Francesco Cavallini

Tu chiamalo, se vuoi, cucchiaio. Ma al di fuori del nostro paese, dove il gesto tecnico di calciare un rigore con un colpo sotto mutua la sua definizione dalla mitologica semifinale di Euro 2000 e dalla lucida follia calcistica di Francesco Totti, nessuno capirà. In ogni altra parte del mondo, lo scavetto prende il nome da colui che per primo l’ha presentato al mondo, proprio come i movimenti della ginnastica. Per tutti i non italiani, il cucchiaio si chiama Panenka.

Antonín Panenka, l’eroe di Belgrado

Si chiama Panenka come Antonín, baffuto e prolifico attaccante dei Bohemians di Praga (e viva la fantasia) e della allora nazionale cecoslovacca. Nel corso della sua carriera, Antonín ha tirato molti rigori ed è arrivato ad una conclusione. Nella stragrande maggioranza dei casi, il portiere battezza un angolo e si tuffa. A corollario del suo personalissimo teorema, c’è anche il fatto che quando l’estremo difensore è grande, grosso e reattivo come Sepp Maier, ultimo baluardo della Germania pigliatutto degli anni Settanta, se si getta dalla parte giusta ha molte probabilità di parare il tiro dal dischetto. Calcolo, raziocinio, come ci si aspetta da un rappresentante del football di oltrecortina.

Ma anche tanto, troppo coraggio. Coraggio perchè Antonín Panenka va a calciare il rigore che vale la gloria, che può regalare alla sua Cecoslovacchia il primo trofeo internazionale. Euro 1976, nel catino del Marakana di Belgrado. Dove ancora stanno cercando il pallone calciato da Hoeness, che nel tentativo di non farsi parare un penalty troppo importante ha spedito la sfera fuori dallo stadio, come farà notare un insolitamente sarcastico Beckenbauer. E quindi nel cuoio che il baffuto centravanti sta per calciare c’è la speranza di una squadra e di un popolo, c’è la pietra di Davide che può abbattere lo spaventoso Golia teutonico.

I giocatori cecoslovacchi sollevano il trofeo dopo aver scambiato le maglie con i tedeschi (photo credits: UEFA.com)

Colpire con forza non è un’opzione, c’è sempre la possibilità di non calibrare bene la traiettoria. E allora, pensa Antonín, recuperiamo quel metodo, già testato in allenamento e in qualche match ufficiale. Oggi Sepp Maier sarebbe rimasto immobile al centro della porta, perchè tra i miliardi di video che carichiamo su Youtube il portiere della Germania avrebbe di certo notato la propensione del cecoslovacco ad utilizzare il colpo sotto. Ora la preparazione è anche questo, studiare l’avversario, cercare di anticiparne le mosse attraverso l’analisi dei suoi precedenti. Ma allora era impresa impossibile. Non che Monaco di Baviera e Praga fossero distanti chissà quanto, ma erano separate un confine fisico ed ideologico importante, quella Cortina di Ferro che faceva diventare entità astratte, sconosciute, persino leggendarie persone che abitavano a 30 km di distanza.

Quel metodo, dunque. La cosa più semplice e allo stesso tempo più rischiosa del mondo. Colpo sotto, morbido, al centro della porta. Semplice perchè mancare il bersaglio è impossibile, rischiosa perchè se il portiere ritarda il tuffo di quell’attimo che basta, la figuraccia è in agguato. Ed è per questo che Panenka, faccia da attore consumato, mette su la commedia perfetta. La rincorsa è goffa, troppo accelerata, come se il cecoslovacco fosse pronto a sfidare Hoeness per il primato stagionale di rigore peggio tirato. Maier si aspetta una bordata, al punto che battezza l’angolo alla sua sinistra e si lancia con uno scatto di reni che fa paura. Ma Antonín all’ultimo secondo inchioda e il pallone lo sfiora appena. E la sfera, dolcemente, si deposita nella rete tedesca.

In realtà, in porta rischia di entrarci anche Panenka, che non smaltisce a sufficienza la velocità acquisita in rincorsa e segue il cuoio nella sua parabola. Esulta, perchè ha visto il volo di Maier e sa che la scommessa è riuscita, la Cecoslovacchia è Campione d’Europa. Esultano i suoi compagni, che sapevano che Antonín avrebbe sfidato la sorte, che prima dei rigori avevano, inutilmente, tentato di dissuaderlo. Ringrazia il cielo Václav Ježek, l’allenatore, che ha appoggiato la rischiosa scelta del suo calciatore. Applaudono gli spettatori neutrali, consci che hanno appena assistito ad un momento storico del calcio mondiale.

Meglio non pensare a cosa sarebbe successo se Maier fosse rimasto fermo. La coppa, forse, sarebbe comunque arrivata a Praga. E tutti, nell’euforia generale, avrebbero perdonato il folle gesto di Panenka. Ma se quel rigore da poesia in movimento fosse diventato dannoso eccesso di superbia, le conseguenze sarebbero state nefaste. Niente sberleffi, niente meme, niente video divertenti. Se lo avesse sbagliato, Antonín lo sa e candidamente lo ammette, lo avrebbero mandato a lavorare in fabbrica a vita. Ma a distanza di oltre quattro decenni, questo allegro signore di quasi settant’anni, è ancora l’icona di un gesto tecnico che ha ispirato, nel bene o nel male, molti suoi futuri colleghi.

Prima Totti, anche lui agli Europei. Poi Zizou, addirittura nella finale Mondiale, Messi e Pirlo. Il gotha del football mondiale, in occasioni più o meno importanti, ha omaggiato il cecoslovacco con quel tocco sotto beffardo, che così poco piace ai portieri. Poi, come sempre, c’è chi non ce l’ha fatta. A Udine ancora maledicono O’Mago Maicosuel, che con un debole cucchiaio ha gettato alle ortiche la qualificazione Champions dei friulani. O lo stesso Totti, che nel 2004 ritenta quella che ormai è la specialità della casa, ma si vede bloccare facilmente la sfera da Sicignano. Succede anche ai migliori, come Neymar. Colpo rischioso, che quando non riesce espone anche troppo chiaramente il fianco alle critiche. Ma in fondo il Panenka è roba per cuori forti, o la va o la spacca.

Lo ha detto anche Pelè, solo un pazzo o un genio può decidere di tirare un rigore simile. E nel calcio il confine tra le due definizioni è spesso molto labile. Leggero, quasi impercettibile. Come un delicato tocco sotto, che fa volare il pallone per attimi che sembrano infiniti e che poi finisce in rete, disegnando un arcobaleno che vale una partita e, in certi casi, la gloria eterna.