Paolo Valenti

Nei giorni scorsi si era sparsa la voce, poi nettamente smentita, di un possibile ritorno di fiamma tra l’AS Roma e la Barilla, storico sponsor della società giallorossa a partire dalla stagione 1981-82, sfoggiato ininterrottamente negli stadi d’Italia e d’Europa fino all’annata 1993-94, la prima gestita dal presidente Franco Sensi. Un tuffo nel passato che il presidente Lotito ha già fatto sull’altra sponda del Tevere, essendo ricomparsa nelle ultime giornate del campionato appena concluso sulle maglie della Lazio, già logate con l’aquila stilizzata degli anni 80, la scritta Seleco, sponsor anch’esso risalente ai tempi del dualismo Duran Duran – Spandau Ballet.

La curiosa divisa dell’Udinese con lo sponsor sui calzoncini

Insomma, un’operazione casualmente vintage che riporta la memoria ai primordi delle sponsorizzazioni, risalenti ai primi anni ottanta. Per la precisione al campionato 1981-82, quando la Federazione si arrese alle richieste sempre più pressanti avanzate dalle società che, conoscendo le potenzialità economiche derivanti dell’abbinamento tra il proprio nome e quello di un’azienda finanziatrice, avevano già da qualche anno posto sul tavolo la questione. In questo senso le più ardite furono l’Udinese e il Perugia. Il patron della prima, Teofilo Sanson, noto proprietario dell’omonima industria di gelati, cavillò tra le pieghe del regolamento, che testualmente prevedeva solo il divieto della presenza di sponsor sulle “maglie” da gioco, per inserire il nome della sua azienda sui pantaloncini delle zebre del Friuli. Era la stagione 1978-79.

L’anno dopo toccò al Perugia di Franco D’Attoma aggirare le regole attraverso la costituzione di un maglificio che portava lo stesso nome della pasta Ponte, il cui marchio comparve sulle casacche del Perugia sotto le mentite vesti dello sponsor tecnico, all’epoca già autorizzato a comparire sulle divise da gioco. In entrambi i casi, nonostante l’arguzia delle operazioni, la Federazione sanzionò questi comportamenti e vietò l’utilizzo delle maglie sponsorizzate. In ogni caso, sia i gelati Sanson che la pasta Ponte ebbero un ritorno d’immagine e di fatturato molto buono, probabilmente superiore a quello che avrebbero ottenuto se le sponsorizzazioni fossero state già consentite.

La divisa del Perugia targata “Ponte”, con il marchio camuffato da sponsor tecnico

Era, però, il segnale del fatto che i tempi erano ormai pronti per accogliere la novità e aprire le porte all’ingresso nel mondo del calcio di capitali freschi che rendessero più sostenibili per i proprietari i costi di gestione. Così, dalla stagione 1981-82, sulle divise delle squadre di serie A cominciarono a comparire i nomi di aziende facilmente riconducibili alla quotidianità della gente. I campioni d’Italia della Juventus legarono il loro nome agli elettrodomestici Ariston. Il Bologna dell’esordiente Roberto Mancini propose per le mura domestiche degli italiani le cucine Febal, mentre l’Udinese, passata nelle mani della Zanussi, appose una zeta rossa all’altezza del pettorale sinistro. Inter e Genoa andarono sull’elettronica (Inno-Hit e Seiko, produttore di orologi all’epoca vendutissimi); Milan, Fiorentina e Ascoli promossero marchi d’abbigliamento (Pooh Jeans, j. d. farrow’s e Pop84).

La Roma, come riportato, cominciò il suo lungo sodalizio con la pasta Barilla che, ancora oggi, i tifosi giallorossi ricordano con la lacrimuccia. Vuoi per i ricordi legati all’attesissimo scudetto del 1983 e in parte per le belle campagne pubblicitarie che l’azienda di Parma mandò on air in quegli anni, dall’”Obrigado Barilla” pronunciato da Falcao davanti a un bel piatto di pasta allo spot televisivo del bambino che trova la felicità entrando allo stadio senza biglietto grazie al buon cuore di un addetto agli ingressi. La smentita del possibile accordo è un’occasione persa per la città di proporsi come capitale vintage della serie A: coi tempi che corrono nei dintorni del Campidoglio, sarebbe stato un primato apprezzabile.