Francesco Cavallini

18 giugno 1815. Sui campi del Brabante, resi impraticabili da una violenta pioggia, si affrontano i resti delle truppe del Primo Impero Francese, guidate da Napoleone Bonaparte, e l’esercito della Settima Coalizione, gli inglesi di Wellington ed i Prussiani di von Blücher. I transalpini vengono severamente sconfitti e neanche un mese dopo Napoleone si consegna alla marina britannica. È la fine del Piccolo Caporale. È la battaglia di Waterloo.

Waterloo rappresenta un momento così cruciale della storia degli ultimi due o tre secoli, che il termine stesso ha ormai acquisito il significato di disfatta, di rovinosa sconfitta. In realtà più di qualcuno aggiunge anche il concetto di stop inatteso di una forza che fino a quel momento sembrava inarrestabile. Idea errata, che al massimo può essere associata alla battaglia di Lipsia. Nonostante ciò, l’utilizzo di Waterloo come nome a sè stante più che come toponimo è comune. Soprattutto nello sport, che in fondo quasi sempre ricalca le dinamiche della guerra. Ci si scontra, c’è chi vince e c’è chi perde. E a volte, come a Waterloo, chi perde non si rialza più.

La caduta degli Invincibili

L’esempio più fulgido, quasi veramente napoleonico, ce lo offre il calcio, con una squadra che sembrava invincibile, tanto da guadagnarsi questo esatto soprannome. È il Milan, prima di Sacchi e poi di Capello. Due Coppe dei Campioni con il tecnico di Fusignano, poi con l’arrivo del friulano fioccano gli Scudetti e parte il nuovo assalto all’Europa. La Lipsia rossonera arriva nel 1993, abbastanza comprensibilmente in Germania, a Monaco di Baviera. A imporre lo stop inatteso alla Grande Armata costruita da Berlusconi sono, ironia della sorte, i francesi del Marsiglia. È la fine di un ciclo? No, perchè il primo esilio, Bonaparte insegna, dura poco. Un anno dopo, ad Atene, un Milan al culmine dei suoi personalissimi Cento Giorni devasta il Barcellona di Cruijff. L’Impero è risorto. Ma esattamente come quello Francese, non dura molto, perchè altri 370 giorni più tardi arriva la caduta definitiva. È il giovane Ajax di van Gaal a mettere la parola fine a un Milan destinato a rimanere nella storia. I rossoneri vinceranno un altro Scudetto, eppure la sconfitta di Vienna segna metaforicamente il termine dell’era Capello. Arriveranno altri allenatori, altri campioni, ma il Milan degli Invincibili rimane battuto sul campo dell’Ernst Happel Stadion.

L’Ernst Happel Stadion di Vienna

Il crollo di Iron Mike

Da un punto di vista individuale, nessuno incarna meglio il concetto di trionfo e caduta meglio di Mike Tyson. Iron Mike, il più giovane campione del mondo dei massimi di tutti i tempi. Una forza inarrestabile, un violentissimo tornado che per cinque lunghi anni, dal 1985 al 1990, non lascia scampo a nessuno. Impietosi K.O. tecnici, avversari buttati giù come sagome già alla prima ripresa. Quella di Tyson è una guerra, che non lascia scampo a nessuno. Una Lipsia però ce l’ha anche Iron Mike, e fa molto scalpore. James Douglas, l’underdog quotato 42 a 1, gli toglie il titolo nella lontana Tokyo in un giorno del 1990, con un K.O. alla decima ripresa che scuote letteralmente il mondo e che abbatte le fondamenta della fortezza Tyson. Che crolla, improvvisamente e clamorosamente. La perdita dell’amata sorella Denise, le accuse di violenza sessuale ai danni di Desiree Washington e quattro lunghi anni di carcere. Nel 1996 un Mike invecchiato (nonostante i 30 anni appena compiuti) e incattivito sfida due volte il campione del mondo Evander Holyfield. Nel primo match arriva il K.O. tecnico all’undicesima ripresa. La rivincita termina nel sangue, quello del campione in carica, morso a un orecchio da Tyson. Stavolta, nonostante qualche infruttuoso tentativo di tornare sul ring, è finita sul serio.

La locandina del secondo match tra Holyfield e Tyson

L’ossessione di Borg

A volte poi la sconfitta, seppur non particolarmente netta, è talmente inaccettabile da significare comunque l’inizio del declino di una carriera splendida. È il caso di Björn Borg, che a soli ventisei anni abbandona il tennis dopo undici titoli dello Slam e cento settimane in vetta al ranking mondiale. Il suo assassino (sportivamente parlando) è John McEnroe, un altro che con la gloria e la caduta ha un rapporto molto particolare. Se si esclude l’Australian Open, mai seriamente preso in considerazione dallo svedese, il cruccio di Borg è lo US Open, mai vinto nonostante quattro finali. A far vacillare la sicurezza del campione di Stoccolma è l’atto conclusivo dell’edizione 1980. In un match passato alla storia, Johnny Mac trionfa in cinque set e si aggiudica il suo secondo Slam. Sul 3-3 della quinta partita la chiamata di una palla dubbia destabilizza Borg, che concede il servizio con un doppio fallo e perde di fatto l’incontro. L’occasione di rifarsi arriva un anno dopo, sempre a Flushing Meadows. Stavolta il dominio dello statunitense è netto e il sei volte vincitore di Wimbledon deve inchinarsi senza scuse. Mac incassa trofeo e primo posto nel ranking. Per Borg è l’inizio della fine. Neanche un anno dopo appenderà la racchetta al chiodo, tanta è la delusione che lo US Open 1981 gli lascia addosso.

Borg vs McEnroe film

Björn Borg e John McEnroe

Di Waterloo sportive ce ne sono tante, troppe da elencare in maniera esaustiva. È naturale, soprattutto se si considerano i grandi cicli vincenti di squadre o singoli atleti. Non perdere mai, per quanto auspicabile, è impossibile. Come lo è, tranne nei rarissimi casi in cui un atleta si ritira al top, rimanere costantemente sulla cresta dell’onda. E quindi compagini che appaiono invincibili si sfaldano, personaggi che dominano il proprio sport si eclissano all’improvviso. Non c’è sempre un singolo momento a dare il via al declino verso l’anonimato, ma spesso questa spinta arriva in un attimo ben preciso. Come la finale della Coppa Campioni del 1962, in cui il Benfica vince il suo secondo titolo consecutivo contro il grande Real, quello di Puskas e Di Stefano, capace di aggiudicarsi la Coppa per cinque edizioni consecutive e alla ricerca del rilancio dopo l’eliminazione patita un anno prima contro i rivali del Barcellona. Crollano i Blancos che, dopo un timido tentativo di ripresa con la Sesta del 1966, dovranno attendere altri 31 anni per tornare sul trono d’Europa. O come il già menzionato Barça di Cruijff, il Dream Team che dopo cinque anni di dominio assoluto affonda sotto i colpi del Milan. 

Ed è giusto concludere questa panoramica con una storia forse meno conosciuta ma altrettanto significativa. Aleksandr Karelin è considerato il più grande lottatore greco-romano di tutti i tempi. Dal 1987 al 2000 il russo (prima sovietico) ha stabilito un record difficilmente eguagliabile, mantenendo per ben tredici anni l’imbattbilità nelle competizioni internazionali. Il suo palmares è impressionante, solo ed esclusivamente medaglie d’oro, nove mondiali, dodici europee e tre olimpiche (sotto tre bandiere diverse, URSS, CSI e Russia, altro record complicato da infrangere). A Sydney l’Orso Russo, ormai trentatreenne, punta al poker per chiudere la carriera perfetta. Arriva comodamente in finale, dove affronta l’americano Rulon Gardner che però riesce nell’impossibile impresa di surclassare l’imbattibile lottatore. Per Karelin la sconfitta in Australia è allo stesso tempo Lipsia e Waterloo, perchè lascia le competizioni subito dopo aver assaggiato per la prima volta in carriera l’onta della medaglia d’argento.

Ogni storia, ogni ciclo è destinato prima o poi a concludersi. Alcune stelle si spengono lentamente, scivolando in una normalità che non gli appartiene. Altre invece implodono fragorosamente, mandando improvvisamente in frantumi tutto ciò che negli anni hanno saputo costruire. Quell’attimo, nello sport e nella vita, lo chiamiamo Waterloo. Quando l’ultima cannonata è stata esplosa e la forza di rialzarsi, per la prima volta, non c’è.