Francesco Paolo Traisci

Nella precedente puntata ho introdotto la questione dei diritti audiovisivi e della loro ripartizione nella nostra massima serie. Adesso parliamo di numeri concreti: nel 2015-2016 i diritti audiovisivi della serie A hanno fruttato 1 miliardo e 169 milioni. Tolte le commissioni per l’Agente Infront (incaricato della procedura di vendita, con strascichi giudiziari attuali che potremmo analizzare in una prossima puntata) e le spese di mutualità appena vista, le squadre di Serie A possono dividersi 924, 3 milioni, che sono stati ripartiti secondo i criteri decisi nell’assemblea di Lega del 26 febbraio approvata quasi all’unanimità (contrari solo Palermo e Chievo).

lega

Ossia, per 809 (montepremi netto della precedente stagione) per 40% diviso in parti uguali, 30% in base al bacino di utenza (25% sul risultato delle ricerche sul tifo e 5% sul numero degli abitanti della zona interessata, tanto che a Roma e Lazio è stata riconosciuta più del doppio della quota di Milan ed Inter ad ancor di più rispetto a città più piccole come Firenze) e 30% in base ai risultati.

Quest’ultimo criterio, poi, è stato a sua volta frazionato in 10% per la storia sportiva (risultati dal 1946 in poi), 15% per i risultati dei 5 ultimi campionati e solo 5% per quelli relativi alla stagione in corso. L’eccedenza di 115 è stata però divisa diversamente: oltre al 40% di legge uguale per tutti, i restanti saranno divisi esclusivamente in base ai risultati ottenuti nell’attuale stagione: 15% per la prima, la seconda e la terza (e quindi Juve, Napoli e Roma, a prescindere dall’ordine finale fra queste due); 10% per quarta, quinta e sesta; 8% per la settima; 7% per l’ottava; 5% per nona e decima e 1 milione per ciascuno per chi si piazza fra l’undicesimo ed il 17 posto; niente per le retrocesse.

Quindi arrivare fra le prime 10 e poi più in alto possibile fra queste ultime può portare bei soldini nelle casse sociali (per capirci ogni 1% equivale a circa 620 mila euro, quindi fra la terza e la quarta ci sono 3.1 Milioni di differenza, fra la sesta e la settima 1,2 ecc.).

Juventus vs Carpi - Serie A Tim 2015/2016

Tiriamo le somme: in base all’applicazione di tutti questi parametri la quota dei singoli club per la ripartizione dei diritti televisivi varia enormemente: si va dai 103,1 milioni spettanti alla Juve ai 22 di Carpi e Frosinone. Un’enormità! E questo perché? Perché alle due neopromosse è stato riconosciuto ben poco oltre alla quota uguale per tutti (18,5 Mln.), poco per il bacino di utenza, pochissimo per risultati sportivi.

Tutti contenti? A parole sembra di sì, essendo questa ripartizione passata quasi all’unanimità (con i soli voti contrari di Chievo e Palermo che peraltro ha impugnato la delibera in sede giudiziale). A farne le spese probabilmente è la competizione. Come ha infatti evidenziato l’Autorità per la concorrenza (l’Antitrust per intenderci) le squadre ricche saranno sempre più ricche per la loro storia, per il loro blasone, per il bacino d’utenza e quelle minori resteranno tali non avendo, quanto meno inizialmente, i fondi per allestire squadre competitive perché i profitti e quindi i fondi da reinvestire non dipendono se non in minima parte dai risultati (a meno di non aver un patron che finanzia massicciamente). Ma ciò pare in parte contraddetto dall’ultima ripartizione. Infatti la quota aggiuntiva ha premiato i risultati dell’ultimo campionato ben oltre quanto avvenuto in passato. I 5 milioni in più attribuiti al Sassuolo ne sono un ottimo esempio! Per non parlare degli incentivi per le squadre che si qualificano per le Coppe Europee e della distribuzione dei diritti televisivi relativi a queste ultime.

Si tratta di somme ingenti che rappresentano una buona fetta del budget delle nostre squadre. Andando a vedere oltre le Alpi, si tratta dello stesso ammontare che si spartiranno le squadre della Liga spagnola. Ma di gran lunga inferiore a quello delle squadre di Premier, che nel prossimo triennio, oltre a spartirsi il doppio rispetto a quelle nostrane per la vendita all’interno del mercato nazionale, avranno un ulteriore “regalo” di 1,2 Milioni provenienti dalla vendita all’estero per arrivare quindi a quasi 3,6 Miliardi annui. Ecco una delle differenze fra il nostro calcio e quello inglese: l’appeal all’estero! E questo si riverbera anche negli enormi ricavi ottenuti grazie al merchandising ed al licensing (che come abbiamo detto sono due modi diversi di fare marketing, ossia di commercializzare il “prodotto” calcio): chi di noi non ha a casa una vecchia maglia di club inglese anche se sconosciuto?

premier

E’ ormai tutto una questione di marketing: le forti disparità fra campionato e campionato non sono più dovute solo all’affluenza dei tifosi allo stadio (anche se da noi appare sempre più necessario un adeguamento delle strutture sportive) ma alle somme distribuite attraverso altri canali. Su questo eventualmente una riflessione si impone, così come si impone in ottica di concorrenzialità delle nostre squadre nelle competizioni europee anche una riflessione su altri aspetti di “arretratezza” del nostro calcio che hanno trasformato il campionato più bello del mondo, quello in cui anche le cosiddette provinciali potevano disporre di fuoriclasse di fama mondiale, in un campionato indubbiamente inferiore ad altri (ed i risultati dei nostri club in Europa lo mostrano chiaramente)!