Nicola Ghittoni

Fabrizio De André uno di noi. Se pensavate di non avere niente in comune con Faber, avete torto. Frugate nelle scartoffie custodite nei vostri cassetti. La risposta è lì. I vostri versi giovanili? Seeee, vi piacerebbe. Acqua. Le lettere d’amore? Fuochino, ma non nel senso che credete. Se è possibile, stiamo parlando di manoscritti dei quali vi vergognate ancora di più. (Preferireste far leggere alla vostra compagna l’intera corrispondenza con la ex piuttosto che QUELLE carte). Sì. Quelle carte lì. (Fuoco!). Gli elenchi di calciatori. La top 11, la squadra ideale di tutti i tempi, i consigli per il prossimo mercato etc etc… (che la vostra compagna ci creda o no, anche queste sono lettere d’amore). Ecco l’anello di congiunzione tra voi e uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi. Gli elenchi. Li faceva anche lui. Ne riempiva interi quaderni. (Ma tenetevelo per voi, non correte a vantarvene con la vostra compagna: potrebbe non esserle sfuggito che, nei ritagli di tempo tra un’asta di fantacalcio e una partita di calcetto, non vi è mai capitato di scrivere “Via del campo”. A De André poteva invece accadere, accanto alle pagine dove elencava “Eranio Caricola Signorini Ruotolo”, di appuntare cosucce come “Figlio bello e audace/bronzo di Versace/figlio sempre più capace/di giocare in borsa/ di stuprare in corsa”. Insomma, ci siamo capiti. Evitate).

Storia del Genoa: parole e musica di Fabrizio De André

La scelta del Genoa di scendere in campo con una citazione di Faber sulla maglia è un’ottima occasione per ricordare il rapporto viscerale del cantautore con la sua squadra del cuore. Non vogliamo qui elencare i sintomi di questa malattia: lo ha già fatto il collega Tonino Cagnucci in un libro tanto documentato quanto appassionato, ”Il Grifone fragile”.

Vogliamo partire dalla frase scelta dai rossoblù per la maglia di domenica: “Al Genoa scriverei una canzone d’amore, ma sono troppo coinvolto” . Tranquillo Fabrizio, ci pensiamo noi. Sarà un doppio album, come il live con la Pfm: due vinili, quattro facciate. E useremo proprio le tue canzoni. Il disco inizia a girare, la puntina scende lentamente, un crepitio dalle casse e inizia il viaggio.

“Ottocento”

1893, per l’esattezza. E’ in questo anno, e in questo secolo, che inizia la storia del “Genoa Cricket and Athletic Club”. Il calcio arriverà tre anni dopo. Nel 1898 il Genoa non è ancora rossoblù, parla inglese, e diventa la prima squadra a laurearsi campione d’Italia.

“Un medico”

Quando nel 1896 James Spensley avvistò la Lanterna era solo il medico di bordo di una nave inglese. Ma quando mise piede sulla terraferma, nel porto di Genova, il calcio in Italia aveva mosso il suo primo vero passo. Portiere, difensore, dirigente, arbitro, è stato il vero instancabile pioniere di quella che oggi conosciamo come la serie A. Tutt’altro che un “dottor professor truffatore imbroglione”, la sua vicenda ricorda piuttosto quella di un altro personaggio di De André: Spensley morirà nel 1915 in Germania, in seguito a una ferita riportata mentre in battaglia prestava soccorso a un soldato nemico. La sua personale “Guerra di Piero” si conclude nella fortezza di Magonza.

“La ballata dell’eroe”

Marassi per gli amici, all’anagrafe Luigi Ferraris. Lo stadio più bello d’Italia (non segue discussione) è intitolato a un’ex gloria rossoblù. La parola “gloria” avrebbe strappato a De André un sorriso sarcastico: Luigi Ferraris è il primo caduto genoano della Grande Guerra, partito volontario per il fronte e, per dirlo sempre con le parole del nostro, “ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia” (Monte Maggio, per la precisione). Nello stadio che porta il suo nome, sotto la terra dal lato della Gradinata Nord, era stata seppellita la sua stella d’argento al valore militare: del promettente centromediano “è rimasta la gloria/di una medaglia alla memoria”.

“Si chiamava Gesù”

Esordio in campionato a 15 anni, debutto in Nazionale a 16: è il primo “golden boy” del calcio tricolore, la prima stella nostrana, e uno dei primi soprannomi di calciatore a entrare nell’immaginario collettivo del Paese. “Il figlio di Dio”, così l’Italia impara a conoscere Renzo De Vecchi, diciotto stagioni e tre scudetti con il Genoa. Sono gli anni a cavallo della Prima Guerra Mondiale. Quando il giovanissimo terzino esordisce nel 1909 con la maglia del Milan, da due anni la Federazione ha deciso di chiudere le porte del campionato ai giocatori stranieri. “Il figlio di Dio” è la risposta ai pionieri anglosassoni che fino ad allora avevano monopolizzato il gioco (“Al dio degli inglesi non credere mai”, avrebbe sintetizzato Faber). Se l’accostamento con una canzone spirituale come “Si chiamava Gesù” vi sembra irriguardosa, siamo disposti a fare ammenda e – sempre con De André – a recitare dieci volte il testo di “Un blasfemo”.

Intermezzo numero uno
1948, Fabrizio De André ha 8 anni. In una lettera a Gesù Bambino chiede in dono una “divisa da giocatore del Genoa” e un “vestito da cowboy”. Sedici anni dopo quei due desideri si presenteranno a Genova. Riuniti in una sola persona.

“Il fannullone”

A una quarantina d’anni dall’ultimo scudetto dei rossoblù di De Vecchi, un’altra divinità fa tappa a Marassi. E’ quello che i veronesi ribattezzeranno “Dio Zigo”, ma nel 1964 la rivelazione non è ancora compiuta. Il ragazzo ha 20 anni e i capelli ancora in ordine. Non segna carrettate di gol, ma sa scegliere le sue vittime: nei derby colpisce con puntualità. E‘ arrivato a Genova per rimpiazzare Gigi Meroni, appena ceduto al Torino: una staffetta più “deandreiana” non si potrebbe immaginare. Talentaccio anarchico, generoso e lunatico, immarcabile dentro e fuori dal campo, Gianfranco Zigoni sembra uscito da una canzone di Faber. “Un matto”, certo. O “La cattiva strada”. Ma è forse il “Fannullone” la migliore fotografia di quell’impasto di genio e indolenza, pronto ad accendersi all’improvviso dopo aver ciondolato per il campo in cerca d’ispirazione. Certo, il suo alter ego musicale danza sotto ai lampioni, mentre Zigo preferisce spegnerli scaricandoci contro la sua Colt 45. Perché “il Pelè bianco” (così si è autoproclamato) ama atteggiarsi, e anche vestirsi da cowboy. Come quel giorno al Bentegodi, seduto in panchina dopo un litigio con l’allenatore Valcareggi, panama in testa e pelliccia sulle spalle per protesta. Avete presente Bob Dylan sulla copertina di “Desire”? (che poi è l’album di “Romance to Durango”, in seguito tradotta da De André).

“Marcia nuziale”

Gli Anni ’60 regalano un’altra storia che sembra presa di peso dal canzoniere di De André. Il passaggio di José Germano al Genoa dura lo spazio di 12 partite, ma il suo nome finirà sulla bocca di tutti. No, non per le prodezze in campo. Il suo amore “proibito” con la giovanissima contessa Giovanna Agusta sarà uno dei casi di cronaca del decennio: da una parte il ragazzo che i giornali amano presentare come il primo nero della storia del nostro campionato (“Negro” e “Banana” pare fossero alcuni degli incitamenti usati in allenamento da Gipo Viani e Nereo Rocco per arginarne l’anarchia tattica) , dall’altra l’ereditiera ancora minorenne (la maggiore età si raggiungeva a 21 anni). “Poveri straccioni e grandi signori”. Il signor conte si oppone al matrimonio, ma nulla può contro la volontà della figlia: se non potrà essere una cerimonia sfarzosa come censo e rango le permetterebbero, allora saranno “povere nozze”. Sono celebrate l’17 giugno del 1967 in un anonimo municipio alla periferia di Liegi, dove la contessa è scappata per raggiungere il suo José. E’ incinta. La figlia si chiamerà Lulù. Tre anni dopo il matrimonio è già finito, lo scandalo ingiallisce con le pagine dei rotocalchi, neanche una canzone a ricordarlo.

“Giugno ‘73”

Una pagina strappata dal diario di De André. Da una parte uno dei suoi testi più struggenti, la storia di un amore che finisce. Sul retro, una formazione: Spalazzi Manera Ferrari… E’ il Genoa che nel giugno del 1973 torna in serie A dopo otto anni di purgatorio (non accadeva dal 1964-65, ultima stagione di Zigoni in rossoblù). Continuando a scorrere l’undici titolare spuntano i nomi di Maselli, Perotti e Simoni, tre che al Ferraris torneranno da allenatori.

“Il re fa rullare i tamburi”

Solo un anno nella massima serie, poi la giostra riparte. Ma nelle due stagioni in B la Gradinata Nord trova un nuovo beniamino, e i tamburi della curva prendono a rullare per il re, anzi, “O Rey di Crocefieschi”. Roberto Pruzzo è un ragazzo taciturno che sembra già uomo, “un generale generale di vent’anni, occhi turchini” , baffi da Custer, che trascina a suon di gol le truppe rossoblù di nuovo in paradiso. Anche quando si trasferirà a Roma (dove troverà la gloria ma anche, in una maledetta notte di maggio, la sua Little Big Horn), sceglierà Marassi per segnare il gol più importante della sua carriera, quello dello scudetto giallorosso.

“Hotel Supramonte”

“Come è finita Genoa-Taranto?”. 22 dicembre 1979, De André è appena stato liberato con la compagna Dori Ghezzi dopo un sequestro di quasi quattro mesi in Sardegna. Tramuta in poesia anche quell’esperienza: nasce così “Hotel Supramonte”. Più prosaici i suoi rapitori, che racconteranno di un Faber rabbuiato all’apprendere di una sconfitta del Grifone contro la Ternana. I risultati della sua squadra erano il suo unico contatto con il mondo esterno. Il Genoa chiuderà la stagione a metà classifica, la Ternana finirà retrocessa in serie C. Così impara.

“Rimini”

Gli anni ’70 del Genoa, un’altalena infinita di promozioni e retrocessioni. Il decennio rossoblù si conclude come era iniziato, con un salto di categoria. Scherzi del destino, l’invitato alla festa è sempre il Rimini. Lo era stato nel 1971, ultima giornata al Ferraris, il Grifone che vola di nuovo in B. Lo è di nuovo il 21 giugno del 1981, ancora all’ultima giornata: in uno stadio ancora inviolato arriva un Rimini già sazio e salvo, che si inchina ai gol di Odorizzi e Boito. Si torna tra i grandi.

Intermezzo numero due
Arrivano gli anni ’80. De André firma il suo capolavoro, e lo fa nella lingua dei caruggi. Il Grifone continua le sue discese ardite e le sue risalite. Poi i ’90, la cavalcata europea del Genoa di Bagnoli, nei tifosi la fugace illusione di essere “anime salve” almeno per qualche anno.

“Le storie di ieri”

“Che strane creature”. Quando De André incide la canzone scritta dal collega De Gregori, così definisce “i poeti”. (Nella versione registrata un anno più tardi, il cantautore romano le definirà “brutte creature”). Tra i ruoli che hanno scritto la poesia del calcio, l’ala destra occupa un posto particolare. Perché non ha solo ispirato poeti, ma è stata anche abitata da poeti. Al Genoa la tradizione è particolarmente radicata: in pochi anni vestono la maglia numero 7 rossoblù Meroni e Zigoni, Bruno Conti e Pasolini. Sì, proprio Pier Paolo Pasolini, in un’amichevole di beneficenza nel maggio del 1975, pochi mesi prima che una mano ancora ignota scriva l’ultimo capitolo della sua “storia sbagliata”.

storia genoa de andré

Pier Paolo Pasolini indossa la maglia numero 7 del Genoa in una amichevole.

Nel 1980 la tradizione si rinnova, e nel migliore dei modi: accettando un ingaggio in B arriva dal Torino Claudio Sala, “il Poeta del gol”. Durerà solo due stagioni: la prima gli sarà sufficiente per riportare la squadra nella massima serie, la seconda per guadagnarsi un posto nella Hall of Fame del Grifone.

“Mégu megùn”

Non solo Spensley. C’è un altro dottore ad avere un posto speciale nella storia del Genoa. Si chiama Pier Luigi Gatto, è il medico sociale della squadra. E’ lui che il 22 novembre del 1981 risoffia la vita nel corpo esanime di Giancarlo Antognoni, il capitano della Fiorentina accasciatosi a terra dopo il terribile scontro con il portiere rossoblù Martina. Massaggio cardiaco e respirazione bocca a bocca, e il cuore di Antognoni torna a battere. E con lui il cuore di tutti i tifosi.

“Bocca di rosa”

Il Papero, l’eroe di Anfield, il gemello diverso del gigante Skuhravy. Pato Aguilera è un idolo della Gradinata Nord negli anni più gloriosi della recente storia rossoblù. C’è la sua firma nella cavalcata europea del ’91-’92, ci sono le sue impronte quando il Genoa, prima squadra italiana della storia, riesce a scassinare la cassaforte inespugnabile del Liverpool. Che “non si trattava di un missionario”, con quell’occhio furbo, se n’erano accorti tutti, al suo arrivo a Genova. Così, quando nel 1994 il Tribunale di Genova lo condanna a due anni di carcere per sfruttamento della prostituzione, Aguilera non vede intaccata di un briciolo la sua popolarità. Anzi (a giudicare da alcuni striscioni rivolti alle tifose di sponda blucerchiata…). Ma visto che “il cuore tenero non è una dote di cui siano colmi i carabinieri”, quando arrivano davvero “quattro gendarmi con i pennacchi e con le armi”, Aguilera è già volato a casa, in Uruguay, per mettersi al riparo. Dovrà aspettare più di dieci anni, e un provvidenziale indulto, per tornare a Genova ed essere portato in processione dai suoi tifosi.

“Il bombarolo”

Campione del mondo. Figura chiave del Genoa di Bagnoli. In una parola: Branco. Per spiegare la dedica non servono invece parole. Bastano due immagini, e una manciata di secondi.

Intermezzo numero tre
Volta la carta, siamo alla metà degli anni ’90. Tramonta l’epopea del Genoa di Bagnoli, il racconto in musica vira su accordi in minore. E’ l’ultimo lato di questo doppio vinile, l’ultima tappa del nostro viaggio. E’ tempo di commiati.

“Amico fragile”

Gianluca Signorini. Libero. Uno dei giocatori più amati dai tifosi. Una delle parole più amate da De André. Nessuno indosserà più la numero 6 del Genoa.

“Andrea”

L’esordio in serie A, il gol salvezza al Milan, il debutto in Nazionale, l’eredità di Cabrini. Tutto in due anni. La carriera di Andrea Fortunato è una galoppata sulla fascia, la malattia che lo stronca è il più mancino dei tiri. “Cominciai a sognare anch’io insieme a loro/poi l’anima d’improvviso prese il volo”. Sembra un verso scritto apposta per lui. Ma la canzone da cui è tratto la teniamo per l’ultima dedica.

“Un malato di cuore”

Quest’ultima parte del viaggio è una Spoon River rossoblù, ma non c’è spazio per la tristezza. Non con Franco Scoglio. Tra i vicoli della città vecchia sembra ancora di sentirlo chiamare: “Vecchio professore, cosa vai cercando?”. Sulla collina lo immaginiamo dormire malvolentieri, febbrilmente impegnato a parlare di tattica e filosofia, di Leopardi e “zona sporca”. Sempre dritto al punto: “Io non faccio poesia, io verticalizzo”. Amante del mare, malato del Grifone. Nato per intendersi con Faber. “Morirò parlando del Genoa”, aveva confidato a un amico. Così è stato. Il cuore lo tradisce mentre in diretta tv discute con il presidente Preziosi. “Qualcuno dirà che c’è un modo migliore”. De André non sarebbe d’accordo. Non lui, il cantore degli irregolari, l’intellettuale che ha chiesto di essere cremato con una sciarpa rossoblù, malato come noi di smisurata passione.