Valencia Kempes segna valanghe di reti che fanno innamorare la città. A Valencia Kempes è adorato, rispettato, considerato un re. È qui che raggiunge l’apice della sua carriera, diventando Pichichi della Liga per due anni consecutivi (1976-77 e 1977-78) e convincendo il tecnico della nazionale albiceleste Cesar Menotti a inserirlo nei ventidue che parteciperanno al mondiale del 1978, unico della rosa a non giocare in un club argentino.

El Matador con la maglia del Valencia

La situazione è delicata: il capo dello stato, il generale Videla, da buon dittatore vuole sfruttare l’evento sportivo a fini di propaganda politica interna ed esterna e il fatto che in nazionale vadano a giocare elementi espatriati a raccogliere gloria e denaro non è visto di buon occhio. Kempes divide l’opinione pubblica sull’opportunità o meno della sua convocazione ma alla fine, proprio per i fini che perseguono i generali, la sua presenza alla manifestazione viene “autorizzata”: Mario è il figliol prodigo che torna a casa a difendere i colori della patria.  La pressione sulla nazionale durante il Mundial è altissima. Kempes viene schierato sempre titolare ma non brilla e non segna. I ragazzi di Menotti, per guadagnarsi la finale, dovranno vedersela con Brasile, Perù e Polonia. Mario è inquieto, sente la competizione: il suo compagno di reparto, Luque, ha già fatto due gol e sa, in qualche modo, di essere considerato diversamente rispetto agli altri. Il tecnico Menotti, nel viaggio che porta la squadra a Rosario per il match contro la Polonia, si avvicina a Kempes:”Io con questi baffi non ti ho mai visto segnare. Perché non te li tagli?”.

Quando Deyna e Passarella si scambiano i gagliardetti a centrocampo, Kempes ciondola negli ultimi blandi passi di riscaldamento col volto rasato. Mario in quella partita dismette i panni del giocatore oscuro che era stato fino a quel momento e mostra finalmente il volto del Matador, segnando un gol per tempo e salvando sulla riga con un plastico intervento di mano il pareggio della Polonia quando il risultato è ancora in bilico. Ci pensa Fillol a parare il conseguente rigore e a mantenere la porta inviolata.  Dopo il pareggio col Brasile, l’albiceleste, per accedere alla finale, deve battere il Perù con uno scarto di tre reti segnandone almeno cinque. Il risultato finale è un cappotto tennistico tra i più chiacchierati nella storia dei mondiali. Il regime probabilmente ci mette del suo, fatto sta che nel 6-0 finale il nome di Kempes compare due volte. I giocatori non sanno bene cosa possa essere successo davvero. Lo stesso Mario, anni dopo, dirà:”A noi giocatori non importava dei militari. Comunque a quell’epoca noi non sapevamo molto”.

E così l’Argentina è in finale. Il gran giorno è il 25 giugno 1978, stadio Monumental di Buenos Aires, quello del River Plate, la squadra a cui Kempes segnò il suo primo gol anni addietro. A poche centinaia di metri c’è la Escuela Mecánica de la Armada, uno dei più grandi centri di tortura messi in piedi dalla dittatura militare. Le due facce dell’Argentina di quel tempo non sono mai state così vicine: la gioia che può dare la vittoria di un mondiale e il dolore, l’ingiustizia e la frustrazione che patiscono i figli più coraggiosi della nazione. Per quel giorno, per poche ore, vittime e carnefici sono tutti dalla stessa parte: le guardie carcerarie interrompono le torture, i voli della morte sul Rio de la Plata vengono cancellati. Cesar Luis Menotti, per motivare la squadra in una situazione così delicata, parla chiaro negli spogliatoi:”Non giochiamo per i figli di p*****a, giochiamo per il nostro popolo!”. Kempes, a più di trent’anni di distanza, riconoscerà l’efficacia di quelle parole:”Entrammo in campo con la furia dei leoni”. 

La formazione dell’Argentina campione del mondo

Lo stadio è una polveriera: bandiere, cori, stelle filanti e centinaia di migliaia di coriandoli bianchi a rendere il campo di gioco quasi impraticabile. Mai ci fu, ne prima ne dopo, una finale giocata su un terreno del genere, così imbiancato che sembrava esserci la neve. Con una direzione di gioco a senso unico dell’arbitro italiano Gonella, l’albiceleste si impone 3-1 dopo i tempi supplementari con una doppietta del Matador, eroe indiscusso della partita che esalta i tratti salienti che lo fecero entrare di diritto nel firmamento del calcio internazionale: le sue progressioni inarrestabili accompagnate dalla chioma lunga, scura e fluente; il calzettone sinistro abbassato e la forza di inventare gol partendo lontano dalla porta. La gente impazzisce di gioia per quel primo mondiale vinto. Nella Escuela Mecànica aguzzini e prigionieri trovano un punto di contatto, un elemento di connessione seguendo la cronaca radiofonica della partita, ascoltando i boati che arrivano dallo stadio Monumental trascinati dal vento.

E mentre gli olandesi, indignati per l’arbitraggio, rientrano negli spogliatoi senza salutare nessuno, i giocatori biancocelesti salgono sul palco d’onore, dove i gerarchi del regime non vedono l’ora di entrare nell’inquadratura delle telecamere per prendersi quel tributo di gloria che significa aumento del consenso e un’immagine internazionale vincente da rivendere in qualsiasi occasione. Non tutti stringono la mano al generale Videla alla consegna della coppa. Sicuramente non Menotti, el Flaco, e Kempes, che il giorno dopo dichiara che si è trattato di una mera casualità:”Nella confusione sono rimasto lontano”. Salvo poi rettificare in un’intervista molti anni dopo:”Non volli proprio salutarlo”. Così, carico di gloria, Mario torna a Valencia, dove ha modo di arricchire il suo palmares: una Coppa di Spagna nel 1979 e, l’anno successivo, una Coppa delle Coppe (nella quale si afferma come capocannoniere) e una Supercoppa Europea.

intervista mario kempes

Mario Kempes calciatore con la maglia della nazionale Argentina insieme a Maradona nel 1982.

Rimane a Valencia fino al 1981, quando, sempre su pressione di Di Stefano, viene acquistato dal River Plate per contrastare la forza del Boca Juniors di Maradona. Vince il campionato Platense nel 1981 ma l’anno successivo torna a Valencia a causa dell’incapacità del River di assolvere agli obblighi finanziari assunti per l’ingaggio del campione. Altri due anni di livello con i valenziani, conditi da 42 presenze e 21 gol. In mezzo il mundial spagnolo, dove Mario lascia la maglia numero 10 a Maradona e gioca una competizione sottotono, complici una condizione non ottimale e una posizione in campo sacrificata alle esigenze della squadra. Quella contro il Brasile sarà l’ultima partita giocata in nazionale dal Matador: 43 partite, 20 gol. Nell’84 l’addio al Valencia è definitivo. Kempes ha trent’anni che, a quell’epoca, cominciano a pesare. Passa all’Hercules, formazione di Alicante, che il meglio l’ha già dato. È poi un girovagare di squadre minori e di nazioni: Austria, Cile, Indonesia. Mario è uno di quelli che non smetterebbe mai di giocare, anche col rischio di diventare solo un’attrazione per il nome che porta ed al quale, forse, in qualche modo manca di rispetto. Chiude definitivamente nel 1996 in Indonesia nelle fila del Pelita Jaya.

Comincia così la sua seconda vita, quella da allenatore, sempre in giro per il mondo: Albania, Venezuela, Bolivia. Nel 2001 arriva addirittura in Italia, coinvolto in pochi mesi in due progetti fallimentari col Fiorenzuola prima e il Casarano poi. Torna in Spagna provando a ripartire dalla serie C ma, finita l’esperienza al San Fernando, abbandona definitivamente la carriera di allenatore.  Il terzo Mario Kempes, quello di oggi, è uno stimato commentatore televisivo della ESPN latinoamericana che dalla vita ha ricevuto altre due grandi sorprese: lo stadio di Cordoba, che dal 2011 porta il suo nome, e sei by pass al cuore, conseguenza forse di troppe scorribande d’attacco e delle sigarette a cui non ha mai rinunciato, nemmeno quando segnava caterve di gol.

Chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare non lo ricorda per le 442 reti segnate in 664 partite giocate con squadre di club. No, per loro Mario Kempes è l’idolo che ha saputo dare una luce magica a un mondiale che, diversamente, sarebbe stato ricordato per i fatti macabri di una dittatura crudele. Lui rimane il numero dieci con la maglietta lucente della nazionale albiceleste che vestiva le sue cavalcate nella trequarti campo avversaria, l’attaccante che tagliava le linee con l’ampia falcata che gli consentivano gambe lunghe e muscolose, i calzettoni afflosciati alle caviglie, l’irresistibile fascino della sua chioma ondeggiante e di un talento purissimo. Per loro, Mario Alberto Kempes era, e resterà sempre, El Matador.