Francesco Cavallini

Il ventiquattro ottobre, se il destino non l’avesse portato via troppo presto, celebreremmo il compleanno di Giacomo Bulgarelli. L’onorevole Giacomino, bandiera e fuoriclasse del Bologna del 1964, quello di cui si diceva così si gioca solo in paradiso e che si aggiudicò il campionato in un leggendario spareggio contro l’Inter. Qualcuno però quella partita non la vide mai. Morì prima, a quattro giorni dal fischio di inizio. E per i rossoblu fu un dolore immenso, perchè nessuno avrebbe meritato di vivere quello Scudetto più di Renato Dall’Ara.

Non era bolognese, ma reggiano e di pallone (almeno all’inizio) ne capiva poco, ma aveva la capacità di intuire perfettamente a chi affidarsi. Alla presidenza del Bologna ci era arrivato per caso, anzi, per spinta, da parte del PNF, che aveva deciso di rimuovere Gianni Bonaveri, stretto collaboratore di Leandro Arpinati, gerarca caduto in disgrazia e affidare la poltrona a Dall’Ara. Che doveva essere una scelta temporanea, ma che si rivela la migliore della storia del club. Sotto la sua guida, bonaria e appassionata, il Bologna vince cinque scudetti sui sette in bacheca, ma soprattutto la città fu testimone dell’apogeo di un vero e proprio mito: quello della squadra che tremare il mondo fa.

Merito di due tecnici figli dell’ex Austria-Ungheria, una delle scuole calcistiche più in voga nel periodo interbellico e che, in qualche maniera, Dall’Ara abbraccerà per quasi tutta la sua esperienza da presidente. I primi due Scudetti arrivano con in panchina il magiaro Árpád Weisz, il più giovane allenatore Campione d’Italia di tutti i tempi, che prima viene espulso dall’Italia a causa delle leggi razziali e poi termina i suoi giorni a Birkenau, nell’orrore delle camere a gas. Per gli altri due ci vuole il ritorno del Mago, quell’Hermann Felsner, uomo della Stiria. Lui, che della squadra che tremare il mondo fa fu padre ed inventore, che per primo aveva portato il Bologna per due volte in cima al calcio italiano, torna al Comunale per concedere il meritato bis.

E se il dopoguerra è avaro di soddisfazioni, quando inizia il boom economico il presidente d’altri tempi, che nel 1959 festeggia le nozze d’argento con il Bologna, ne azzecca un’altra delle sue. È il 1961 e sulla panchina rossoblu arriva Fulvio “Fuffo” Bernardini, già campione d’Italia con la Fiorentina, che prende le redini della squadra e la modella con cura, creando una corazzata in grado di lottare di nuovo per lo Scudetto. E dopo due quarti posti, nella stagione 1963/64 il sogno si fa sempre più vicino. Vicino ma maledettamente lontano, perchè dall’altra parte c’è la Grande Inter, quella di Herrera, di Facchetti, di Mazzola e Suarez. Due squadre forti, così forti che per decidere su quale maglia cucire il tricolore ci vuole lo spareggio, primo e finora unico caso nella storia della Serie A.

E proprio mentre si mettono a punto i dettagli per quella storica partita, prevista per il 7 giugno a Roma, Renato Dall’Ara viene colpito da un infarto, alla presenza del “collega” Angelo Moratti. Al funerale è presente tutto il gotha del calcio tricolore. Tutti, tranne i suoi ragazzi, i suoi figlioli, che sono chiusi in un albergo alle porte di Roma a preparare la partita della vita. E come in una favola dal sapore agrodolce, seppur con la morte nel cuore, Bernardini e i suoi onorano alla perfezione la memoria del presidente, conquistando il settimo scudetto della storia del Bologna e dedicando la vittoria al titano rossoblu appena scomparso.

Ma Dall’Ara, in fondo, non è mai andato via. Lo ricorda chi lo ha vissuto, con gli occhi lucidi, testimone di un calcio che non c’è più. Lo conoscono i giovani, a cui viene raccontata la leggenda dell’uomo a cui oggi è intitolato lo stadio di Bologna. E lo onora la storia del football, non solo per i trofei vinti, ma per un modo di intendere questo sport rimasto nel cuore di chiunque abbia conosciuto o ammirato le gesta del Commendator Paradiso…