Stefano Impallomeni

Alvaro Morata al minuto numero 110 fa felici un po’ tutti. La Juve centra la storia. Nessuna squadra in passato era riuscita nell’impresa di vincere per due anni di seguito Scudetto e Coppa Italia. Il suo “drop” su assist di Cuadrado fa brillare gli equilibri e una partita in cui il Milan, a sorpresa, gioca molto bene ma al tempo stesso fa a pugni con i suoi limiti. Kucka e Poli ci provano. Pure Honda e Montolivo. Non sono tiri, solo carezze. Bacca attende nascosto un’occasione che non arriva mai. La Juventus delude, rischia con il fuoco ma alla fine la sua qualità tira la riga delle differenze. Alex Sandro, Cuadrado e Morata entrano e non è un caso che il destino cambi. Irrompe un’altra intensità, arrivano giocate importanti. Ne basta una per mettere il fiocco alla stagione straordinaria e dare i preliminari d’Europa League al Sassuolo.

Morata: l’arma segreta per essere Allegri

Allegri trionfa con l'”Armato”, anagramma vincente e costante del suo periodo bianconero. Un ragazzo spagnolo con la faccia da schiaffi (in senso positivo del termine), che a Madrid quando entrava veniva osannato. Morata è un calciatore speciale. Sa essere bisonte, tecnicamente forte nello stretto, acrobatico, decisivo e, se sta bene, immarcabile. E ha una dote: fa il suo sia dall’inizio che in corsa. Il suo ingresso è stato tardivo, ma la storia ci racconta che Allegri ha azzeccato il momento giusto per farlo entrare. È il segno inconfutabile dei predestinati, degli allenatori che guardano bene la partita, scelgono con freddezza i cambi che hanno a disposizione. La fortuna poi fa il suo corso e aiuta chi rischia maggiormente. Allegri cannibale. Una tripletta in casa. Supercoppa, Scudetto e Coppa Italia. In Champions con il Bayern Monaco gli è andata male. Avrebbe meritato miglior sorte. La squadra è forte, ma bisogna saperla guidare. E lui l’ha fatto bene. La sua crescita è stata un progresso di conoscenze. Ha allenato bene sempre, o quasi. Il Sassuolo, il Cagliari, il Milan. Dove è stato ha aggiunto, migliorato. Una gavetta di qualità. Uno nato per fare questo mestiere.

Brocchi: per diventare vincenti serve tempo, ma la stoffa c’è

Brocchi, nella sfida cruciale, dimostra che per una volta il Milan non gioca a caso. I rossoneri fanno il massimo, che però non è sufficiente per svoltare. La squadra non si perde negli spazi e nelle distanze. Dal 4-3-3 al 4-2-3-1 i giocatori restano compatti e corrono tanto, bene, ma i limiti tecnici non permettono di decollare. Il Milan è una squadra da rifondare. Serve la qualità e ne serve tanta. Brocchi in questa finale dimostra che ci sa fare. Non so cosa possa accadere. Il Milan, per la terza stagione consecutiva, è fuori dall’Europa. Mai successo con Berlusconi presidente. È un fatto. Un fatto non casuale. La programmazione dovrà passare da scelte dolorose. È necessario un pensiero comune all’interno della dirigenza. Come ai vecchi tempi gloriosi. Brocchi è bravo. A fine partita se lo dice da solo. Si farà, come il Milan. Serve pazienza e non parlare più di obiettivi. Il bel gioco e una mentalità vincente si creano non soltanto con i Brocchi in panchina ma soprattutto con i fenomeni in campo. Veri, però. Ne basterebbero due, sì solo due. Per ridare un senso al Milan che merita altri palcoscenici e non finali da outsider.