Stefano Impallomeni

E venne il giorno dello storico scudetto. Massimiliano Allegri entra di diritto nell’olimpo dei grandissimi. Per lui non soltanto una fantastica tripletta consecutiva, ma quel sesto titolo di seguito che porta la sua firma inconfondibile. Nelle imprese di solito c’è sempre un vario modo di suddividere meriti e pagelle. Alzare voti da una parte e renderli normali dall’altra. Nell’addizione complessiva di una cavalcata vincente ognuno di noi si sceglie il più decisivo, il più continuo o quello di cui non si poteva fare a meno. Higuain, Dybala, Buffon, Bonucci e via dicendo sono stati eccezionali. Va reso loro il merito di aver saputo condurre il gruppo verso l’obiettivo. Gol, invenzioni, esperienza e senso di appartenenza. Valori pesanti. Sono stati protagonisti certi, elementi indiscutibili che hanno realizzato un percorso straordinario. La Juve è fortissima grazie a loro.

pace allegri bonucci

Allegri e Bonucci

La Juve si identifica nei soliti noti, ma il marchio di Allegri è stato più decisivo di tutto, la differenza vera, il segno incancellabile su una stagione che il 3 giugno a Cardiff potrebbe essere davvero unica nella storia bianconera. Allegri è senza dubbio uno dei migliori allenatori che ci sono in questo momento. In Europa e nel mondo. Il suo è stato un capolavoro di gestione e non solo. Il suo marchio messo a fuoco tramite scelte impopolari, utili e insolite, dal sapore antico e romantico. In un calcio pieno zeppo di professori, big data, analisti e altre diavolerie, Allegri ha rispolverato una gestione manuale, del buon senso, in contrasto alle mode digitali del momento. Si fida più dei rapporti che di altro. Si fida guardando bene gli allenamenti. Ha allenato, ha creato, ha corretto sbagliando poco e nulla, pensando agli avversari, dividendo le battaglie, centellinando risorse, caricando un ambiente, sapendo distribuire calma e fiducia. Ha saputo dare forza ai gregari, sollecitando i più bravi nei momenti no. Allegri ha unito sempre, anche quando nei momenti difficili chiunque al suo posto avrebbe sbarellato.

Le sue scelte iniziali con gli impieghi degli Sturaro e dei Lemina avevano innervosito parecchio. Una Juve più muscolare aveva interrogato, alimentando dubbi. Higuain a mezzo servizio, poi, aveva suscitato critiche. Lo strappo dialettico con Bonucci aveva fatto il resto. L’assedio mediatico era cresciuto, ma lui, il conte Max, impassibile, sornione, aveva in canna la seconda fase del tragitto. La Roma rombante mai sottovalutata e allora ecco l’esplosione progressiva. La qualità, la tecnica, le giocate prima di tutto. Le sgroppate di Cuadrado, l’unicità di Dani Alves, i gol di Higuain, Mandzukic terzino , la classe “messiana” di Dybala con Pjanic alla Pirlo hanno innalzato la base del rendimento, rendendo la Juve da forte a quasi imbattibile. Intuizioni e valutazioni da Oscar. Nella seconda fase la Juve torna prepotentemente, soggettiva quanto basta, ma come nel primo periodo difende, resiste, lotta con la BBC e con un Buffon bussola assoluta di un ambiente che si ricompatta nelle ambizioni e che vince con i dettagli.

Allegri e Higuain

Recentemente il popolo bianconero, in un divertente sondaggio, aveva eletto la Juve del Trap (quella del 1985)  la migliore dal 1975 fino ad oggi. Possiamo non essere d’accordo, ma questo è stato il voto. I tifosi forse hanno dimenticato qualcosa e qualcuno. Quella squadra meglio di quella di Capello e Ibra, meglio di quella di Lippi. Quella squadra del 1985 era però niente male: un misto di classe e gregari di carattere, forse meno forte e tecnica di quella del 1983 che si infranse ad Atene in una finale di Coppa dei Campioni contro l’Amburgo dopo un gol di Magath. Era una squadra cinica e più esperta in Europa con Platini che ne era diventato leader indiscusso. Tardelli, Cabrini, Scirea, nomi da capogiro. Senza dimenticare i Vignola, i Bonini, i Favero, i Briaschi e Cesare Prandelli, il tattico prezioso capace di assestare equilibri, mantenere vittorie.

Ecco, quando vedo Allegri penso a Trapattoni. Similitudini forti e soprattutto una gestione umana del gruppo. Con i calciatori ci si parla, magari ci si litiga, ma poi i risultati arrivano sempre. Allegri, nel 2017, ha avuto il merito di farci tornare a vecchie gestioni, a un calcio a misura di uomo. Tattiche semplici, molto italiane e scelte nette. Con quel misto di classe e gregari di lusso. Questa Juve come quella del 1985. Ieri Scirea, oggi Buffon: guide sicure sul campo dei rispettivi condottieri. Patti chiari e spogliatoio sotto controllo. La vecchia ricetta della casa, sempre saporita e gustosa. Allegri allena come parla. Semplifica, calcola, vive sulla terra e non fa il fenomeno. È soltanto consapevole di essere bravo. Ma io aggiungo di più: è stato lui, a mio parere, il migliore, il simbolo bianconero del trionfo. Un simbolo inarrivabile, se vincerà a Cardiff.