Paolo Valenti

Il 5 luglio 1984 rimarrà una data a suo modo storica: è il giorno in cui Diego Armando Maradona, sicuramente il più grande calciatore dagli anni Ottanta in poi, forse il più grande di sempre, viene presentato al pubblico di Napoli. A coronamento di una trattativa estenuante, giocata su fidejussioni bancarie, transfert, trattative per l’acquisto e sull’ingaggio. Tredici miliardi e mezzo di lire, alla fine, è il prezzo che Ferlaino versa nelle casse del Barcellona per avere il fuoriclasse argentino. Cifra che oggi fa sorridere, considerando che la traduzione in euro porta al valore di circa sette milioni.

Diego Armando Maradona e Jorge Cyterszpiler (a destra) all’arrivo a Napoli del Pibe

Cinquantamila persone tutte per Diego

Maradona al Napoli era uno shock per il calcio italiano: per le cifre che si portava dietro, per il fatto che veniva acquistato da una squadra che non aveva mai vinto uno scudetto, per il certificato di supremazia che dava definitivamente al calcio italiano, campione del mondo in Spagna due anni prima, e da quel momento capace di poter presentare tutte le domeniche nei suoi stadi lo spettacolo di gioco e fantasia che solo Maradona poteva assicurare. Quel 5 luglio cinquantamila persone impazzite di incredulità e gioia dettero il benvenuto a un ragazzo di ventiquattro anni col viso fresco di giovinezza, non ancora appesantito da quel bagaglio di esperienze extracalcistiche che sette anni dopo lo spinsero via da Napoli per poter sopravvivere.

In quel momento Maradona era la promessa di riscatto che la città non aveva mai avuto davvero. Diego significava voglia di emergere accompagnata dalla reale possibilità di farlo. Era la storia di gente che poteva cambiare il corso del suo destino. Era la linea di congiunzione tra il cielo e il mare, un orizzonte inteso come riferimento d’azione più che sogno velleitario. In un periodo in cui televisioni e media non avevano ancora generato il consumismo bulimico dell’informazione, la presentazione di Maradona al San Paolo fu l’evento che tenne in piedi l’estate dei napoletani fino all’inizio del campionato, nel quale Diego e la sua gente avrebbero dovuto finalmente confrontarsi sui campi pieni di insidie degli avversari.

Maradona segnò 10 gol in campionato nel suo primo anno in Serie A

Come la Juventus, gli immancabili bianconeri, reduci da una stagione scoppiettante nella quale furono in grado non solo di ricucire sulle maglie lo scudetto ma anche di vincere la Coppa delle Coppe, secondo trofeo europeo della storia juventina ad entrare in bacheca dopo la coppa UEFA 1976-77. L’annata a venire riempirà il vuoto della Coppa dei Campioni anche se il prezzo per averla sarà altissimo e offuscherà il valore sportivo della vittoria.
O la Roma. Quell’anno i giallorossi avevano appena sperimentato in maniera indelebile il dolore della sconfitta: la finale di Coppa dei Campioni persa in casa ai rigori contro il Liverpool segnerà, di fatto, il punto più elevato della gestione Viola. Da quel momento in poi la Roma porterà sempre con sé una mistica della sconfitta che ancora oggi non è riuscita ad abbandonare definitivamente.

Nel frattempo, a fari spenti e senza proclami, il Verona costruito da Emiliano Mascetti e guidato da Osvaldo Bagnoli si preparava a disputare la più grande stagione della sua storia. Reduce da due ottime stagioni seguenti al ritorno in serie A nel 1982 (un quarto e un sesto posto), nell’estate del 1984 nessuno poteva ragionevolmente pensare di inserire il Verona tra le pretendenti al titolo. Un campionato condotto con andatura costante, la flessione di rendimento delle regine degli anni Ottanta (la Juventus concentrata a inseguire il sogno Coppa dei Campioni, la Roma alle prese con il traumatico post Liverpool) e un Napoli che, nonostante Maradona, non è ancora pronto a competere per il vertice consentirono ai gialloblù di vincere il loro primo, e finora unico, scudetto. Un’impresa titanica alla quale il tempo conferisce di anno in anno maggior valore: quello del Verona, infatti, è il penultimo scudetto vinto da una compagine che, nella tradizione del calcio italiano, viene classificata come “provinciale” (l’ultimo è quello della Sampdoria del 1991).

Le Olimpiadi di Los Angeles

In attesa della ripresa del campionato e in mancanza dei numerosi appuntamenti pre-season che affollano oggi le agende degli addetti ai lavori, nell’agosto dell’84 anche gli appassionati di calcio concentrarono le loro attenzioni sulle Olimpiadi di Los Angeles. Boicottate dall’Unione Sovietica (ultimo atto di una guerra fredda che di lì a poco si scioglierà nella perestrojka di Gorbaciov), videro l’Italia arrampicarsi nel medagliere fino a un dignitosissimo quinto posto, frutto di 14 ori, 6 argenti e 12 bronzi. Il protagonista assoluto della XXIII olimpiade dell’era moderna fu però Carl Lewis, il figlio del vento, che vinse quattro ori: 100 e 200 metri, staffetta 4×100 e salto in lungo.

La Nazionale Olimpica

Proprio a Los Angeles tornò in scena a un’Olimpiade la nazionale italiana di calcio, un ibrido tra una Under-23 e una rappresentativa delle seconde linee della nazionale maggiore. Si trattò, infatti, della prima volta che dei calciatori professionisti poterono partecipare a un’Olimpiade, col limite di non aver mai giocato in una fase finale dei mondiali. Per Bearzot, affiancato da Maldini senior, era l’occasione per osservare in una competizione internazionale i giocatori da innestare eventualmente nella selezione maggiore, che nel 1986 dovrà onorare il titolo di campione del mondo. Il quarto posto finale, soprattutto per le modalità con cui venne ottenuto, non fu un gran successo. Preludio della chiusura di un’epoca che verrà ufficializzata due anni più tardi.