Bobo Craxi

Non ci impiccheremo a giudicare la qualità della capacità economica dei nuovi padroni del Milan sulla base delle indiscrezioni giornalistiche, non è questo il compito dei commentatori occasionali. Tuttavia, se ad occuparsi delle sorti finanziarie della società milanese è il “The Guardian”, che già mesi fa aveva fatto aprire gli occhi sulla consistenza del gruppo cinese che stava per acquisire il Milan, probabilmente è il caso di interessarsene, non fosse altro che, in prospettiva, l’esito finale di questa dismissione berlusconiana rischia di essere quello di recapitare la gloriosa squadra di calcio di Milano direttamente nelle mani di un fondo arcinoto nel settore finanziario per la sua attività rapace e per essere stato protagonista di diversi fallimenti. Non di squadre di calcio, ma di paesi interi. Il Fondo Elliott si occupa infatti di investimenti ad alto rischio. Va all’attacco mettendosi di traverso su operazioni straordinarie, ritenute svantaggiose per il mercato e gli azionisti di minoranza, e poi chiede il rimborso integrale dell’investimento, dando vita a lunghe battaglie legali. È accaduto nel Congo, è accaduto all’Argentina, che fu fatta fallire non senza spregiudicatezza.

Ora, naturalmente il fatto che il Milan fosse in vendita già da qualche tempo e che le manifestazioni di interesse fossero giunte soltanto da gruppi cinesi, probabilmente la dice lunga sulle difficoltà di rendere compatibile l’ambizione di una squadra dalle tradizioni vincenti con le logiche dell’industria e del capitale, che devono poter contare su risultati virtuosi a brevissimo termine. Non é stata perseguita la strada dell’azionariato popolare a sostegno della continuità berlusconiana, si é proceduto con una sorta di “management buyout“, dove però i manager non sono nella continuità societaria, ma fanno parte di una schiatta di bravi professionisti, nessuno dei quali milanista neanche di origine.

In altre parole il Milan è nelle mani di un pool di professionisti e “industriali” stranieri, garantiti da un fondo americano, la cui ambizione é quella di vincere ma che per strategia economica, finanziaria e culturale é totalmente estraneo alla Storia ed alla cultura della società ed anche della Città. La prova che dall’iniziale entusiasmo si passi all’estraneità purtroppo la danno i cugini nerazzurri, che non furono clementi neanche con Moratti (che pure spendeva, ma attraversò anni deludenti). Ma l’affetto verso la famiglia, la sua limpida tradizione nerazzurra e meneghina resero anche le contestazioni più dure e motivate sempre edulcorate dalla solidarietà di appartenenzaQuel che si richiede é oggi la massima trasparenza e quel che ci si auspica é che i vecchi manager, che sembrano essersi eclissati nell’ombra, decidano di mantenere come gli indiani le orecchie tese. Perché dopo la rivoluzione c’è sempre il contraccolpo della restaurazione, che nel caso del Milan potrebbe avvenire a furor di popolo.