Francesco Cavallini

Anche gli dei cadono. Inciampano rovinosamente, proprio come noi comuni mortali. Ma quando a finire con il muso per terra è qualcuno che a modo suo trascende il limite dell’essenza umana, l’onda d’urto si fa improvvisa e devastante. Travolge tutto e tutti, sconvolge l’ordine prestabilito delle cose, crea una cesura nel tempo e nello spazio, un punto di rottura tale che nulla dopo quell’attimo può tornare alla situazione di partenza. Dio è morto, direbbe Nietzsche. E citando Woody Allen, il 18 maggio 1994 neanche Johan Crujiff si sente troppo bene. È la classica storia del topo e dell’elefante, di Davide contro Golia. Ma poi mica tanto, a ben guardare. Forse, per tornare alla mitologia, è più una lotta tra Giganti e Titani, che solo Atene poteva avere l’onore di ospitare. È la resa dei conti, il campionato europeo dei pesi massimi calcistici. Si sfidano le due squadre che negli ultimi cinque anni hanno dominato il football continentale. Tre Coppe dei Campioni, una Coppa delle Coppe, e una sfilza di campionati nazionali. E nella seconda edizione della Champions League, arriva finalmente la finale che tutti sognavano. Il Dream Team di Cruijff contro gli Invincibili di Capello.

Che poi così invincibili non sono. In campionato forse, dove ci vuole una punizione di Tino Asprilla per mettere fine ad una irreale striscia positiva di cinquantotto partite. In Europa i rossoneri, come Achille, hanno trovato il loro punto debole. Che si chiama Marsiglia e che per ben due volte fa piangere il Milan. A via Turati tra la coppa del 1990 e la finale del 1994 è successo di tutto. È andato via Sacchi, che ha portato la sua filosofia a Coverciano. È arrivato Capello, solido e roccioso. Meno spettacolare, ma dannatamente efficace. Gli Olandesi, quelli che hanno creato la leggenda del primo grande Milan di Berlusconi, non ci sono più. Ruud Gullit è appena approdato alla Samp, per ritrovare il suo calcio sulle rive del Tirreno. Frankie Rijkaard è tornato all’Ajax per il canto del cigno. Il Cigno, quello vero, siede in tribuna, ma di solito è in una palestra ad allenarsi, a tentare di liberare quella maledetta caviglia dal dolore che la accompagna da anni. Non ci riuscirà, ma questa è un’altra storia. Altri eroi sono arrivati a Milanello per rinverdire i fasti della squadra che ha fatto tremare il mondo. C’è Marcel Desailly, che viene proprio da Marsiglia. La maglia numero 9, che spetterebbe a Van Basten per diritto divino, la indossa Zvone Boban, che tra una pennellata e l’altra scappa da una guerra che sente troppo sua. Così come il numero 10, Dejan Savićević. Ingestibile, impossibile da imbrigliare, tatticamente anarchico, totalmente imprevedibile. Volendo, ha anche dei difetti. Lo chiamano il Genio, e non si fa fatica a capire perchè. Se non gli va di giocare, la squadra è effettivamente in inferiorità numerica. Ma se la serata è quella giusta, dal suo piede sinistro possono nascere magie destinate a rimanere per sempre negli occhi degli astanti. A questa legione straniera si unisce la vecchia guardia rossonera, quella che al Camp Nou e al Prater è già entrata nella leggenda. Mancano Baresi e Costacurta, ma Maldini e Filippo Galli hanno già dimostrato di poterli sostituire degnamente al centro della difesa.

Dejan Savićević e Marco Van Basten

Non è esattamente la descrizione di un Davide qualsiasi. Il problema è che dall’altra parte c’è davvero Golia. Il Dream Team di norma è la nazionale statunitense di basket, ma quando il pallone non è a spicchi e rotola su un campo verde, il colore della maglia è il blaugrana. L’undici titolare del Barcellona è da brividi, roba che in confronto l’elenco delle navi achee che partono per la conquista di Troia è una lista della spesa. Basti pensare che in tribuna c’è Michael Laudrup, escluso eccellente per via della regola dei tre stranieri. Già, perchè con quale coraggio togli dal campo uno degli altri tre? Ronald Koeman, da buon olandese, è un tuttofare, ma senza la connotazione negativa che diamo oggi al termine. Fa tutto e lo fa bene. Difende. Imposta. Segna. Ah, se segna, di quell’edizione di Champions League è addirittura il capocannoniere. Giocando centrale di difesa. No no, lui resta. Davanti c’è Romario, O Baixinho, che non è ancora nè campione del mondo nè candidato al parlamento brasiliano, ma già segna ad un ritmo impressionante. Basta distrarsi un attimo ed è già davanti al portiere, pronto a trafiggerlo. La dieci è la sua, fine delle discussioni. Rimane l’ultimo posto disponibile. E vaglielo a spiegare a Hristo Stoičkov che non è il suo. Il can che dorme è meglio non svegliarlo, a meno che la partita non sia già iniziata. Perchè a volte l’ex maresciallo sembra sonnecchiare, rimanendo totalmente avulso dal gioco. Ma guai a stuzzicarlo. Se Hristo si arrabbia sono dolori e la dinamica è quasi sempre la stessa. Dribbling, spallata, fucilata di sinistro da qualsiasi punto del campo decida di tirare, gol. E poi battibecco con compagni e avversari, sostituzione, maglia gettata e anche oggi Dio ha dimostrato di essere bulgaro. Lava, sciacqua, ripeti. Forse è meglio lasciar fuori Laudrup…

Romario-fox sports-intervista

63 presenze e 39 gol per Romàrio con la maglia del Barcellona

E non finisce certo qui. Anche il Barça schiera la vecchia guardia, quella che a Wembley ha infranto i sogni della Sampdoria di Boskov, Vialli e ManciniZubizarreta, Amor, Nadal, Sergi, Beguiristain, se non è la Quinta del Buitre poco ci manca. C’è anche un giovane vecchio, Pep Guardiola, che per l’occasione indossa la maglia numero 3, segno che ruoli e vecchie nomenclature contano poco quando al timone c’è Johan Cruijff. Che dell’esercito catalano è generale e condottiero e che prima della partita si espone non poco. Siamo i favoriti. La mia squadra è più forte di due anni fa a Wembley. Il Milan non è niente di speciale. Loro basano il loro gioco sulla difesa, noi sull’attacco. Classico Cruijff, così convinto dei propri mezzi da risultare uno spaccone. Il problema (per i suoi) è che tutti gli credono. La stampa sportiva spagnola ha già pronte le edizioni del giorno successivo e qualsiasi addetto ai lavori pronostica una facile vittoria dei catalani. Sbaglio. Grosso sbaglio. La consapevolezza è positiva, ma non quando si trasforma in superbia. In tracotanza, in eccesso. I Greci, sempre loro, la chiamavano hubris ed era tipica degli dei. Un comportamento ingiusto o ingiustificato avvenuto nel passato, che ha conseguenze catastrofiche nel presente. La conseguenza mediatica è fare arrabbiare i rossoneri. Il che non è mai una buona idea di suo. Quelle in campo sono tuttora una ferita aperta nella città di Jordi.

Capello, rigoroso e pragmatico, non si inventa nulla di nuovo per affrontare gli Dei del Calcio. Ha solo bisogno di furore agonistico, fiducia nei propri mezzi e del più classico dei 4-4-2. Davanti c’è la strana coppia Savićević-Massaro. Uno dei due che, come detto, gioca quando e se vuole, l’altro, che ufficialmente è sempre stato un attaccante ma che al Milan ha indossato tutte le maglie tranne la numero 1, in carriera ha una media gol da onesto mestierante di centrocampo. Peccato (per il Barça) che il 18 maggio 1994 sia una di quelle sere lì, quelle in cui il Genio esce dalla lampada per esaudire i desideri più reconditi dei propri tifosi. Quando Savićević è ispirato, i rossoneri giocano in dodici. Inutile tentare di chiuderlo, di impedirgli la linea di passaggio. Se il montenegrino ha deciso che la sfera arriverà in un determinato punto, così sarà. Certo, se poi Nadal opta per cadere con il sedere a terra al primo accenno di dribbling, le cose diventano infinitamente più facili. Ma fino ad un certo punto, perchè Dejan, da buon mancino, non usa il destro neanche per salire sull’autobus, figuriamoci per calciare il pallone. Eppure quando Zubizarreta gli esce sui piedi stavolta colpisce proprio con il piede sbagliato. Ne scaturisce un cross strano, quasi magico che termina esattamente dove dovrebbe. Se Massaro, che tutto è fuorchè un cannoniere da trenta reti a stagione, è detto Provvidenza, un motivo ci sarà. Ed è ben descritto dal perfetto posizionamento sul traversone che gli permette di siglare indisturbato l’uno a zero dopo ventidue minuti.

Nulla di preoccupante, per carità. In tutte le leggende le divinità devono soffrire almeno un po’ prima di ottenere ciò che vogliono. È il principio di ogni storia che valga la pena raccontare, l’antagonista (che non per niente ha le poco rassicuranti sembianze del Diavolo) sta messo lì apposta per rendere la vita difficile agli eroi. Ma il Milan prende questo suo ruolo un po’ troppo seriamente. In un momento di massimo rispetto per la grandezza dell’avversario, Donadoni fa suo uno degli aforismi di Cruijff. Non importa correre tanto, ma correre bene. E infatti all’ala di Cisano Bergamasco basta un’accelerazione talmente improvvisa da risultare quasi impercettibile per saltare Ferrer e incunearsi nei sedici metri blaugrana puntando la linea di fondo. I difensori spagnoli hanno l’ordine di non farlo tirare, ma il numero 7 non ci pensa minimamente. Preferisce appoggiare qualche metro indietro, dove un piede forse non eccelso ma certamente puntuale impatta con la sfera e la spedisce in rete. È di nuovo quello della Provvidenza, giusto qualche secondo prima del fischio finale del primo tempo. Cruijff in panchina è rigido come la temperatura dei 3000 metri della cima dell’Olimpo. Dall’altro lato Galbiati attenta alla schiena di Capello, che imperturbabile neanche si volta verso i suoi che festeggiano. Durante l’intervallo nubi nerissime si addensano sullo spogliatoio del Barcellona, come se Zeus in persona, che per l’occasione adotta un leggero accento olandese, stesse rimproverando l’undici catalano a colpi di fulmini e saette. Ma la Götterdämmerung, il crepuscolo degli dei, è iniziato.

E che sia inarrestabile lo si comprende a pieno dopo neanche due minuti della ripresa. Il Genio, sempre lui, decide che deve ulteriormente rovinare la serata, la stagione, la carriera e volendo anche la fedina penale al povero Nadal, ancora palesemente scosso dal primo tempo stratosferico del numero 10 milanista. Il montenegrino si avventa su un campanile senza troppe pretese e va a contrasto con lo zio di Rafa, la cui volée non è certo ai livelli di quella del nipote. La sfera resta lì e carambola apparentemente innocua nella terra di nessuno al limite dell’area. Ma quando il pallone è tra i piedi di Dejan Savićević, entra in scena la teoria del caos, il principio di indeterminazione di Heisenberg. Sai dov’è, ma non sai mai dove andrà a finire un secondo dopo. E se sai dove è andato a finire, non avrai mai la minima idea di come ci sia arrivato. Il genio, quello con la g minuscola, è fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. La fantasia di immaginare un arcobaleno perfetto, l’intuizione di vedere Zubizarreta fuori da pali, la decisione di calciare in porta e la velocità di racchiudere tutte e tre le fasi precedenti in un attimo che pare eterno. Il pallone, accarezzato dal sinistro vellutato del rossonero, si alza in cielo e scende in picchiata come un’aquila, simbolo del potere regale e divino. Precipita nella rete catalana e in un battito di ciglia distrugge la paziente costruzione di Cruijff, anni di rivoluzioni tattiche e novità dentro e fuori dal campo. È la fine. Ma il cronometro scorre e c’è ancora il tempo di ammirare Savićević mentre, come una pantera, si avventa su una sfera lanciata in profondità dal saggio piede di Demetrio Albertini. Il tocco sull’uscita del portiere è preciso, stavolta anche troppo, e si stampa sul palo. Ma le mura della cittadella blaugrana sono crollate e non c’è neanche più la forza di spazzare via la sfera, che arriva a Desailly. Lo statuario francese la strappa di forza ad un compagno, taglia la difesa avversaria come fosse burro e va a prendersi la gloria personale, siglando indisturbato la rete del definitivo quattro a zero. Sulla pista dello Stadio Olimpico Spyros Louīs festeggiano i comuni mortali, mentre gli Dei piangono lacrime amare.

La storia di quel giorno termina qui. Ma ci saranno altre conseguenze per l’hubris del Profeta del Gol. Pagherà con la panchina, nonostante sia il Creatore di quel sogno chiamato Barcellona. Non aspetterà di venire esonerato, deciderà lui tempi e modi, comunicando l’addio alla dirigenza in un freddo mattino del gennaio 1996, citando l’unica cosa (almeno in apparenza) capace di fermare il moto perpetuo del suo cervello calcistico, il cuore provato dalle troppe sigarette. Ma chi un po’ conosce il personaggio Cruijff sa bene che il giocattolo si è rotto un anno e mezzo prima ad Atene. Nella sera in cui gli Immortali si sono scoperti vulnerabili e sono stati sconfitti dalla caparbietà e dalle qualità di chi immortale non era, ma ha fatto in modo di diventarlo. È una legge di natura, il continuo e perenne cerchio della vita. Come la leggenda di Apollo, spogliato della propria immortalità e costretto a vagare nel mondo degli umani alla ricerca del perdono dei suoi simili. Il perdono, quello calcistico, arriverà per il Barça e per Cruijff un decennio dopo. Ci vorrà una nuova generazione, plasmata a immagine e somiglianza del ragazzo di Betondorp, per popolare di nuovo l’Olimpo del calcio di divinità laiche in maglia blaugrana. Ma il 18 maggio 1994 il trono spetta al Diavolo. Che come diceva Baudelaire, prima con astuzia ha fatto credere a tutti di non esistere. Poi, per una volta, ha fatto le pentole e anche i coperchi.