Francesco Cavallini

Le maglie bianche, candide e limpide. Come un calcio che non c’è più. Prima degli ingaggi, del calcio mercato, del business che gira intorno al football. Quando in campo scendevano uomini, atleti, non macchine da soldi. Ecco, in quel periodo c’era una squadra che vinceva più delle altre. Che in quattordici anni, quattro dei quali funestati dalla Prima Guerra Mondiale, seppe conquistare ben sette Scudetti, che la rendono tutt’ora una delle società più titolate d’Italia. Bianca come la neve, ma con un sangue rosso e caldo come la lava. La gloriosa Pro Vercelli.

Che potremmo definire la matricola terribile del calcio italiano, la neopromossa capace di vincere il campionato. Certo, parliamo del 1908, ma comunque un’impresa non da poco. Ma andiamo con ordine. Nel 1902 la Società Ginnastica Pro Vercelli fonda la sua sezione calcistica, che nel 1906 decide di affiliarsi alla FIF (l’antenata della nostra FIGC). Un anno dopo i bianchi piemontesi vincono il campionato di Seconda Categoria e si siedono quindi al tavolo dei grandi. Con ottimi risultati, perchè già nel 1908 arriva il primo Scudetto, conquistato in un triangolare contro i genovesi dell’Andrea Doria e i meneghini della U.S. Milanese. Nel confuso calcio italiano della Belle Epoque, in cui  per un periodo ci sono due campionati, uno solo per gli italiani e l’altro che consente l’utilizzo degli stranieri, la Pro si distingue, arrivando a conquistare di nuovo la vittoria nel 1909 e poi per ben tre volte di fila tra 1911 e 1913. Nonchè  a “costringere” la Nazionale a schierare ben nove calciatori della squadra piemontese in un’amichevole contro il Belgio.

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La Pro Vercelli vincitrice del Campionato Federale del 1909

Poi però arriva la guerra e, dopo di essa, il nemico più grande per la Pro Vercelli. Il professionismo. Che non verrà accettato dalla ormai FIGC fino al 1926, ma che già all’inizio degli anni Venti comincia a insinuarsi nel calcio italiano. Molte squadre cominciano a pagare sottobanco i propri calciatori. Molti, ma non la gloriosa Pro, che continua a rifiutarsi di versare emolumenti clandestini a chi indossa la sua maglia bianca. Che continua a mietere successi, incamerando il sesto ed il settimo titolo nel 1921 e nel 1922. Si tratta di due Scudetti molto particolari, perchè conquistati nel momento forse più confusionario della storia del nostro campionato. La finalissima del 1921 contro il Pisa è preceduta da una fase finale contraddistinta da problemi di ordine pubblico in molte delle gare. Il campionato successivo è addirittura scisso in due federazioni, la FIGC e CCI, con i bianchi che si aggiudicano quest’ultimo, poi riconosciuto anche dalla FIGC.

Ma, oltre al caos, i nodi economici stanno venendo al pettine e l’anno successivo, all’ennesima richiesta dei calciatori di ricevere un compenso, la dirigenza risponde con una lettera, invitando ad andarsene chi non volesse rispettare il dilettantismo. Arrivano quindi in sede due lettere di dimissioni, quella di Gustavo Gay e soprattutto quella di Virginio Rosetta. I due vengono, come si usa dire oggi, messi fuori rosa, ma non possono cambiare squadra se non vengono inseriti nelle liste di trasferimento e, problema ancora più spinoso, se non residenti nella città del club dove vogliono trasferirsi. Per Gay, che si accasa al Milan, la questione è subito risolta con un contratto di un’azienda che sostiene che il calciatore vive a Milano. Per Rosetta, che vorrebbe andare alla Juventus, di cui era appena diventato presidente Edoardo Agnelli, nasce un caso nazionale.

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Virginio Rosetta con la maglia della Juventus

La Pro Vercelli continua a negare il trasferimento al futuro difensore bianconero, che però viene schierato dalla Juventus in diverse partite, venendo anche pagato dalla società torinese. Il contenzioso va avanti e costa alla Juventus la qualificazione alle finali del campionato 1923/24, dato che la Lega Nord, l’organismo che prima del compromesso del 1926 organizzava il campionato dell’Alta Italia, trasforma i risultati delle partite in cui i bianconeri hanno fatto giocare il difensore in sconfitte a tavolino. Il caos coinvolge anche la Nazionale quando Rosetta, in aperto contrasto con la federazione, rifiuta la convocazione per le Olimpiadi di Parigi. Viene raggiunto un accordo, ma il calciatore gioca “ufficialmente” in Francia come giocatore della Pro. All’inizio del campionato successivo la norma che prevedeva l’obbligo di residenza nella città del club viene abolita, ma il nodo viene sciolto. La Pro Vercelli continua a rifiutarsi di inserire il calciatore nella lista di trasferimento. Verrà convinta, dopo molti sforzi, da un indennizzo di cinquantamila lire da parte della Juventus.

Che, moltiplicate per il numero dei calciatori in campo, fa 550mila. Numero che, nell’immaginario collettivo dell’epoca, resta il valore (seppur calcolato non esattamente con parametri sensati) di quella Pro Vercelli. Il numero che conta, invece, è il sette. Quello degli Scudetti vinti, in neanche quindici anni, in un calcio molto diverso. Che non c’è più. E che, nonostante fosse caratterizzato da episodi non proprio edificanti, di certo era più limpido di quello odierno. Quasi candido. Come quella gloriosa maglia bianca.